Forum di Prato. Michele Dantini la pensa così

Pubblichiamo un’anticipazione dell’intervento che Michele Dantini terrà al Forum dell’arte contemporanea italiana 2015, in programma i giorni 25, 26, 27 settembre a Prato. Una riflessione su “Come costruire comunità. Arte, eredità, sfera pubblica”.

Giovanni Bellini, Madonna del Prato
Giovanni Bellini, Madonna del Prato

ARTE E PARTECIPAZIONE
È singolare che proprio Hal Foster, dopo decenni di riflessioni sui rapporti tra arte e realtà, contesti oggi quella che chiama l’“ideologia della partecipazione”. La sola “differenza” rimasta, ai suoi occhi, sembra richiedere silenziosa meditazione. L’arte può davvero creare comunità? La domanda ricorre abitualmente su Artribune (qui e qui).
È una domanda cruciale, cui vorrei provare a rispondere affermativamente. Premetto però che mi terrò a distanza dalle vie troppo battute dell’“arte relazionale” per rivolgermi invece alla storia dell’arte.

SULL’IDENTITÀ ITALIANA
Per molto tempo ci si è detti “italiani” anche se non esistevano né uno “stato” né una “nazione” italiana. Esistevano la lingua e le arti: queste sono state a lungo la sola “patria” disponibile (ricorro a un termine antiquato per semplicità e chiarezza). Si era “italiani”, qualsiasi cosa volesse dire il termine, sul presupposto di un’appartenenza linguistico-culturale cui tutto il mondo portava ammirazione. Il rapporto creativo (non pedissequo!) con l’arte antica e la capacità di costante reinvenzione erano momenti chiave di un’“identità” che dava slancio, misura e prospettiva alla semplice circostanza di essere nati nella Penisola. La perfetta assimilazione di un’eredità prestigiosa, la tenacia e la perseveranza, l’ingegnosa infallibilità del gusto. Questo era “patria” per un italiano ancien régime: una risorsa individuale coincidente con un dominio tecnico e un territorio dell’immaginazione.
L’indifferenza per l’“identità” intesa in senso nazionale (o nazionalistico) sopravvive sino agli Anni Sessanta: ne scorgiamo le ultime tracce in scrittori, artisti, intellettuali fioriti nel decennio. In seguito capitoliamo rovinosamente, in modo paradossale. Perché proprio il decennio della contestazione ci lega irreversibilmente all’oggetto del nostro odio. Ci definiamo “italiani” in rapporto alle istituzioni sorte dalle macerie del conflitto, e a nient’altro: il nostro orizzonte diviene quello della “repubblica borghese”. Con quali conseguenze per la nostra immaginazione?

Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina
Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina

RUOLI ED EMOZIONI FRA DUE E SETTECENTO
Nei momenti di maggiore fioritura della storia dell’arte italiana, come nel Quattro e nel Cinquecento, sono gli artisti, non gli eruditi, a meritare il titolo di conoscitori. Sono loro che “conoscono” la storia dell’arte, nel senso che hanno intimità con vasti repertori di immagini, la mente infestata da immagini numinosamente ossessive. Questo non accade in altre tradizioni, come l’anglosassone o la fiamminga, dove la distinzione fra artisti e critici riflette una precoce divisione dei ruoli e ricalca differenze di classe. Una differenza importante, che in Italia si attenua sino a cancellare le differenze tra aulico e popolare.
Tra Due e Settecento, pressoché senza soluzione di continuità, artisti fiorentini, veneziani, genovesi, umbri, bolognesi, lombardi, napoletani o palermitani hanno raffigurato nel modo più vario e memorabile emozioni complesse, narrato di profeti e patriarchi, cavalieri e draghi, cieli stellati e redentori. Hanno dato gesti e volto alla compostezza, alla gravità, alla misericordia, al furore. Hanno interpretato mitezza e afflizione, rapimento e temerarietà, combinando il registro sacro con quello profano e muovendosi a proprio agio tra l’intimità di una madrelingua locale e l’universalità del grande stile romano-fiorentino. Hanno dispiegato fiabe ed esplorato le pieghe recondite del mito. Vorrei considerare adesso ex novo, da punti di vista fantastici, ciò che è andato perduto nella transizione sette-ottocentesca. Se dovessi, e senza alcun interesse per forme di revival, sceglierei tra gli irregolari di oggi gli artisti che resteranno domani.

