Campi di segni nei secoli dei secoli

Il segno nell’arte e la sua importanza nella storia. Bella scoperta. Già. Bella scoperta davvero, però, la presenza di un fil rouge comune in una stessa città (Roma) e in una stessa galleria (quella di Valentina Bonomo). Provate a seguire il ragionamento.

Jean Jacques du Plessis – Field of signs 
- veduta della mostra presso la Galleria Valentina Bonomo, Roma 2011

La convivenza tra simbolo e segno tocca le origini della stessa figurazione. L’ombra umana proiettata dal Sole su una superficie piana, considerata la prima formula di riconoscimento – involontario ma già pienamente culturale – della rappresentazione non sfugge alla categoria del segno grafico. Victor Stoichita, Breve storia dell’ombra. Il foglio, ma ancor prima la roccia, la pergamena, altro non sono se non il tentativo di ricezione stabile di quella prima ombra riconosciuta dall’uomo come parte di sé al fuori di sé.
Il palmo impresso sulle rocce di Pech Merle Lot è il primo segno grafico spontaneo carico di una forte valenza culturale – ovvero coloniale – di affermazione e controllo sulla natura. Da quel gesto in poi, il rapporto tra segno e simbolo, tra dizione e rappresentazione è destinato a proliferare e a fiorire in una osmosi da cui trarre reciproco vantaggio. Dalle steli dell’antico Egitto alla pittura pompeiana, il segno si intreccia all’immagine senza alcun vergogna nel riconoscersi forma simile e simmetrica, in un percorso che scandisce le tappe della civiltà e che procede sfiorando idealmente i mosaici di Santa Prassede, l’Arazzo di Bayeux, le annunciazioni gotiche fino alle incisioni di Dürer.

Jean Jacques du Plessis – Field of signs

I secoli della piena modernità negano, in nome di una sempre più stringente attinenza alla realtà, il libero rapporto tra questi due mondi. Solo il crogiolo di idee di quel fatidico primo novecento saprà fare tabula rasa delle accomodanti esperienze accademiche, conferendo pieno potere allo strumento arte. Gli artisti delle avanguardie recuperano contestualmente quel rapporto slacciato da troppi secoli tra immagine, segno e parola.
I collage cubo-futuristi, il lettrismo, la poesia concreta, il concettuale, le scritte al neon e le costellazioni di esperimenti che hanno sondato a fondo la natura della parola e del suo rapporto visivo oltre che di senso, non sono riusciti a esaurire quel vasto bacino di possibilità offerto dal dialogo tra parola e figura; ancora oggi, segno e grafema sembrano essere strumenti indispensabili per veicolare una serie di messaggi sempre taglienti e nuovi.

Jean Jacques du Plessis – Field of signs

Lo scenario artistico di Roma ne è viva testimonianza.
Carla Accardi, Pietro Ruffo, Martin Creed, Stefan Brüggemann, Ben Vautier, Dan Colen, Perino&Vele sono solo alcuni degli artisti che a Roma lavorano o hanno lavorato in assonanza con le ricerche sul segno, e il capitolo più recente all’interno di questo corposo volume porta la firma della Galleria Valentina Bonomo.
Lo spazio espositivo, nel cuore vivissimo dell’ex ghetto ebraico, presenta sulla scena romana il giovanissimo Jean Jacques du Plessis (Cape Town, 1984) in una mostra a cura di Pia Candinas. Le opere si collocano equidistanti fra l’astratto prima maniera, i percorsi neoavanguardisti e una più recente tendenza che per comodità si può identificare con la street art di Space Invaders, per intenderci.

Jean Jacques du Plessis – Field of signs

È proprio questa l’universale forza del segno, la sua capacità di essere sempre attuale nel creare coerenza tra le prime tracce dell’uomo preistorico, le ricontestualizzazioni di Picasso e Matisse, la linguistica di De Saussure, le ricerche semiologiche fino alla all’immaginario della generazione postindustriale del marketing, del volto trendy di MTV, delle campagne di Hydrogen, della grafica web. Il pittore sudafricano riesce nell’aggiornamento del linguaggio che sulla tela si dipana in un flusso piacevolmente ludico e ricreativo. Du Plessis filtra il clima torbido della comunicazione metropolitana, sterilizza i flussi mediali che saturano le città dai cartelloni agli steaker, dai grafiti ai flyer.
Ode on a Grecian Urn, 1819. Per John Keats l’arte è perfetta ma inevitabilmente priva di vita. Allo stesso modo, Du Plessis sembra voler portare “dentro”, nella forma mentis della galleria, ciò che invece la tendenza vuole stia sempre più “fuori”, a contatto con quel reale bieco e greve ma finalmente vivo.

Luca Labanca

Roma // fino al 30 novembre 2011
Jean Jacques du Plessis – Field of signs
VALENTINA BONOMO
Via del Portico d’Ottavia 13
06 6832766
[email protected]
www.galleriabonomo.com


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Luca Labanca
Luca Labanca si muove nel 2006 da Varese a Bologna per iniziare il percorso di studi del DAMS, curriculum Arte. Negli anni di residenza bolognese collabora stabilmente col bimestrale d’arte e cultura ART Journal, contemporaneamente idea e sviluppa progetti ed eventi di contaminazione culturale tra il Lago Maggiore e Lugano assieme allo scrittore e musicista Tibe. Nel 2010 ottiene la laurea con la tesi Fiat Lux sviluppata al fianco della docente in Semiotica dell’Arte, Prof.ssa Lucia Corrain. Nell’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Roma per intraprendere il percorso magistrale in Studi storico artistici dell’Università la Sapienza, fin dai suoi esordi partecipa al progetto editoriale Artribune.
  • Forse noi non vogliamo intenderci ma solo…amarci!!!
    cosapevolezza…consapevolezza…consapevolezza…