Questo fumetto inedito prova raccontarci come sarà la Biennale del futuro
Qual è lo stato di salute del fumetto satirico oggi? Lo abbiamo chiesto a Hurricane, autore di “Linus”, “Frigidaire” e “Il Male”. Il suo fumetto per Artribune è una divertente critica alla Biennale Arte, tra padiglioni chiusi, proteste e partecipazioni “sanguinarie”
Il nuovo ospite del magazine di Artribune è uno dei più importanti alfieri del fumetto underground italiano. Fortemente ispirato dalla scena indipendente americana, Hurricane (pseudonimo di Ivan Manuppelli – Milano, 1985) ci racconta il suo punto di vista sul fumetto satirico, e perché criticare il potere è sempre necessario.

Intervista al fumettista Hurricane
Cosa significa per te essere fumettista?
Per me fare questo mestiere vuol dire soprattutto avere a che fare con un’arte popolare, che può consentirmi di raccontare il mondo circostante e l’inconscio con pochi e semplici mezzi accessibili a tutti. È come avere delle realtà parallele sempre a portata di mano. Qualunque fatto della vita reale, piacevole o spiacevole, può finire in uno di questi mondi e trasformarsi in nuove storie, gag e personaggi. Ed è per questo che nel tempo ho preferito uno stile più semplice e nervoso, perché mi permette di tradurre quasi immediatamente la realtà da un mondo all’altro, senza ricorrere a troppe sovrastrutture o disegni complessi. A volte è un po’ difficile staccare da queste dimensioni immaginarie e concentrarsi sul reale effettivo, ma è un effetto collaterale con cui (spero) ho un po’ imparato a fare i conti.
Sei da tempo protagonista della scena fumettistica indipendente, con una mole di riviste e autoproduzioni alle spalle (su tutte Puck! e Čapek). Parlare di fumetto undeground ha ancora senso? Che connotazioni dai a questo termine?
Il fumetto underground c’è sempre stato e sempre ci sarà, nasce da un’urgenza artistica e comunicativa che probabilmente avevano già gli uomini delle caverne e avranno anche gli androidi del futuro; perché in ogni epoca coesistono un’arte di regime e un’altra di opposizione, in grado di crescere a prescindere da tutto come l’erba cattiva. Attualmente ci sono disegnatrici e disegnatori giovanissimi che stanno producendo fanzine e storie molto interessanti e sperimentali.
Per esempio?
Mi vengono in mente Inmotulus, Fat Gomez, La Beccaccia, The DollMaker. È una scena molto stratificata, curiosa, eterogenea e sincera, senza tutti gli stupidi preconcetti e le chiusure del mercato editoriale ufficiale, che non a caso sta arrancando con grande fatica inseguendo i follower e un sistema di distribuzione demenziale e simile allo strozzinaggio.

Il fumetto satirico di Hurricane
Al di là delle definizioni, il tuo è un fumetto al vetriolo, che osserva (e sbeffeggia) il nostro tempo e noi che ci siamo dentro (vedi Cronache dal Virus, I sopravvissuti e Milano Horror Stories. Incubi dalla rigenerazione urbana). Per uno come te, molto legato al fumetto satirico e alla caricatura, ridere è sempre un’opzione? Fin dove è concesso spingersi?
Le situazioni tragiche sono spesso le più paradossali e quindi, se rigirate a dovere, anche le più comiche. Otto Dix e George Grosz, tra i miei artisti preferiti, hanno rischiato la vita facendo satira contro il nazismo nella Germania di Hitler. Se l’obiettivo della satira è colpire una posizione di forza e prevaricazione, o se ci consente di fare autoironia e farci cadere dal piedistallo egotico, allora penso che sia la strada giusta.
Le tue vignette satiriche sono state pubblicate su Linus, Frigidaire, Il Male e per la leggendaria rivista americana MAD. Dopo il periodo d’oro degli Anni Ottanta, qual è lo stato di salute del fumetto satirico italiano oggi?
L’Italia vive la contraddizione di non avere una rivista di satira da troppi anni ed essere piena di autori satirici molto bravi senza un grande spazio collettivo dove sperimentare. Io ho avuto la fortuna di disegnare su Frigidaire di Vincenzo Sparagna (il primo direttore a darmi completa fiducia) e su Il Male di Vauro e Vincino, la riedizione che avevano fatto nel 2011. Era un settimanale che pagava molto bene, e che mi costringeva a tirare fuori una storia nuova ogni sette giorni perché con quei soldi dovevo sfangarmela con l’affitto. È stata la palestra satirica più formativa che abbia mai avuto, anche grazie agli incoraggiamenti del mio amico Vincino che tuttora considero il mio mentore (anche se non c’è più in questa dimensione, ogni tanto mi compare nei sogni. Disegna sempre!). Oggi in Italia spazi così liberi, e che diano un compenso necessario, non esistono più. Siamo tra i pochi Paesi europei a non averli e a non fare niente per ricrearli, nonostante il periodo storico non privo di spunti e nonostante tutte le celebrazioni dei tempi che furono. Stiamo perdendo tanti racconti sul contemporaneo per concentrarci a celebrare il passato, cosa abbastanza deprimente. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo eravamo tutti ipocritamente “Charlie”, ma poi non si è fatto niente per creare spazi analoghi anche qui. Ogni quotidiano dovrebbe promuovere una propria rivista di satira e finanziarla, sarebbe un vero segno di democrazia e di visione del futuro. E poi, chissà, magari finalmente i giornali tornerebbero a vendere più copie!
Il fumetto che hai disegnato per Artribune invece di cosa parla?
È un servizio giornalistico dal futuro. La Biennale d’Arte del 2126.
Alex Urso
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