Parmigianino, La conversione di San Paolo
Parmigianino, La conversione di San Paolo

RISORGERE DALLE ROVINE
Ecco una prima, cauta risposta alla domanda: “Per chi scrivo?”. Oggi dovremmo recuperare la nostra posizione ancien régime, inquieta e finemente cosmopolita, incurante dello stato-nazione e delle sue retoriche. Una posizione che restituisce all’artista il ruolo di conoscitore e alla storia dell’arte la dignità di una “patria” apolide e bizzarra.
Che dire di più? La congiuntura è propizia. Non dobbiamo fiducia a questo stato né alle sue classi dirigenti. Né abbiamo necessità di aggirarci tra le macerie di ambizioni cadute e transizioni mancate, risorgimentali, postrisorgimentali, imperiali, postbelliche, secondo- o terzo-repubblicane o altro. Al contrario. Scorgiamo sin troppo distintamente i contorni dell’edificio crollato.

Michele Dantini

www.forumartecontemporanea.it

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Whitehouse Blog

    Mi sembra interessante che le tematiche sollevate dal Forum siano le stesse che sei anni fà il blog Whitehouse ha iniziato a sollevare nell’indignazione generale; certe cose erano nell’aria prima del 2009, ma nessuno aveva il coraggio di portare con forza certi temi nel dibattito pubblico. Assenza di pubblico, artisti come tronchetti sacrificali per il fuoco del sistema, assenza di un confronto critico leale e vitale, distacco della politica, esterofilia, ikea evoluta, nonni genitori foundation, ecc. ecc. Per molti aspetti è diventato fin troppo facile, criticare e commentare. Bisogna tornare a riconoscere un valore condiviso nell’opera d’arte, diversamente possiamo fare a meno dell’arte. Un valore che non sia solo una formula retorica e buonista per riempirsi la bocca con arte e cultura. Diversamente ci sono cose più belle da fare. Per alcuni parlare di valore è anacronistico, sicuramente è impossibile definirlo in modo oggettivo, fortunatamente. Infatti, se ci pensiamo, le cose più importanti e più piacevoli della vita hanno una valore indefinito, che cambia, che finisce o che ogni giorno rinasce. L’apparente inutilità dell’arte, l’impossibilità di quantificare, come facciamo per uno smartphone o per un suv, è già di per sé un “valore”. Se guardiamo il mondo, forse bisogna iniziare a diventare anacronistici. Quindi parliamo di valore, impegniamoci nella missione impossibile di quantificare il valore; il valore comparirà in modo sorprendente. Da sei anni cerco di stimolare in questo senso il sistema dell’arte. Purtroppo i professionisti dell’arte hanno paura di questa “missione impossibile”, non sono disposti a mettere in discussione i dispositivi retorici (come le opere e le mostre) che legittimano la propria posizione e il proprio stipendio. Senza capire che invece sarebbe il contrario, ovviamente dovendo lasciare sul campo molte certezze, molti mostri sacri e giovani promesse.

    Io parteciperò al tavolo Quantità di pubblico VS qualità della proposta. L’obbiettivo è quello di trasformare “VS” in “E”. Non solo in termini di significato ma anche linguistici, ma vedremo perché. Esistono due ordini di problemi che devono trovare una mediazione:

    1) La “proposta” non può essere qualcosa che piomba dal cielo, un’astronave atterrata, e il museo una cattedrale nel deserto. Ci vuole consapevolezza del contesto, l’attinenza al contesto e al pubblico è una VALORE. Se faccio una mostra nel porto di Livorno devo parlare ai pescatori di Livorno, non a Daniel Sbirimbaum di New York. Parlare ai pescatori anche in termini oppositivi, ma parlarci. In questo modo divento anche più interessante per Daniel Sbirimbaum di New York, che è stufo di vedere sempre la solita mostra che assomiglia a quella che vede a New York ogni fine settimana.
    2) Serve un nuovo protocollo di formazione per il pubblico prima e durante la nostra proposta. Soprattutto prima, diversamente saremo sempre costretti a proposte che devono interessare in pochi secondi, scivolando nel “luna park per adulti” e mettendoci in competizione con proposte di intrattenimento ben più forti. L’arte si deve sottrarre da questo giochino dell’intrattenimento e della contemplazione, o quantomeno deve avere forte consapevolezza di questo. Formare il pubblico non significa educare in modo didattico, le persone dopo 8 ore di lavoro non vogliono tornare a scuola. Formare il pubblico significa creare uno spazio di opportunità dove il pubblico si possa appassionare e interessare. Il primo problema a questo proposito è pensare a CHI FORMA i FORMATORI. Serve una formazione che esca da schemi precostituiti. Sulla formazione dei formatori e del pubblico il blog Whitehouse dal 2010 ha proposto diversi progetti che sono una goccia del mare ma efficaci (Corso Pratico di Arte Contemporanea, Duchamp Chef, MyDuchamp). Parliamone.

