La Ville Lumière rende omaggio a un regista che, da enfant terrible del cinema indipendente americano, ha conquistato il palcoscenico mainstream. Due mostre parigine ne percorrono la sfaccettata storia creativa.

Quando nel ‘97 il mondo si preparava a ricevere quel sonoro schiaffo in faccia che fu Gummo, Harmony Korine (Bolinas, 1973) aveva solo ventiquattro anni, ma già portava sulla propria testa il peso di un epiteto, quello di enfant terrible del cinema indipendente americano. Tra un passato da skater e la scrittura della sceneggiatura nel 1995 di Kids per Larry Clark (altro struggente e impietoso ritratto di un’adolescenza tormentata da incubi e fantasmi troppo grandi per dei ragazzini), quell’etichetta sembrava calzare a pennello sul giovane regista californiano, ma adesso che il tempo è trascorso un po’ per tutti qualcosa è cambiato. Per qualche strano e forse perverso motivo l’immaginario stralunato, oscuro e grottesco di Harmony Korine è sempre stato capace di affascinare lo spettatore attirandolo all’interno di una dimensione frequentata prevalentemente da soggetti ambigui, spesso affetti da gravi disturbi psicofisici, e inseriti in contesti decisamente di cattivo gusto.

DALLA NICCHIA AL GRANDE PUBBLICO

Il salto decisivo, però, dalla nicchia alla consacrazione del grande pubblico, lo si deve a Spring Breakers del 2012 che, grazie anche allo spiazzante coinvolgimento di attori quali James Franco e Selena Gomez, ha saputo mescolare in maniera quasi alchemica feccia e lustrini, sancendo definitivamente il suo passaggio da autore underground a personaggio mainstream. Probabilmente sta proprio in questa sua notevole capacità di fondere insieme elementi orribili ad altri decisamente più kitsch o glitterati l’origine del successo che l’ha portato a firmare, tra le varie cose, la regia di spot per mostri sacri dell’alta moda come Dior e Yves Saint Laurent o videoclip per cantanti del calibro di Rihanna. È come se, attraverso l’abilità di ritrarre un certo tipo di realtà in maniera così cruda ed esplicita (emblematico è Julien Donkey Boy del 1999, che determinò per l’appunto la sua adesione a Dogma 95), Korine rappresentasse a pieno quel concetto di “too weird” che diventa inevitabilmente “so cool”, così tanto da essere desiderato e voluto da tutti.

DUE MOSTRE A PARIGI

Ad avallare una tesi simile ci ha pensato la città di Parigi che, con due grandi mostre (la personale presso la Galerie du jour dell’amica collezionista Agnes B. e la ricca retrospettiva al Centre Pompidou), punta in maniera eclatante i riflettori sull’autore americano.
A differenza dell’esposizione in galleria, costituita soprattutto da disegni ed elaborazioni fotografiche, la mostra presso il Pompidou offre la possibilità di esplorare le diverse forme espressive portate avanti nel tempo da Korine.
Oltre a diversi cortometraggi (di cui uno commissionato espressamente dal museo stesso), fotografie e installazioni realizzate con vecchie VHS, quello che spicca di più all’interno dell’esposizione è la presenza di numerose e grandi tele. Si ha così l’opportunità di scoprire o approfondire il lato pittorico di Harmony Korine che, sostenuto da Larry Gagosian in persona, appare in verità molto prolifico. Nonostante la grande dimensione delle opere e un uso volutamente grezzo e spettrale della pittura, il risultato finale si scosta però da quel senso estetico di genuinità che risulta invece palpabile nei primi lungometraggi, negli scatti fotografici e in alcuni videoclip realizzati anni orsono.
Nel complesso l’operazione museale risulta come una buona ed essenziale panoramica su uno degli autori più disarmanti e, in un certo senso, poetici degli ultimi decenni aprendo anche, per fortuna o purtroppo, alcune interessanti questioni sul fardello che un nome possa rappresentare e sulle relative e inevitabili logiche di mercato che ne seguono.

Valerio Veneruso

Parigi // fino al 28 ottobre 2017
Harmony Korine
GALERIE DU JOUR
44, Rue Quincampoix
www.galeriedujour.com

Parigi // fino al 5 novembre 2017
Harmony Korine
CENTRE POMPIDOU
Place Georges-Pompidou
www.centrepompidou.fr

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Valerio Veneruso
Artista visivo, VJ, grafico freelance e curatore indipendente, Valerio Veneruso nasce a Napoli nel 1984. Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti, si sposta a Venezia dove nel 2012 si laurea in Arti Visive all’Università IUAV. 

Co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012) e del progetto editoriale Banane – Fanzine, in collaborazione con Davide Spillari, (2016). Sempre nel 2016 ha diretto il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova). È stato assegnatario di un atelier presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia per l’anno 2015/2016 dove ha potuto curare il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa mostra conclusiva TorchioFolks.
Recentemente ha vinto il premio per la migliore proposta grafica in occasione della 100ma Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.