Giocatore libero. Luca Bertolo sul “caso Favelli”

Riassunto delle puntate precedenti: Alberto Dambruoso invita Flavio Favelli a Cosenza. Lui dipinge un murale in memoria del calciatore Gigi Marulla, ma senza ritratto né nome. E allora viene chiamato Lucamaleonte, che “rende esplicita” l’opera. E scoppia il putiferio. Ora interviene in merito un altro artista, Luca Bertolo.

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Flavio Favelli, Luigi Marulla, Cosenza 2015 - l'opera originale

Flavio Favelli, Luigi Marulla, Cosenza 2015 – l’opera originale

FAVELLI RICERCATORE PURO
Flavio Favelli è uno dei nostri migliori artisti. In una ventina d’anni si è conquistato visibilità e rispetto giocando da solo, a tutto campo, con o senza gallerie alle spalle, con o senza curatori/critici alle spalle. Più importante: ha sempre fatto quella che in ambito universitario si chiama ricerca pura – ovvero, in ambito artistico, ha sempre dimostrato un ethos limpido.
I suoi lavori, presi singolarmente, possono piacere o meno; in generale, la sua opera viene da alcuni considerata troppo passatista, o a rischio design, o un bric-à-brac di modernariato, o troppo intimista. Critiche discutibili ma legittime.
(Ce ne fossero di discussioni sul valore formale (cioè a dire, in arte, valore tout court) delle opere degli artisti! Al contrario, la quasi completa dissoluzione della critica d’arte in Italia ci ha disabituato ad argomentare le nostre impressioni e, in ultima analisi, ci ha disabituato a “leggere” autonomamente le opere, al di qua dei comunicati stampa.)

L'opera di Flavio Favelli a Cosenza corretta dai tifosi

L’opera di Flavio Favelli a Cosenza corretta dai tifosi

LOGHI DELLA MEMORIA
Dunque Favelli giocatore libero. Con il debole per il calcio, specie se d’antan. Ma che sia la figurina Anni Settanta di un calciatore, una vecchia lattina di Pepsi Cola o i resti di un aereo (magari con il logo della compagnia aerea) dopo una strage non fa una differenza enorme per Favelli: sono inneschi emotivi per un cortocircuito tra sé e il mondo, tra la propria storia (biografia) e la Storia. Questo è il suo modo. E questo modo, a differenza delle opere, non è discutibile (come non si discute della propria paura dei ragni o dell’amore per una donna).
Dunque Favelli giocatore libero, malinconico e formalmente astruso. Vive isolato, ma viaggia di continuo. Misantropo che ama buttarsi in luoghi pubblici (con o senza sovvenzioni, con o senza cassa di risonanza mediatica). I murales, poi, ci mancava solo questo. Ingrandimenti di carte che avvolgono le arance, scatole di tonno: i loghi della memoria (se mi passate la formula). Evidentemente, logo e design delle confezioni industriali attirano Favelli (e non solo lui), oltre che come innesco storico-emotivo, anche in senso schiettamente grafico: rettangoli, ovali, piani di colore omogeneo ecc. Pura visibilità (che bella questa formula usata da Croce per il pensiero di Konrad Fiedler).

Favelli e Lucamaleonte a Cosenza

Favelli e Lucamaleonte a Cosenza

LA CRONACA DEI FATTI
Ora, per arrivare alla malinconica cronaca, il paradosso di Favelli a Cosenza è stato quello di evocare un personaggio storico (tale è ormai, dopo la morte) non già con una presenza, ma con un’assenza. Meraviglioso gesto – non nuovissimo ma originalmente risolto. Pensate: vedo (sento, sarebbe meglio dire, come con i fantasmi) qualcuno/qualcosa che non c’è. Pura invisibilità. Ma ecco già si sente da lontano il rumoreggiare della folla. Ma come, i fantasmi?! (Eccetera eccetera: avete già letto i resoconti).
La lettera di Favelli (lettera/opera) è di una lucidità esemplare. Pasolini avrebbe potuto cacciarsi in un pasticcio simile e molto probabilmente avrebbe scritto una lettera simile. Tutta la vicenda ha qualcosa di paradigmatico: un perfetto study case che proprorrei immediatamente di integrare nei corsi di arte contemporanea e curatela. Tra le tante riflessioni che l’analisi di questa vicenda permetterebbe, ci sarebbe anche quella, non secondaria, sulle difficoltà intrinseche in qualsiasi integrazione tra opera (gesto artistico) e dimensione sociale o politica: l’una essenzialmente ambigua e disinteressata, l’altra fondamentalmente legata a interessi concreti.
Dal punto di vista della narrazione poi, sembra un perfetto dramma in tre atti (triste ruolo quello di Lucamaleonte, che accetta di fare quello che fa proprio in quel luogo): opera, intervento del pubblico, intervento “riparatore” di una terza persona. Se poi, come si legge, ci fosse stato (o ci sarà) un terzo intervento alla sinistra dell’opera di Favelli, beh, è difficile non pensare all’immagine del calvario.
Del resto, chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Ma vivaddio c’è qualcuno che tuttavia si espone a questi rischi, senza retoriche della partecipazione o populismi da salotto. Da qui andrebbe ricominciata una seria discussione sulle pratiche, il valore, i limiti della cosiddetta arte pubblica.

