“Non abbiamo nulla se non il corpo”. Intervista alla grande artista VALIE EXPORT
In mostra a Milano insieme a Ketty La Rocca negli spazi di Thaddaeus Ropac, abbiamo incontrato VALIE EXPORT per attraversare i nodi che da decenni strutturano la sua ricerca
Il corpo come centro dell’esperienza, il linguaggio come campo di conflitto, lo spazio come dispositivo politico, la rappresentazione come forma di potere. Le sue parole non accompagnano semplicemente la mostra milanese, ma ne costituiscono l’ossatura teorica, illuminando il dialogo con Ketty La Rocca in tutta la sua radicalità. Interrogata sul significato dell’azione fisica diretta in un presente in cui il corpo è incessantemente mediato e mercificato dall’immagine digitale, VALIE EXPORT (Linz, 1940) non lascia spazio a nostalgie: “Non abbiamo nulla se non il corpo. Facciamo esperienza di tutto attraverso il corpo. Il corpo è volontà ed è sempre stato commercio. Il corpo è il luogo, il centro psichico dell’evento”. Il corpo, dunque, come luogo originario dell’esperienza e al tempo stesso come territorio già attraversato dall’economia e dal potere: non superficie passiva, ma centro psichico in cui si condensano desiderio, controllo e possibilità di resistenza.

La mostra di VALIE EXPORT a Milano
Questo primato incarnato attraversa l’intera costruzione di BODY SIGN, presentata negli spazi storici di Palazzo Belgioioso da Thaddaeus Ropac Milano, sotto la curatela di Andrea Maurer e Alberto Salvadori, in collaborazione con Studio VALIE EXPORT e il Ketty La Rocca Estate. La mostra nasce da una distanza geografica che si rivela una profonda continuità concettuale: la Vienna di EXPORT e l’Italia di La Rocca come estremità di un unico campo di tensione politica, in cui il corpo diventa strumento di riscrittura del linguaggio.

VALIE EXPORT sul linguaggio come dispositivo di potere
Proprio sul rapporto tra corpo e parola si innesta uno dei nodi centrali del dialogo. Alla questione della possibilità di un linguaggio non manipolato, VALIE EXPORT risponde senza illusioni: “Il linguaggio è sempre in trasformazione ed è sempre in crisi. Il potere del linguaggio lascia il proprio segno a lungo dopo il silenzio”. Lungi dall’essere un mezzo neutro, la parola agisce come forza rizomatica che modella soggettività e rapporti di potere anche quando sembra assente. È contro questa sedimentazione invisibile che il gesto corporeo si fa atto critico, non come alternativa romantica alla parola, ma come dispositivo capace di smascherarne le strutture. Da qui nasce anche la sua posizione radicale rispetto ai meccanismi patriarcali della comunicazione. Non si tratta come spesso si è detto di aggirarli, ma di distruggerli. L’arte, in quanto cultura, non opera ai margini del potere: interviene direttamente nella formazione del pensiero che lo sostiene. È nello spazio simbolico che si combatte una delle battaglie più decisive.

VALIE EXPORT sullo spazio pubblico
Questo conflitto si materializza con forza nelle azioni urbane dell’artista, che trasformano la città in una zona di attrito tra corpo e architettura. Ma oggi, osserva VALIE EXPORT, quello spazio è mutato radicalmente: “Lo spazio pubblico è uno spazio di sorveglianza, e anche lo spazio privato sta diventando spazio pubblico ed è anch’esso monitorato”. La distinzione tra pubblico e privato si dissolve sotto il segno del controllo, rendendo ogni gesto corporeo immediatamente politico. Lo spazio non è mai neutro: riflette le formazioni sociali e ne produce gli effetti. Anche il tema della prossimità sensoriale, centrale nel dialogo tra EXPORT e La Rocca, viene interrogato alla luce del presente. Di fronte a una società che ha progressivamente sostituito il contatto con lo schermo, VALIE EXPORT risponde evocando Schopenhauer: “Il nuovo raramente è il buono, perché il buono è nuovo solo per un breve tempo”. Un richiamo che smaschera l’ideologia del progresso tecnologico come valore automatico e riafferma il corpo come luogo insostituibile dell’esperienza estetica e politica. Il confronto con Ketty La Rocca, pur avvenendo senza un incontro diretto tra le due artiste, rivela così una matrice comune: entrambe operano all’interno di uno stesso clima storico di trasformazione, interrogando il linguaggio come strumento di dominio e il corpo come possibilità di rifondazione simbolica. Non una semplice affinità formale, ma una convergenza politica nata da contesti sociali diversi e attraversati dalle medesime urgenze.

VALIE EXPORT sul corpo
Guardando infine al proprio percorso, l’artista rifiuta ogni lettura pacificata dei progressi compiuti. Alla domanda se il corpo abbia ormai conquistato il proprio statuto di luogo del pensiero, risponde con una constatazione: “Le donne non sono mai trattate come persone neutre, ma sono sempre prima di tutto sessualizzate, viste come oggetti di rappresentazione e non principalmente come luoghi di pensiero”. La liberazione simbolica operata dall’arte non coincide con una reale emancipazione sociale: il corpo resta costantemente catturato dallo sguardo che lo oggettivizza. La riflessione si chiude affidandosi alle parole di Barbara Kruger: “Il corpo è un campo di battaglia”. Un’affermazione che sintetizza l’intero impianto di BODY SIGN. Il corpo emerge come territorio instabile, attraversato da forze linguistiche, politiche ed economiche; luogo di conflitto permanente in cui si decide il senso stesso dell’identità. Nel dialogo tra Export e La Rocca, tra Vienna e l’Italia, tra performance e poesia visiva, la mostra non celebra il corpo, ma lo espone nella sua vulnerabilità e potenza critica. Finché il linguaggio continuerà a inscrivere gerarchie nei corpi, sarà proprio il corpo, presente, sensibile, indocile a dover riscrivere il mondo.
Ritamorena Zotti
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