    Una formazione continuativa prima della nostra “proposta” e durante la proposta stessa, potrà favorire la qualità della proposta. Ma cosa significa qualità? Come fare le differenze e definire oggi la qualità nell’arte contemporanea senza alcun cronfronto critico vitale? Gli articoli monografici e i testi per giustificare le proprie scelte curatoriali, non contano. Bisogna recuperare un valore condiviso dell’arte. Non parlo di oggettività assoluta e verità assolute. Ecco perché da sei anni cerco di stimolare in tutti i modi il confronto critico in Italia. Non creare l’ennesima opera ma cercare di fare le differenze fra le opere. O al limite esorbitare lo stato di crisi e arrivare a ridefinire l’idea di mostra, artista e museo. Una valore condiviso dell’arte permette un interessamento serio da parte della politica, diversamente siamo come il “circolo degli “scacchi”, perché la politica dovrebbe interessarsi? E perché non dovrebbe fare scelte di convenienza?
    In Italia una formazione nuova del pubblico e una nuova sensibilità nella selezione della “proposta” potrebbero trasformare “VS” in “E”. In questo modo passeremo anche dall’inglese all’italiano, diventando anche più interessanti agli occhi del mondo.

  • Il mito culturale dell’arte contemporanea è ben chiaro in questa “performance” pubbicata ora da artforum…

    “You want art for the masses?” one protester shouted into a bullhorn. “Then fund more classes!” others replied. They were part of the United Teachers Los Angeles union, which had gathered in front of the Broad Museum on its opening day, reports Joel Rubin for the Los Angeles Times. The group was irked by the fact that philanthropist Eli Broad had already donated $144 million to expanding LA’s charter school program, and was planning to give more.

    “Charter schools are destroying public education,” said one protester. “Broad wants to own 50 percent of our schools. That’s untenable.”

    A spokeswoman for Broad said, “As families demand high-quality public school options—and more students want to attend public charter schools, we want to support them in meeting that demand. Our only interest is in supporting the growth of high-quality public schools.

    http://artforum.com/news/id=55086

    • Stefano

      Ma gli artisti come mai non vengono mai coinvolti?

      • Marco Enrico Giacomelli

        Al mio tavolo erano in 3 su 8 relatori. La categoria maggiormente rappresentata.

        • Whitehouse Blog

          Bella Giac. Pier Luigi Sacco ha ragione: “Orange sviluppa una partnership con Louvre Lens per… sponsorizzare le mostre? No: per lavorare su prototipi sperimentali di comunicazione. Perché il museo è prima di tutto uno spazio di produzione di conoscenza.”Ma allora è giusto chiedersi cosa sia oggi l’artista, comunemente inteso. Tradizionalmente inteso; quello che è ancora vivo e produce manufatti, a volte solo “fatti da altri” (ready made), che le persone vanno a cercare dentro un luogo X. Ma quanto è vecchia e stantia questa immagine? Aggiungo: quanto sono deboli gli artisti oggi? Al Forum di Prato gli artisti c’erano eccome, ed erano quelli del comitato promotore. Nulla di male, avete mai sentito parlare di arte relazionale o arte immateriale? Dove sta il centro dell’opera? A Prato non c’era -giustamente- una definizione sorpassata di artista, e quelli che c’erano avevano un ruolo giustamente secondario. Questo non vuol dire che l’opera d’arte deve sparire; anzi, dopo un secolo come il novecento, mi sembra chiaro che le opere d’arte ve le potete fare a casa vostra, ed evitare di spendere “money for nothing”. O al limite scegliere ikea evoluta consapevole e accessibile: autocensura. Se invece vogliamo parlare di innovazione – leggi consapevolezza- rispetto al format tradizionale di mostra vi segnalo l’ultimo progetto di whitehuse alla boros collection di berlino. Una collezione fatta in un bunker della seconda guerra mondiale comprato da un miliardario e reso sopra casa fighissima e sotto super museo, e che per visitarlo ti devi anche prenotare tre mesi prima. Come se uno va a Berlino, e tre mesi prima dovesse prenotare la sua visita ad una collezione privata. Ecco, la mostra che ho curato alla Boros potete vederla adesso, rimanendo dove siete, enjoy: autocensura.