Luca Bertolo

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  • Valentin Disparue

    Sono d’accordo, dovrebbero esserci molte più discussioni sul valore formale delle opere. Alla fine di cosa parliamo se non di cose, di oggetti, di situazioni -quindi pur sempre fatte di oggetti- anche quando questi (queste) sembrano impalpabili? Viva la sostanza.

  • Personalmente ho l’impressione che Favelli abbia sottovalutato il fatto di essere in un luogo aperto (molto differente dall’istituzione museo) e gli interessi della sua committenza, tanto più popolare di quanto si possa immaginare. Se l’idea di giocare sull’assenza è concettualmente corretta, forse la sua opera avrebbe dovuto avere sin da subito il nome del giocatore, proprio visto per quel contesto.
    Non so poi se Favelli abbia incontrato i tifosi per discutere la sua idea -visto l’esito suppongo la cosa non sia avvenuta – ma evidentemente la sua proposta è stata percepita come frutto di un’operazione verticistica, prodotta dall’alto.
    Comunque, per quanto difficilmente condivisibili, gli interventi “riparatori” o anonimi vanno accettati, poiché il contesto è l’agorà, che è lo spazio di tutti. Anche di mediocri braghettoni.

    • Cristiana Curti

      Capisco quel che dici, Daniele. Ma per me non è Favelli a doversi piegare alle richieste formalmente puntuali (ovvero sulla definizione stilistica e, forse qui ancora più, concettuale dell’opera) da parte della committenza. E’ inconcepibile che lo stesso committente inviti altri che non sia l’autore a modificare un’opera d’arte sull’onda di una pulsione puramente emotiva. Che poi il “supporto” sia un muro in cemento lungo un’arteria cittadina certamente attira, per così dire, le potenziali modifiche di chiunque, mediocri braghettoni compresi (che magnifica definizione!). In pochi giorni (ore) l’opera di Favelli sarebbe stata deturpata certamente senza bisogno del placet del sindaco, che ha concesso le modifiche per questioni di mero interesse politico o per meglio dire di personale consenso.
      E’ tutto scombinato in questa vicenda. A me pare che qui chi è fuor di tutela non è il calciatore da commemorare ma l’artista e la sua imprescindibile autonomia formale e poetica.

      • Mi pare fuori discussione il fatto che l’artista sia da tutelare, anche dalla mediocrità dei decisori politici: la catena di scelte che ha portato alla soluzione di affiancare un altro lavoro mi pare davvero sciagurata. Ma, a mio avviso, realizzare un’opera pubblica é una cosa diversa che realizzare un’opera nel proprio studio. Se accetti la sfida devi mettere in cantiere una fase di screening e relazione con il territorio ma anche la possibilità del fallimento rispetto ai destinatari finali, o il conflitto. Perché l’artista, in nome della sua libertà di ricerca su cui tutti concordiamo, quando si relaziona con un’opera pubblica è populo solutus? Perché è solo la sua libertà a contare?

        • Cristiana Curti

          Perché è stato scelto, non è lui che ha preteso di essere ospitato. E il sindaco è il rappresentante del popolo. Favelli non ha affatto dimenticato il motivo per cui è stato chiamato né per chi lavorava. Ha elaborato personalmente, come è giusto che sia, un tema peraltro condiviso con l’amministrazione. Se il “popolo” (che poi qui è un popolo parziale, se proprio vogliamo dirla tutta: la “curva” non rappresenta la comunità intera dei cittadini di Cosenza, ne è forse, piuttosto, solo la parte più rumorosa) si sentiva così privato di una esplicita interpretabilità dell’opera, forse si poteva pensare di affiggere un cartellino didattico, come nei musei più consueti…

          • Cristiana Curti

            Aggiungo: che la sorte dell’arte pubblica commessa sia nefasta pare un leit motif contro cui si può far pochissimo. A partire – per parlare di tempi relativamente recenti – dalla statua di Oliviero Rainaldi a Roma che accese infinite polemiche anche su queste pagine. Anche in quel caso un sindaco fece marcia indietro (preoccupatissimo di dare di sé un’immagine di – del tutto inusuale – efficienza e di vicinanza con il comune sentore) e istituì addirittura un comitato affinché la statua venisse riconsiderata, restaurata, modificata e ripresentata (senza per me particolari vantaggi estetici, per la verità) lì, almeno, dal suo stesso autore.
            In quel caso, si aveva forse più ragione perché davvero quel Woitila non piaceva a nessuno? Anche in quell’occasione – e di fronte a un’opera effettivamente poco difendibile sul piano formale – ricordo che non potei che stigmatizzare sia l’operato di un politico che si intrometteva in faccende che non erano di sua competenza sia il comportamento della comunità artistica in genere, la quale, invece di essere compatta su questioni di principio, sembrava del tutto indifferente quando non consenziente rispetto all’infame trattamento riservato a un suo sodale.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Per capire: per principio devo difendere chiunque appartenga alla comunità artistica? Tipo clan mafioso? Anche no, per quanto mi riguarda. E fra l’altro, vivaddio, non sono l’unico a pensarla così – lo dimostrano secoli di “scazzi” fra artisti, collezionisti, critici, storici, curatori ecc. ecc.

