A Bergamo una grande mostra rivela che il fascino dei tarocchi è ancora fortissimo
All’Accademia Carrara per la prima volta dopo più di un secolo viene riunito il mazzo Colleoni. Questo evento è il cuore di una mostra che ripercorre secoli di storia: dalle corti tardomedievali al Novecento, seguendo la magia dei tarocchi
“Se avrò in mano qualche tarocco, al momento buono lo giocherò”, scriveva Carlo Emilio Gadda nel 1936, come riporta Luca D’Onghia in apertura al suo testo nel catalogo della mostra TAROCCHI. Le origini, le carte, la fortuna dell’Accademia Carrara di Bergamo. E gaddianamente la Carrara si è giocata tutti i suoi 26 tarocchi appartenenti al mazzo Colleoni, originariamente composto da 78 carte di cui ne sopravvivono 74 divise, appunto, tra il museo, una collezione privata bergamasca e la Morgan Library di New York. La loro grande reunion familiare è la scintilla di una mostra storica, che ripercorre secoli di vicende delle carte: dai giochi nelle corti Trecentesche al Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle, passando per Bonifacio Bembo, i surrealisti e Italo Calvino.

L’allestimento della mostra all’Accademia Carrara
Curata da Paolo Plebani, la mostra si divide in sei sezioni (più una: la biblioteca) che tra oggetti d’uso, quadri, mazzi di carte, libri, fotografie e sculture tracciano un percorso illuminato nell’imprevedibile, complicatissima storia delle carte e dell’impiego che ne è stato fatto nelle varie epoche. L’unione tra il rigore storico-filologico tipico della Carrara e gli spunti magico-simbolici della materia trattata permette di muoversi con curiosità, ma senza sbandare, tra giochi di carte e divinazione, tra quotidianità ed esoterismo. Ci sono delle vere e proprie perle tra i materiali esposti, capaci di tenere uniti questi piani: il Gurion le Courtois, manoscritto francese del XIV secolo aperto alla pagina illustrata con re Artù e Faramont che giocano a scacchi; le incisioni di Baccio Baldini (1460 ca.) con “i figli dei pianeti”, ossia umani affaccendati (ma anche oziosi) sotto la protezione di Luna, Mercurio, Saturno e via dicendo; le meravigliose, coloratissime carte del mazzo Sola Busca.
In mostra c’è anche una biblioteca
Prima di arrivare al cuore pulsante di tutta l’operazione – il mazzo Colleoni –, l’emozionante percorso espositivo concede una pausa al visitatore invitandolo a sedersi per sfogliare libri e cataloghi nella biblioteca dei tarocchi, dove il protagonista è Italo Calvino. Lo scrittore, infatti, su richiesta-suggerimento di Franco Maria Ricci, nel 1969 scrisse Il castello dei destini incrociati prendendo ispirazione proprio dai tarocchi Colleoni, dando vita a un’impresa titanica dove – come scriveva lui stesso – c’è “un numero finito di elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardo di miliardi”. Chicca per bibliofili e taroccofili che hanno già sicuramente letto e riletto il libro di Calvino: sono esposte pure le lettere originali tra editore e scrittore in cui i due parlano dell’incarico.
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Il mazzo Colleoni di nuovo insieme a Bergamo
È riunito in un’unica teca, con le carte esposte nell’ordine corretto, mischiando quelle provenienti da New York e quelle bergamasche, contravvenendo alle regole museografiche per cui i prestiti vanno individuati e differenziati. Basta questo piccolo, ma centrale strappo alla regola per capire il valore storico della mostra. Poi, il fascino suscitato dalle immagini allegoriche moltiplica la sorpresa – senza dimenticare, al di là di simboli e vaticini, che si tratta di opere d’arte di livello altissimo. I tarocchi Colleoni, infatti, sono uno dei “mazzi Visconti-Sforza”, realizzati nel novero della corte milanese del Quattrocento da artisti che per quella lavoravano. Le carte Colleoni giunte a noi furono realizzate in due fasi: la maggior parte uscì dall’atelier di Bonifacio Bembo attorno al 1455-1460; poi, tra il 1480 e il 1490 ci fu un’integrazione (o un aggiornamento) di alcuni tarocchi, probabilmente per mano del pittore Antonio Cicognara. Vederle tutte insieme è un tripudio di ori punzonati, vesti broccate, stemmi viscontei, armature scintillanti e colori sgargianti.
La magia dei tarocchi conquista il Novecento
Usati nelle corti come gioco di carte, i tarocchi diventano uno strumento divinatorio in un momento ben preciso. È il 1781 e Antoine Court de Gébelin s’inventa di sana pianta che le carte sarebbero un residuo dei Libri di Thot. All’incirca da un giorno all’altro, non si gioca più a briscola (più o meno) tenendo l’Imperatrice, l’Appeso e la Ruota di Fortuna tra le mani, ma li si usa per conoscere il proprio destino. E in pieno Novecento – quando anche Calvino studierà i significati simbolici delle carte – i surrealisti si appassionano ai tarocchi proprio per questa loro vena irrazionale e antiscientifica. In mostra ci sono il mazzo che Leonora Carrington disegnò per sé stessa e il quadro Le Surréaliste di Brauner (1947) che ricalca la carta del Mago, seguiti dai disegni con cui Niki de Saint Phalle definiva gli spazi del suo Giardino dei Tarocchi a Capalbio.
Una mostra destinata a rimanere
Erano gli ultimi anni del XIX Secolo quando il bergamasco Alessandro Colleoni acquistò il mazzo che da lui prese il nome, per poi smembrarlo, tenendo in famiglia solo 13 carte. Come suggerirebbero certamente i tarocchi stessi, non è un caso che sia proprio un museo di Bergamo a riunirli, e con una lettura così lucida del loro valore contemporaneo. In un momento di grande, evidente instabilità (ma tutte le epoche lo sono, leggendo chi le commenta in diretta), i simboli universali dei tarocchi possono aiutare a trovare una chiave di lettura. Non si tratta, cioè, di buttarsi a occhi e naso e bocca chiusi nel calderone dell’occultismo, ma di costruire, guidati dalle carte, un sistema personale di significati che tentino di dare un senso alle cose – come i giochi, l’arte e la fede hanno sempre fatto.
Vittoria Caprotti
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