L’opera come didascalia: il linguaggio dell’arte sta diventando regressivo? 

La forma sembra essere diventata di recente un fastidio, una distrazione: se ciò che conta infatti è lo statement, una forma radicale e sperimentale renderà l’opera più complessa, e quindi da evitare

Sì, il lavoro sull’educazione e sulla formazione è fondamentale. Anche nell’arte: serve cioè chiarire molto bene, per esempio, con esempi concreti, la questione attuale dell’opera come didascalia e dell’arte politica, impegnata. L’equivoco, cioè, di cui ha scritto di recente Stefano Chiodi, a proposito di un’arte che “si occupa” di temi progressivi ma con un linguaggio regressivo, conservatore, retrogrado: “È qui il paradosso della nostra contemporaneità artistica: progressista per contenuto ma spesso reazionaria nella forma; critica nel lessico ma conservatrice nei mezzi; infine, comodamente tesaurizzabile e consumabile. Scriveva il filosofo Adorno che quando l’arte si dà come veicolo di una tesi rischia di diventare una riduzione del reale e quindi di perdere proprio la sua forza critica. (…) In altre parole, laddove l’opera dovrebbe produrre attrito si produce invece compatibilità con l’economia dell’attenzione, con l’ansia di reputazione, con il bisogno istituzionale di certificare virtù morali, e, non da ultimo, con un mercato che adora gli oggetti ‘significanti’ ma a bassa imprevedibilità” .  

Il linguaggio dell’opera d’arte 

Un (possibile) punto di partenza, a tal proposito: se il linguaggio – la forma – è conservatore, quasi certamente lo è anche l’opera, anche al di là delle apparenze. Mi sembra abbastanza ovvio. Non esiste alcuna distinzione, infatti, tra forma e contenuto, tra linguaggio e messaggio (e questo aspetto, per inciso, lo hanno chiarito decenni di ottima critica d’arte). 

Quindi, possiamo dire intanto che il tema “identitario” (il trauma della vittima; la denuncia della discriminazione; la rivendicazione dei diritti; ecc. ecc.) viene tranquillamente registrato e inserito all’interno di un sistema come quello dell’arte contemporanea, che non contempla oggi una vera alternativa. Un sistema è bene aggiungere, che è innanzitutto economico, politico e sociale. Cioè: il dissenso, autentico e non di facciata, il dissidio, il conflitto viene istantaneamente neutralizzato ed espulso.  

L’arte come diversivo 

L’arte, oggi più di ieri, è come scriveva Carla Lonzi in Autoritratto (1969), “un accessorio, un problema secondario, un pericolo da tramutare in diversivo, un’incognita da tramutare in mito, comunque un’attività da contenere”. “Da contenere”: e chi, o che cosa, la contiene? Chi è deputato a contenere l’opera e il suo autore? La curatela, come dispositivo di tutela e di garanzia dell’adesione a certi parametri che sono, inevitabilmente e immancabilmente, extra-artistici (“dispositivo di legittimazione morale”, la definisce sempre Chiodi). 

La validazione dell’opera attuale, dunque, passa generalmente attraverso un giudizio che non ha quasi più nulla a che fare con il linguaggio. La forma, anzi, è diventata di recente un fastidio, una distrazione da questo punto di vista e in quest’ottica: se ciò che conta infatti è lo statement, il messaggio, e soprattutto la sua chiarezza/comprensibilità, una forma radicale e sperimentale renderà fatalmente l’opera più oscura, più complessa, più rischiosa. E quindi, meno spendibile. La complessità, in questi tempi complessi come pochi, va evitata come la peste. 

La biografia nell’opera d’arte presente 

Così, esattamente come il romanzo italiano di successo in questi anni coincide con la storia dell’autore/autrice o dei suoi parenti lontani e vicini – “coraggiosi”, “eroici”, “pionieristici” –, anche l’opera visiva per essere riconosciuta e accettata deve per forza appoggiarsi alla storia biografica dell’autore/autrice, esserne una facile traduzione e trasmissione; deve cioè limitarsi a comunicare e testimoniare quella storia, senza digressioni né deviazioni.  

E magari attraverso un’installazione non troppo articolata, che evochi l’apparenza del “contemporaneo” (che poi, banalmente, vuol significare un aspetto “concettuale”, Annisessantasettanta, serio, archivistico, para-documentario, preferibilmente in bianco e nero: come il “contemporaneo” come genere e come stile è stato codificato negli ultimi decenni). Oppure, al contrario – ma non troppo, se ci pensiamo bene – l’opera può inglobare pratiche artigianali, ex-minori, che a loro volta si fanno portatrici di una “autenticità”, “verità” (sempre della suddetta storia, e dunque per converso dell’opera come testimonianza, e didascalia, di quella storia): in questo caso, il colore va di solito impiegato a profusione, preferibilmente nelle tinte più sgargianti. 

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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