          • Cristiana Curti

            Non si preoccupi, gentile Giacomelli, non c’è proprio nessuno che difende l’onore offeso dell’arte. Nemmeno lei. Figuriamoci i mafiosi, che hanno ben altro a cui pensare.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Ho detto che una difesa del genere da lei prospettato mi richiamava alla mente gli stilemi mafiosi, non che questi ultimi dovessero difendere gli artisti! E di quell’impressione ho conferma nella sua risposta, quando parla di “onore offeso”: sembra di stare nel Padrino. L’arte è (dovrebbe essere) un campo in cui agiscono forze LIBERE, anche e soprattutto da insane logiche di casta e “famiglia”. Se ritengo che un artista (un critico, uno storico, un collezionista, un museo, una galleria ecc. ecc.) sbagli, lo dico forte e chiaro, esponendo le mie motivazioni.

          • Cristiana Curti

            Va bene, allora, guardi, d’ora poi correderò le mie battute con la faccina sintetica di prassi :), e nel caso :) :), così mi adeguerò allo stile che va per la maggiore.

    • Mi pare fuori discussione il fatto che l’artista sia da tutelare, anche dalla mediocrità dei decisori politici: la catena di scelte che ha portato alla soluzione di affiancare un altro lavoro mi pare davvero sciagurata. Ma, a mio avviso, realizzare un’opera pubblica é una cosa diversa che realizzare un’opera nel proprio studio. Se accetti la sfida devi mettere in cantiere una fase di screening e relazione con il territorio ma anche la possibilità del fallimento rispetto ai destinatari finali, o il conflitto. Perché l’artista, in nome della sua libertà di ricerca su cui tutti concordiamo, quando si relaziona con un’opera pubblica è populo solutus? Perché conta solo lui?

  • Angelov

    Scusate l’intromissione, ma “quanto rumore per nulla”…
    Persino Pasolini è stato citato, perché aveva l’hobby di tirare qualche calcio ad un pallone; ma dove è finito il senso critico?
    Il Calcio, uno sport-spettacolo che se dovesse essere giudicato per l’alto ascendente educativo che ha sulle masse, dovrebbe essere abolito all’istante; enclave di quel fenomeno antisportivo che è definito col nome di Tifo; ricettacolo di corruzione globale con scommesse truccate persino da Singapore su partite di squadre di serie C; fattore di un campanilismo pervertito incapace di sublimare nello sport i risentimenti collettivi, ma al contrario di aizzarli…
    E l’elenco potrebbe continuare, ma è tardi e domani mi devo svegliare molto presto di mattina.

    • paolocarniti

      Veramente il nulla che avanza condito dal vuoto che rimbomba

  • Gabriele

    Non entro nel merito della questione. Volevo solo far notare che le prime due foto sono perfettamente sovrapponibili (notare le nuvole in cielo) e sembra (dico sembra) che il nome del calciatore sia stato aggiunto con photoshop più che da un ultrà.

    • flavio favelli

      Ho scelto la stessa foto e ho sovrapposto la scritta che hanno fatto gli ultras perchè l’immagine dell’opera “corretta” che mi hanno mandato non mi piaceva. Giusto per evidenziare semplicemente un “prima” e un “dopo”. Comunque può andare sempre a Cosenza, in Viale della Repubblica, giusto prima del cavalcavia del fiume Busento.

  • Quello che è successo a Cosenza è splendido. Peccato che il processo dinamico si è fermato. Mi piacerebbe che continuasse anche post opera di Lucamaleonte. Provo a continuare io.
    Propongo di guardare la foto a supporto dell’articolo. C’è il lavoro di favelli, modificato, c’è l’intervento di lucamaleonte e c’è la foto pubblicitaria della Ford e quella parziale dei supermercati conad. Queste due nuove immagini, insieme a quelle delle due straniere col velo, ci aiutano a capire meglio la situazione. Ford e conad sono assimilabili come approccio (pop?) a quello di lucamaleonte. Poi nella foto ci sono due donne che sembrano straniere x via dei veli. Il velo e l’essere straniere li avvicina a favelli che ha reso straniero Marzulla (ed è per questo che alcuni hanno aggiunto il nome del calciatore).
    Noto e ignoto, privato e pubblico, due termini che entrano in gioco e non possiamo (dobbiamo) stabilire chi è il più giusto, perché sono lì sullo stesso piano (fotografico e non). Ognuno guardi i lavori, la foto, ciò che é pubblico, ma privatamente si crei il suo mondo “Marzulla”.
    Grazie a tutti: Giuseppe, Favelli, Lucamaleonte, il sindaco, la popolazione…

    • christian caliandro

      Grazie a te, CoDa. :)