Inpratica. In risposta a Michele Dantini

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un pezzo di Michele Dantini sull’immaginazione scismatica. Partendo dalla “Storia dell’arte italiana” Einaudi e attraverso il cartone animato “Frozen”, giungeva fino alla protesta di Henry David Thoreau. Ora Christian Caliandro risponde, e siete chiamati tutti al dibattito.

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Luigi Ghirri, Roma (Kodachrome, 1978) - courtesy eredi Ghirri

Luigi Ghirri, Roma (Kodachrome, 1978) – courtesy eredi Ghirri

Qualche giorno fa Michele Dantini scriveva: “Dovremmo appunto proporci di essere temerariamente innovativi. E dunque avvicinare sfera estetica e sfera pratica, ‘creatività’ e nuda vita. Immaginare scismi, appartenenze a venire e nuove comunità locali e transnazionali. Ignorare tutto ciò che viene dall’informazione mainstream. Negoziare con più durezza al tavolo in cui ci si confronta sulle norme di urbanità e convivenza. Porre in atto forme sostenibili e concrete di disobbedienza. Quali? Non è il momento di dissolvere ogni astrattezza. Per adesso è sufficiente comprendere che non si è tenuti a ricambiare con fedeltà o rispetto istituzioni che disattendono l’obbligo della decenza o da cui non giunge riconoscimento” (L’immaginazione scismatica).
Questo articolo è attraversato dall’urgenza di mettere a fuoco una situazione drammatica come quella italiana, unita a dubbi rilevanti, e motivati, intorno alla funzione – e persino alla capacità – trasformatrice della cultura e degli oggetti culturali (“‘arte’ e ‘cultura’ hanno davvero la capacità di trasformare i costumi? Hmmm. Permettetemi di dubitarne”; “Davvero la ‘cultura’ è qualcosa che si può organizzare, un ‘oggetto’ suscettibile di dimostrazione e ragionamento?”). Questo tipo di domande ha attraversato periodicamente la storia culturale e intellettuale italiana (solo per rimanere ai decenni tra Quaranta e Settanta: Vittorini, Levi, Rossellini, Olivetti, Pratolini, Longhi, Calvino, Pasolini, Parise, Volponi, Ottieri, Sanguineti, Balestrini, Eco tra gli altri, fino ai citati Lonzi, Previtali e Fossati…): la risposta ad esse sembra davvero strutturare la percezione della nostra identità, e del ruolo che di volta in volta, di epoca in epoca, decidiamo di affidare alla cultura – come elaborazione e come fruizione.
Occorre dunque tener conto, sempre e comunque, di tutto quello che è accaduto in Italia negli ultimi trenta-quarant’anni (e che, considerato retrospettivamente, può assumere un aspetto minacciosamente distopico): vale a dire, la famosa “mutazione” antropologica individuata e studiata a fondo da Pasolini: “L’‘edonismo’ del potere della società consumistica ha disabituato di colpo, in neanche un decennio, gli italiani alla rassegnazione, all’idea del sacrificio ecc.: gli italiani non son più disposti – e radicalmente – ad abbandonare quel tanto di comodità e di benessere (sia pur miserabile) che hanno in qualche modo raggiunto. Ciò che potrebbe promettere un nuovo Fascismo, dovrebbero essere appunto, dunque, “comodità e benessere”: che è una contraddizione in termini. In realtà tuttavia c’è stato, e c’è, in Italia un nuovo Fascismo che fonda il suo potere proprio sulla promessa della comodità e del benessere…” (Previsione della vittoria al ‘referendum’, “Il Mondo”, 28 marzo 1974, poi in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975). E: “La finta espressività dello slogan è… la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte” (Analisi linguistica di uno slogan, pubblicato con il titolo Il folle slogan dei jeans Jesus, “Corriere della Sera”, 17 maggio 1973, anche in Scritti corsari, cit.).

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Michelangelo Antonioni, L'eclisse (1962)

Michelangelo Antonioni, L’eclisse (1962)