          • Michele Dantini

            Qui sul tema @https://www.researchgate.net/publication/271371426_Oltre_le_Digital_Humanities._Ripensare_il_museo_di_arte_contemporanea_dal_punto_di_vista_dellinnovazione_tecnologica_e_sociale_in_Predella_34_gennaio_2015_pp._482-490

          • Whitehouse Blog

            Lo leggo subito, se faccio io una cosa così mi mandano a casa Tosatti e Stampone con un cartello giallo e una scritta nera :)

          • Michele Dantini

            Mio caro, ma tu sei quasi sempre OT

          • Whitehouse Blog

            Articolo letto. Puntualissimo e come sempre sviluppi il discorso in modo completo, chiaro ed efficace. Se tuo sei uno scienziato, io da “meccanico” negli ultimi sei anni ho cercato di stimolare e praticare nuovi protocolli di messa in cammino. La “mostra” alla Boros di Berlino è solo l’ultimo esempio di una nuova definizione di museo, artista, opera e spettatore. Un nuovo spazio per il museo: “il luogo dove siamo adesso”. Come detto pubblicamente a Prato in questi sei anni è sembrato logico ridefinire ex novo nuovi protocolli (da “meccanico” questa parola mi piace) per relazionarsi con il pubblico. Ed ecco le lezioni aperte alla sera, al pub; dove da una dimensione di relax è più facile partire dalle opere (900-anni 90) per riflettere sull’idea scivolosa e sorprendente di valore. Fino a MyD. (autocensura) che propone opere come cavalli di troia, non per educare ma creare un nuovo spazio di opportunità per il pubblico. E il luogo finale è ancora la nostra dimensione privata, la nostra casa. Penso che si debba partire dalla “nostra casa”, bisogna disobbedire a noi stessi, a quelli che siamo. E non avere troppe speranze nelle istituzioni; solo in un secondo momento, quando un valore dell’arte condiviso sarà più chiaro, forse o sicuramente la politica e le istituzioni dovranno seguire. Ti lasco con queste estratto da Il Radicante di Bourriaud che ho letto a posteriori ed esprime bene il progetto alla Boros e altri (segnalo anche quello all’Abbazia di Sènanque): “Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.”

  • Michele Dantini

    Caro Luca cogli in parte il mio punto di vista ma diffido del termine “anacronismo”, “anacronista”: in Italia tra fine Settanta e primi Ottanta si è prestato al revival e questo per me non è interessante. ;)

    • Whitehouse Blog

      Ciao Michele, mi sono espresso male. Mi riferivo al coraggio di parlare di “valore”, termine scivoloso, faticoso, e che molti vedono come argomento anacronistico e naive. Io invece voglio parlare dell’opera e del suo valore per la vita sulla terra. A costo di mettere in discussione Boetti, Arena, Vascellari o il nuovo artista cool che ripesca dal mercatino dell’antiquariato. Se mettiamo in relazione contesto, opera in sé, e intenzioni, partiamo verso l’idea di valore e su questa strada senza meta, possiamo trovare molte cose interessanti e appassionanti. Sabato sera a Prato vorrei invitarti ad un aperitivo, accetta così facciamo pace :)

  • Come al solito: belle parole (piacevole a leggersi, davvero) per arrivare a rappresentare la situazione attuale, i suoi problemi ma la soluzione sempre assente. Vediamo l’edificio crollato e quindi il solito “che fare?” rimane una domanda senza risposta.
    Andare ad un forum senza soluzioni ritengo sia perdita di tempo.
    Provo allora a dare la mia soluzione (molto radicale) al problema:
    1) l’arte DEVE essere un HOBBY (non guardate questa parola in modo dispregiativo; se andate al circolo degli scacchi che cita LR trovate gente appassionata all’argomento, sinceramente interessata, se non si incontrano solo per vincere tornei). Di sincerità si parlava con Dantini qualche post fa… Se faccio arte per hobby intendo farla senza ritorno economico. Perche se iniziamo a parlare di remunerazione la sincerità rischia di perdersi. Si entra nel mondo del compromesso e si perde in purezza.
    2) l’arte é una questione PERSONALE e ViTALE. possiamo parlarne certo, leggere articoli…ma alla fine il giudice devo essere io, io devo sentirmi libero di valutare un lavoro artistico come voglio, senza paura. È questa valutazione non può prescindere dal suo ruolo nella mia vita di tutti i giorni. Penso che questo principio sia desumibile da tutta la storia dell’arte che conosciamo.
    3) se 1) e 2) sono veri, allora il museo, le gallerie non hanno senso se rimangono così come sono. Se io devo vivere un’opera e questo non può risolversi in una vista di qualche ora, allora si deve passare ad un diverso concetto di “uso” dell’opera: i musei e le gallerie devono fornire servizi di noleggio delle opere, così ci posso stare giorni e giorni a contatto con l’opera, me la gusto da solo, nella normalità. Ho il tempo di trovarne (sempre che ci sia) il valore per la mia vita di tutti i giorni. Ultima cosa: l’arte a scuola? Deve essere l’unica materia senza valutazione finale, in modo che anche qui possa regnare la sincerità.
    Insomma l’arte deve essere un mondo a parte staccata dalla logica che regna nel mondo e ciò ci permette di capirlo meglio.
    Non verrò al forum, ma spero saranno disponibili i testi che saranno presentati e le discussioni dei vari tavoli così me li potrò gustare a casa mia e spero anche che il forum aldilà dei giorni in presenza fisica possa estendersi via rete anche nei giorni successivi (un consiglio agli organizzatori se già non ci hanno pensato)

