Roma e le sue visioni nella fotografia contemporanea: da Carbone a De Angelis, fino a Hervé Gloaguen 

Di Gloaguen è in corso la mostra a A Rome la nuit al Museo di Trastevere, un racconto appassionato e appassionante della città eterna a cinquant’anni dal primo viaggio del fotografo nella Capitale

Ricordo lo shock di una mostra fotografica al Mattatoio, Nuove produzioni 2020 per la collezione Roma. Una galleria di foto in bianco e nero, monocorde, senza respiro. Il paesaggio urbano collassato a massa oscura. La realtà ridotta a detriti più che a tessere. Una su tutte, ricordo la foto notturna di un cavallo: la luce frontale violenta lo isolava dal buio e lasciava il resto della scena inghiottito nell’ombra, un’apparizione da reduce sopravvissuto a chissà quale apocalisse, una creatura da Fallout impallinata impietosamente dentro un safari senza meraviglia. Il problema non era il bianco e nero – a Parigi Brassai riuscì a restituire clandestinamente gli interni dei bordelli di Pigalle cogliendo dettagli su dettagli – ma un altro: dov’era Roma? 

Il cavallo del Mattatoio e la Roma del Covid-19 

Per coincidenza, nell’estate del 2020 avevo fotografato anche io un cavallo. Stavo uscendo dalla città, direzione mare, quando lo vidi: feci inversione e tornai indietro. Sembrava una scena preparata: dentro la luce radente d’agosto, un cavallo pezzato pascolava appena dietro la palina gialla dell’Atac, separato dal marciapiede della Portuense da una rete metallica. Sulla rete si impigliavano rifiuti di vario genere; oltre, invece, la collina era pulita e in cima correva un filare di alberi. Era la collina di Corviale, la cui estremità spuntava in alto a destra. Una collina che, messo da parte il feticcio architettonico e il totem sociopolitico, è semplicemente campagna romana, a ridosso della riserva naturale della Tenuta dei Massimi. Chissà, forse era lo stesso cavallo visto nella foto al Mattatoio. 

Quella mostra era la punta dell’iceberg di una lunga stagione in cui la luce, genius loci, è stata castigata, annullata, dichiarata inservibile, respinta al mittente da uno sguardo che non gratta la materia che ha davanti, né sa raccoglierla, ottenendo un paesaggio sedato in cui non vorresti mai entrare né appartenere: peccato mortale per il concetto stesso di città. Una tendenza culminata nel 2024 con la Roma di Basilico a Palazzo Altemps: una distanza frigida dalla materia capitolina, imitata negli anni da epigoni ancora più algidi. Una tendenza che si è intrecciata con il tema della “città al tempo del Covid”, che doveva per forza essere “spettrale”. Così, quando dal lockdown siamo usciti a riveder le stelle, ci siamo trovati immersi in questo immaginario romano apatico, grigio, nero (che ha pervaso anche le recenti incursioni giubilari). Nel momento propizio al “pijamose Roma” ha prevalso una grammatica visiva di sottrazione, una riduzione delle cose più che una loro restituzione. Va bene sottrarsi al didascalismo della memoria, ma restituire qualcosa, almeno questo.  

Lo spazio pubblico della Capitale 

Lo sguardo sulla città è anch’esso spazio pubblico, non esiste giorno dell’anno in cui Roma non sia osservata, grattata, spellata viva dagli occhi. Nel 1862, nel libro “Roba di Roma”, lo scultore americano William Wetmore Story aveva avvisato: “Immaginate per un momento quanto cambierebbe in peggio la città se tutti gli scalcinati, oscuri, rovinanti muri di Roma, con le loro chiazze verdi, le loro mille tinte di grigi e di gialli sfumati, i loro mattoni sconnessi venissero un giorno spietatamente pareggiati e rintonacati da cima a fondo in una sola tinta uniforme e monotona”. 

Eccezione e anticorpo è stata l’anno scorso la mostra Roma 1975, città, volti e storie dell’anno giubilare. Nata come libro del fotoreporter Fabio De Angelis (1950) su committenza Italtel — quattro mesi di totale libertà, poi rimasto nel cassetto — è risorta cinquant’anni dopo come mostra curata dalla Sovrintendenza Speciale: 60 magnifiche foto (dai 95 rullini donati da De Angelis all’ICCD) esposte al Drugstore di via Portuense, catalogo curato da Daniela Porro e Alessio De Cristofaro, nel complesso tra le migliori produzioni culturali recenti. Un bianco e nero che appartiene al fotogiornalismo dell’epoca: non va in apnea con Roma, non si chiude a riccio davanti alla città. Nell’anno della morte di Mario Carbone, Roma ha riconosciuto un suo fotografo, se pure in ritardo. 