È questa “l’informazione mainstream”, oggi: la sua qualità e la sua temperatura. Il problema è che non sono affatto convinto che sia possibile ignorarla; o che, una volta ignorata, rimanga poi a nostra disposizione la possibilità concreta di condurre un discorso anche minimamente ‘comprensibile’, o che faccia effettivamente presa sulla realtà (sociale, culturale, politica, economica). In caso contrario, ci metteremmo da soli in una posizione pericolosa: cioè, continueremmo a far finta che le richieste possano essere avanzate a partire da una piattaforma condivisa.
Il contesto in cui ci muoviamo e in cui siamo immersi si sostanzia invece proprio dell’ostilità feroce alla possibilità stessa di lasciarsi trasformare dagli oggetti culturali e ancor più dalle idee – che cosa di maggiormente ineffabile, inafferrabile eppure potente? –, di lasciarsi cambiare internamente; alla possibilità che la nostra identità personale, e persino quella collettiva, non siano monolitiche, date una volta per tutte e immobili, ma soggette a continua mutazione.  Che anzi l’identità sia questa mutazione, questo movimento. Un’idea sempre percepita, a livello diffuso, come “terrificante”.  Riconosciamo quindi una volta per tutte – almeno come utile punto di partenza per quelle “forme concrete e sostenibili di disobbedienza” di cui parla Dantini – un elemento a mio parere centrale nell’Italia degli ultimi decenni: l’avversione profonda che il sistema istituzionale inteso nel suo complesso (lo “Stato”?) ha sviluppato nei confronti dell’arte e della cultura, come produzione e come fruizione; che vuol dire poi avversione e ostilità per l’innovazione, per l’inedito e lo sconosciuto. All’arte e alla cultura si chiede dunque, non da oggi (diciamo: a partire da qualche punto tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Anni Ottanta) di: confermare ciò che già tutti sanno, o presumono di sapere; fungere da elegante decorazione; celebrare classi dirigenti; autocelebrare e autoassolvere un’identità collettiva consunta. Erosa.
Qui ci sono schemi di riferimento, modi di vita, sistemi di valori in conflitto.
Siamo arrivati incredibilmente, e molto naturalmente, al punto che avere un lavoro non-solo-culturale “normale” e normalmente retribuito è per intere generazioni l’equivalente un sogno irrealizzabile, e al tempo stesso un odioso privilegio: questo aspetto fondamentale ha alterato per esempio – e sta ancora alterando – la percezione del tempo (sia quello storico che quello della propria esistenza), la percezione della propria società all’interno di questo tempo e infine la percezione di se stessi. I trenta-quarantenni hanno introiettato in profondità l’umiliazione collettiva, l’espulsione dai diritti elementari e l’ingresso in una dimensione di esistenza già oltre la precarietà, sostanziata dell’incertezza totale sui mezzi di sussistenza e sugli obiettivi a medio-lungo termine da raggiungere. Ora, occorre – faticosamente, dolorosamente – disabituarci a questa condizione. E scavare nelle modalità di questa ‘disabitudine’ l’immaginazione del tempo nuovo.

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Donatello, Miracolo del figlio pentito, dall'Altare del Santo (1448), bassorilievo, Basilica di Sant'Antonio, Padova

Donatello, Miracolo del figlio pentito, dall’Altare del Santo (1448), bassorilievo, Basilica di Sant’Antonio, Padova

Detto questo, credo fermamente che arte e cultura abbiano davvero la capacità di trasformare in profondità – in senso positivo così come negativo, ça va sans dire – non solo i costumi, ma i cervelli degli individui. Come ho avuto modo di scrivere di recente sul n. 2 della rivista Scenari, invitato peraltro dallo stesso Dantini, questo è ciò che penso: “L’immaginario culturale… è l’infrastruttura psichica di una società. […] L’immaginario è in grado di illuminare tutti gli altri settori (politica, economia, costume), per il semplice fatto che esso influenza e irradia ogni aspetto dell’esistenza individuale e collettiva.  L’immaginario culturale è la forma che assume l’atmosfera mentale di un determinato periodo, e che a sua volta influenza comportamenti idee scelte”.
Il nucleo è e rimane l’identità. O meglio, il processo di (ri)costruzione dell’identità, del singolo e di una comunità. L’identità non come qualcosa di fisso, di determinato, di monolitico, ma come qualcosa che vive della e nella trasformazione. Al centro di questo processo ancora agli albori c’è, ovviamente, il trauma della crisi.
Se la realtà è conflitto, e se la comprensione stessa della realtà è conflitto, occorre allora ripartire dai modi originali, innovativi, eretici in cui le possibilità alternative di costruire comunità – Stato – sono state immaginate ed elaborate nei passaggi cruciali di questa nazione: “In un paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e apparentemente rivoluzionarie tra esse, saranno riportate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano. […] Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare un nuovo Stato, che non può essere né quello fascista, né quello liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale. Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato: al concetto d’individuo che ne è la base; e, al tradizione concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L’individuo non è una entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che definisce lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi” (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli [1945], Mondadori, Milano 1970).

Christian Caliandro

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  • Premesso che parlare di stato nazionale è alquanto relativo nell’era della globalizzazione: si poteva parlare di stato fino agli anni settanta/ottanta, oggi è assai difficile capire fino a che punto le politiche economiche, culturali e politiche appunto di uno stato che permeano una società civile nazionale possano essere imprescindibili dal contesto globale ed europeo come nel nostro caso. Oggi penso che la cultura e l’arte possano fare molto e proporsi, nella propria originalità e identità dialettica, come alternativa fondamentale a temi e a caratterizzazioni sempre più spersonalizzanti, asfissianti, usuranti che ormai azzerano ogni differenza e sono riconducibili a una società consumistica, globale e multiculturale come la nostra di cui veniamo permeati quotidianamente e che non sto qui ad elencare ma sono facilmente intuibili e dove il regista principale è il governo neoliberista mondiale.
    Fondamentale sarà che l’arte si smarchi, molto di più di adesso, da logiche imposte dal sistema in forma di premiologie varie, dittatura museale-curatale o mode imposte da chi gestisce i principali circuiti veicolativi dell’arte privati e istituzionali.