    • Whitehouse Blog

      Giusto Co.Da, serve sicuramente una ridefinizione dei termini, e questa riflessione sembra avvenire in italia, spero a prato, in maniera molto significativa. Il mio blog, nel suo piccolo, siamo una goccia nel mare, sta “facendo” eccome. Abbiamo ridefinito l’idea di mostra, lavorando su una schizofrenia tra esperienza diretta e documentazione. Abbiamo realizzato dal 2010 tre progetti per trovare un punto di contatto tra arte e pubblico. Un punto che non sia educativo ma uno spazio di opportunità. Io penso di essere l’unico in italia che ha argomentato anche in modo critico gli artisti italiani degli ultimi 25 anni. Chiaramente vengo ostracizzato e messo nell’angolo. Ma Parto sarà una bella occasione per condividere questo lavoro e trovare nuovi compagni di strada.

      • Caro Luca, la differenza tra me e te che tu stai facendo il possibile per entrare nel sistema vigente io invece cerco di starne fuori il più possibile. Un giorno ce la farai e sarà la tua fine. Sei come i partiti di opposizione che vogliono governare ma quando ci arrivano non sono poi tanto diversi da quelli che criticavano. Tu Preferisci Tsipras o Varoufackis?

        • luca rossi rossi

          Peccato che a differenza della politica non ci sia alcun sistema in cui entrare. Il sistema è nei tuoi occhi. Io cerco solo di tendere una mano :)

          • Scusa luca, ma le varie biennali, i musei, i curatori che sono? Solo una mia allucinazione? ;)

    • Michele Dantini

      La “soluzione” che cerchi, e che ho indicato in modo chiaro, è nel rapporto tra arte contemporanea, artisti e storie dell’arte. Attraverso questo rapporto gli artisti possono ritrovare una loro conoscenza specifica, certo non di tipo antiquario, e trovare stimolo e spunto autonomi. Questo significa “gli artisti come conoscitori”: gli artisti si affrancano da tutele callose e da una dipendenza oggi troppo stretta da “programmi” curatoriali. Chiaro adesso CoDa? Saluti :)

      • Scusa Dantini ma dire che gli artisti devono rapportarsi alla storia dell’arte non mi sembra una gran soluzione. É sicuramente condivisibile e giusto ma scontato, non trovi? É un buon punto di partenza, ma noi abbiamo bisogno di punti di arrivo. tu dici che bisogna “contemporaneizzare” la storia dell’arte… Ok… ma next step? Mi sa che arrivi al mio concetto di arte come hobby. Ma questo implica un ulteriore step, come ho motivato sopra, il distacco totale (si, proprio totale) dal sistema che non mi sembra di trovare nella tua proposta. Tu pensi che un artista possa veramente affrancarsi “da tutele callose e da una dipendenza oggi troppo stretta da “programmi” curatoriali” rimanendo dentro il sistema? Io no.
        Un caro saluto !)

        • Michele Dantini

          L’attuale formazione artistica passa molto (troppo) per informazione testualizzata e non di rado di seconda mano, come manuali, fascicoli e riviste, e meno (poco) per un’esperienza diretta delle opere d’arte e buone letture storico-artistiche. Si tratta allora di cambiare per arrivare a un rapporto più colto e insieme emozionante con le opere d’arte, liberato dalla mera “burocrazia” storiografica e dal luogo comune. Questa è una prima e fondamentale trasformazione educativa, e non è per niente scontata. Avremo modo di parlarne meglio in altra occasione. Un caro saluto.

          • Perfettamente d’accordo.
            Grazie e buona giornata