La mostra di Hervé Gloaguen su Roma 

Attenzione, però. Nel 2026 qualcuno ha finalmente riacceso la luce su Roma, purtroppo non quella stradale, debole e risparmiatrice. Al Museo di Roma in Trastevere (fino al 6 settembre) ha aperto la mostra A Rome la nuit di Hervé Gloaguen, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata da Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) in collaborazione con il Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Il fotografo francese (nato a Rennes nel 1937) è tornato di persona a Roma a più di cinquant’anni dalla sua prima volta: nell’estate del 1974 era arrivata la folgorazione per “la febbre e la bellezza delle serate romane“, per la città monumentale raggiungibile da qualsiasi latitudine urbana, per quella sua capacità di farsi subito consueta, abitabile in pubblico. 

Nel catalogo Gloaguen racconta: con la compagna e la figlia parcheggia il furgoncino VW vicino ai Fori romani, il giorno dopo si accampa a Monte Antenne — “tende, auto, roulotte: l’Europa dei viaggiatori a basso costo era lì, sotto i pini” — poi si ferma sull’Appia Antica e “per contrasto a San Basilio, un quartiere di gente comune, perché il giornalista vuole vedere tutto”. Poi “una sera ci ritroviamo nel cuore di Roma. È uno shock: l’intera città è lì”. La descrizione si allarga: “Dopo giornate afose, al tramonto i romani cercano refrigerio dalle calde fontane del centro storico. Bevono, mangiano, guardano, sono guardati, accarezzano la pietra ancora calda, la pelle della città. Al tempo stesso sono attori e spettatori con i turisti come comparse, nello spettacolo che mettono in scena per se stessi. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, il frastuono delle voci, il mormorio dell’acqua, un’ambientazione costruita su strati di secoli, i romani recitano il loro teatro”.  

Le opere in mostra 

Sessantotto scatti a colori (le foto vanno dal 1975 al 1995, un totale di sei mesi di deambulazioni dentro la notte capitolina), ma niente flash perché la luce avrebbe aggredito le persone, “dovevo restare discreto, non visto e passare del tempo. Fotografare con pochissima luce, perfino nell’oscurità, senza neanche talvolta distinguere nettamente quello che avevo nel mio mirino, mi angosciava e mi eccitava”.  

E in mezzo al teatro ecco l’apparizione, l’epifania, l’elargizione della città al flâneur, la meraviglia: il garzone di un ristorante che riempie caraffa e tanica d’acqua — l’acqua dell’acquedotto Vergine — della fontana seicentesca di piazza di Spagna, mentre tutto intorno rumoreggia la gente di Roma, agitata e indolente, guardona e golosa. La folla traboccante sulla scalinata di Trinità dei Monti, quella sui muretti del Pantheon come sulla rotonda di piazza Esedra, senza differenze o gerarchie. Piazze come porti di mare, pronte al via vai, agli appuntamenti. E ancora: incontri, abbracci, scenate, rimorchi, esibizionismi; coppie appartate dietro colonne e sui gradoni; tutti che guardano tutti, con le facce di pietra delle statue testimoni discreti di una città oscena e sboccata, e contenta di esserlo. 

Gloaguen restituisce la Roma torrida quando ha ormai sfiatato: la città fatta a strati, con i muri degli edifici dove convivono secoli diversi della stessa epoca; quella dalle facciate battute dalla vita che portano i segni impietosi di strappi, urti e picconi; la città continuamente ricucita, riciclata, riassemblata; la città esposta alla luce che le fa da reagente e che ne illumina la resistenza più che il declino; la città dove persino il grigio è materia che si può toccare con mano e imparare. Della luce dei fasti del giorno non è rimasto niente: solo quel tono notturno, giallastro, sporco, che la fotografia di solito cerca di correggere ma che invece è la materia stessa della notte sui sampietrini e sulle pietre. Nessuna apocalisse, nessuna apnea, Gloaguen la abita insieme ai romani. 

Stefano Ciavatta 

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Stefano Ciavatta

Stefano Ciavatta

Giornalista. Scrive di gente e cose di Roma. Writer, talk, consulenze, ricerche, storie.

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