    • walter

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    • christian caliandro

      Ovviamente nessuno si sogna di astrarre l’Italia dai processi continentali e globali in cui è inevitabilmente coinvolta; semplicemente, la discussione non può non tenere conto di mutazioni e trasformazioni che hanno riguardato il tessuto della società – della nostra società – nell’ultimo quarantennio, e che di certo si inseriscono in un contesto internazionale, ma conservano una loro specificità. Qui ragioniamo di come una situazione come quella italiana possa creare le condizioni per una ricostruzione del rapporto tra arte, politica, identità collettiva, storia culturale, immaginario (come scrivevo sopra, “il nucleo è e rimane l’identità”). E comunque, le politiche culturali di un governo sono – ancora – pertinenza e responsabilità di quel governo (il che non vuol dire, ovviamente, che siano “imprescindibili” dallo scenario). Molto d’accordo sul ruolo fondamentale di arte e cultura oggi – dal punto di vista proprio “comportamentale”.

      • Walter

        Condivido anche questo anche se un limite italiano é proprio
        Questo essere questo sentirsi vincolati da cosidette “condizioni oggettive” , da una situazione endemicamente imprescindibile: se c’é stata un ‘ideologia tedesca c’é stata e c’é un’ideologia italiana scettica e opportunista. Qua le teste dei re non sono state tagliate a tempo debito e invece di Rimbaud abbiamo avuto Leopardi , che comunque sapeva bene e ben descriveva dove di trovava.

        • christian caliandro

          è vero, però:
          a. non è che la rivoluzione in Italia non c’è stata a tempo debito: non c’è stata proprio;
          b. con tutto il rispetto e l’amore per Rimbaud, Leopardi è il più intenso pensatore/poeta/prosatore dell’Ottocento EUROPEO (anche lui, come dici, molto molto interessato alle questioni relative al carattere nazionale).

          • walter

            Riguardo il punto a. si, certo era implicito in quello che dicevo, siamo d’accordo! Purtroppo abbiamo avuto la rivoluzione fascista e altre rivoluzioni all’indietro vorrebbero preannunciarsi oggi.
            su b. che dire? io preferisco Rimbaud ( e i Rolling Stones ai Beatles )
            che si è permesso maggiori fughe in avanti, radicale senza titubanze e nostalgie, uscendo dalla torre d’avorio e pure sbattendo la porta.
            Anche se posso capire quello che intendi ma senza fare classifiche … mi vengono in mente molti altri nomi: Goethe, Holderlin, Novalis , Shelley, Blake ecc

            Come pensatore Leopardi è un grande pensatore come pensatore italiano : ma Rousseau , Voltaire ,Hobbes, Kant , Hegel, Schopenauer e Nietzsche tanto per citarne alcuni li leggo con più interesse perchè al cuore delle questioni, cosa forse impossibile da fare in Italia

  • Angelov

    Picasso diceva che il peggior nemico della creatività è il buon gusto.
    A Michele Dantini va riconosciuta una cosa fondamentale, e cioè la sua chiarezza nell’esprimersi su questioni complesse; ad esempio, il suo intento di trovare sempre una soluzione di continuità tra settori del sociale che sembrano apparentemente separati, o in contraddizione tra di loro, o il saper interpretare le istanze inerenti il rapporto tra cultura e politica; ricorda un po’ il modo chiaro e comprensibile di cantare del grande Pavarotti.
    Ed anche se le cose della cultura, è bene non debban essere trattate come uno scherzo,
    è bene anche ricordare che l’assenza di humor tende poi a disertificare…

  • Luca Rossi

    Dantini, Caliandro, siete bravissimi ad analizzare, spolpare, il tutto criticamente. Ma quando Dantini parla di “disobbedienza”, mi deve spiegare cosa intende. Perchè prima di indicare la disobbedienza o la rivoluzione ci devono essere persone che riconoscono la rivoluzione e la disobbedienza. La cultura e l’arte vedono invece un pubblico abbandonato e analfabeta. Come se stessimo a parlare su torri d’avorio di materie universitarie e sotto, a 100 metri ci fossero bambini delle elementari. Sia chiaro, essere bambini delle elementari non è dispregiativo. Bisogna finirla con analizzare/criticare e mettere in pratica nuovi protocolli. Passare dalle parole ai fatti, e neanche ai libri o agli articoli. Uscite dalle Accademie. Evitate di vedere solo la vanità e l’egocentrismo altrui. Fate finta che nessuno abbia enciclopedie da vendere. E siate inclusivi e pronti al dialogo.