Perché la società del presente non concepisce l’idea di rivoluzione (nemmeno nell’arte) 

La rivoluzione che è prima ancora un termine astronomico che dice della necessità di un movimento orbitale dei pianeti è però del tutto assente dai discorsi culturali. Mentre, nella società orwelliana si rifiuta il conflitto e si continua a praticare l’esercizio della nostalgia

Philip K. Dick a metà Anni Settanta scriveva: “L’androidizzazione richiede obbedienza. E, soprattutto, prevedibilità. È proprio quando la reazione di una certa persona a una certa situazione può essere prevista con precisione scientifica che si aprono i cancelli per la produzione su larga scala della forma di vita androide. A che serve una torcia elettrica se la lampadina si accende solo di tanto in tanto quando premi il pulsante? Qualunque macchina deve funzionare sempre, dev’essere affidabile. L’androide, come ogni altra macchina, deve agire a comando” (Philip K. Dick, L’androide e l’umano, ne La ragazza dai capelli scuri, Fanucci 2014, p. 141).  

L’arte la cultura e l’assenza di conflitto 

Umanità androidizzata, società androidizzata. E arte androidizzata. Vediamo come funziona: se la prevedibilità è la base di ogni passaggio, un’affidabilità che è sinonimo di efficienza – ogni azione e reazione deve rientrare in determinati parametri, ogni scelta viene operata dopo esser stata calibrata su modelli predefiniti (secondo una subroutine che richiama dati passati, e che a sua volta in epoca postmoderna ci siamo abituati a chiamare nostalgia) – allora ogni comportamento culturale e sociale nasce virtualmente all’interno del Programma. 

Il conflitto tende a scomparire all’orizzonte, perché il cervello collettivo dell’Occidente lo ha semplicemente espulso. Il conflitto può nascere soltanto dall’immaginazione di un presente e di un futuro alternativi da abitare, dal fatto cioè di vivere già nelle condizioni fondamentali del futuro, che contraddicono radicalmente e totalmente le condizioni attuali. Le negano. Il conflitto coincide dunque da una parte con la critica, dall’altra con la rivoluzione; il conflitto non è un’ipotesi – è un habitat.  

Che cos’è la rivoluzione 

Rivoluzione: questa parola vietata, proibita, sgarbata e fuorimoda in un ecosistema orwelliano, questa parola che è stata deformata e distorta in mille modi differenti… (Eppure, la rivoluzione come in tanti hanno capito è innanzitutto un termine astronomico prima ancora che politico e sociale, e dice della necessità di un movimento orbitale dei pianeti…) La società androidizzata non può ovviamente consentire la rivoluzione, e neanche se è per questo il pensiero, l’idea della rivoluzione (proprio perché essa è l’imprevedibilità per definizione), così come non può consentire il conflitto autentico; quindi, al massimo e se proprio deve, lo ammette in forma parodistica, caricaturale, stilizzata. Decorativa.  

La politica e la nostalgia 

Così, come dimostrato nei cortei di protesta delle ultime settimane, abbiamo assistito alla sconsolante rappresentazione per molti versi nostalgica di ciò che avveniva nelle piazze e nelle strade d’Italia cinquant’anni fa. Si ritorna sempre indietro, al nucleo di un passato che vuole ostinatamente, e disperatamente, ritornare: a un passato che non passa, ma che si ripresenta. I celerini, le camionette verdone, Valle Giulia, Pasolini che prende le parti dei poliziotti proletari e contadini contro gli studenti borghesi e che viene immancabilmente tirato per la giacchetta a destra e a sinistra (con l’immancabile intellettuale televisivo che ci tiene incredibilmente a precisare come il nostro intendesse difendere i poliziotti “come persone”, e non ovviamente la polizia in generale…): “I ragazzi poliziotti / che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione 
risorgimentale) / di figli di papà, avete bastonato, / appartengono all’altra classe sociale. / A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento / di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte / della ragione) eravate i ricchi, / mentre i poliziotti (che erano dalla parte 
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, / la vostra! In questi casi, / ai poliziotti si danno i fiori, amici”.  

Il cinema, l’arte, la musica e l’immaginario della protesta 

E poi la P38 e il segno della P38, i poliziotti infiltrati, i fumogeni, i servizi d’ordine (questi sconosciuti oggi, tra l’altro), San Babila ore 20, la cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza, e dove sono a questo punto il ‘77 e i settantasettini, gli Area, Il Male e Frigidaire, Andrea Pazienza che giustamente se la prendeva con Renato Barilli che non lo considerava uno dei migliori artisti visivi dell’epoca?… E ancora Genova, il G8, piazza Alimonda la Diaz Bolzaneto, i pochi facinorosi che non si sa da dove vengano e a chi appartengano e i molti pacifici, le manganellate e le martellate… È il famoso, e italianissimo, gioco delle parti: in cui nessuna delle due parti, né la polizia che agisce dalla parte dello Stato e del Potere, né i violenti che agiscono per sé, ha davvero il controllo di nulla. Una rappresentazione, dunque, al cui interno non è davvero in ballo alcuna decisione vera, perché le decisioni vengono prese altrove, sono state già prese altrove: piuttosto, un omaggio di carattere teatrale – ma di un teatro androide, appunto – al tempo che fu, a questo tempo mitico e leggendario osservato nostalgicamente da un oggi forse vissuto come fumoso e confuso, un tempo che dunque diventa una sorta di comfort zone paradossale e un archivio di forme e gesti da replicare.  

Che cos’è la responsabilità e l’autorità 

Nulla a che vedere di certo con la responsabilità, come scrive Federica D’Alessio: “In Italia il potere lo bramano in tanti. Ma nessuno lo vuole come figlio di processi che nascono dal basso, costruiti su responsabilità, sul rendere conto, sulla verifica democratica. Lo vogliono tutti elargito dall’alto, da qualche autorità. Dal basso, se va bene, si aspira a ricevere consenso, che sia ben passivo e possibilmente solo emotivo. Quindi va benissimo scimmiottare il conflitto, e poi farsi convalidare a latere. Praticarlo invece rischia di cambiare le cose davvero. Con tutte le responsabilità che ne susseguono. Il gioco delle parti, invece, è un passatempo del tutto indolore, a parte per quelli che occasionalmente ce le prendono.” 

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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