Se la nuova Fondazione Prada è il vero Padiglione Italia

Dov’è il vero Padiglione Italia? È quello che sta a Expo? Oppure quell’altro al fondo dell’Arsenale, alla Biennale di Venezia. Secondo Michele Dantini c’è una terza via: il Padiglione Italia è quello curato da Salvatore Settis per Prada, fra la nuova sede milanese e quella affacciata sul Canal Grande.

Lucio Fontana, Testa di Medusa, 1948-1954
Lucio Fontana, Testa di Medusa, 1948-1954

Una cosa è chiara come il sole di questi radiosi giorni di maggio: per i visitatori italiani e stranieri in movimento tra Milano e Venezia nei giorni dell’opening della Biennale, il vero e unico Padiglione Italia si è aperto a Milano, alla Fondazione Prada. Possiamo discutere finché vogliamo pro et contra la vague archeologica e gli appelli al classico lanciati da Serial Classic (e da Portable Classic a Ca’ Corner della Regina a Venezia). Ma non è questo il punto. È invece incontestabile che, a fronte della fragilità (per dir così) del Padiglione Italia alla Biennale, l’impegno economico profuso da Prada nell’allestimento della nuova sede milanese della Fondazione o la competenza scientifica di uno studioso di reputazione internazionale come Salvatore Settis e infine la qualità delle opere d’arte contemporanea dispiegate attorno a Serial Classic fanno sì che solo a Milano si dica in modo chiaro e accurato, condivisibile o meno, cosa siamo e cosa vorremmo essere.

Veduta della mostra alla Fondazione Prada di Milano - Francesco Vezzoli, Senza titolo (La Dolce vita. In scena René Magritte), 2008
Veduta della mostra alla Fondazione Prada di Milano – Francesco Vezzoli, Senza titolo (La Dolce vita. In scena René Magritte), 2008

È da qualche tempo, in linea con la generale flessione di autorevolezza del contemporaneo, che la generazione degli artisti italiani trenta-quarantenni accenna a un ritrovato interesse per il “classico”, qualsiasi cosa si voglia intendere per esso – morfologie, certo, eredità culturale, “mestieri” o fascinazione per il marmo e altri materiali “nobili” e durevoli (l’ho segnalato qui). La difficoltà di caratterizzarsi sul piano internazionale e lo scarso rilievo pubblico dell’arte contemporanea in Italia spingono fatalmente a rivendicare una genealogia, per di più celebre e acclamata ovunque (ne ho scritto qualche tempo fa su Artribune, qui). Certo la virata impressa da alcuni anni alla propria attività dall’artista di riferimento per Prada, Fancesco Vezzoli, non è stata irrilevante per spiegare come si arrivi a Serial Classic, per vie contemporaneistiche e in modo del tutto indipendente dallo specifico archeologico (ma chi è Prada e chi è Vezzoli, oggi? Tra i due sembra esistere un sagace gioco delle parti). Così come pungenti polemiche trascorse tra Miuccia Prada e gli storici dell’arte più intransigenti, proprio come Settis, costituiscono la premessa del riavvicinamento attuale, vantaggioso per ciascuno dei due contendenti e orientato, da parte di Prada, al corteggiamento dell’eredità culturale in prospettive anche industriali (di tutto questo ho scritto qui).

Serial Classic, grafica dell'originale perduto del Discobolo di Mirone con citazioni tratte dalla letteratura storico-artistica
Serial Classic, grafica dell’originale perduto del Discobolo di Mirone con citazioni tratte dalla letteratura storico-artistica

Dunque, cosa siamo – stando almeno a Serial Classic? E quale significato attribuiamo al termine “classico”? Nutrita di prestiti internazionali e pronta a sfoggiare il mirabile torso (con mano) di una Penelope proveniente dal Museo nazionale di Teheran, databile al quinto secolo a. C. e mai uscita prima dal museo iraniano, la mostra settisiana ruota attorno al tema della vulnerabilità dell’Antico, giunto a noi in modi fortuiti e spettrali, attraverso duplicazioni, duplicazioni di duplicazioni e frammenti. Si apre con una teca che accoglie gli scarni resti delle innumerevoli sculture in bronzo che già ornavano Olimpia, la città delle competizioni panelleniche; sculture che furono fuse, in epoca successiva, per trarne armi e altro. E prosegue giustapponendo copie difformi e tradizioni divergenti della stessa immagine-Madre. In modo relativamente inatteso, non convenzionalmente modernista, “classica” si rivela l’opera d’arte che riesce a stabilire una propria popolarità e diffusione, che appare più replicata e si trasforma in un luogo comune figurativo. “L’arte classica ha questo di supremamente originale”, scrive Settis in catalogo. “Per generazioni, per secoli ha concentrato ogni energia nella creazione di modelli ripetibili e capaci di incarnare valori collettivi”.

Lucio Fontana, Testa di Medusa, 1948-1954
Lucio Fontana, Testa di Medusa, 1948-1954

La reversibilità del patrimonio, attestata storicamente, smentisce la retorica della “bellezza che salverà il mondo”, sfoggiata anche dal Padiglione Italia di Expo 2015: Serial Classic è non a caso caratterizzato dalle tante grafiche di originali greci perduti, conosciuti solo attraverso copie e descrizioni (dettaglio, quest’ultimo, che appare così rilevante al critico e allo storico dell’arte). Quali responsabilità, quale cura dobbiamo all’eredità culturale perché questa non scompaia definitivamente, o si ritragga e aleggi nelle vesti lacere e petulanti del fantasma metafisico? L’implicazione di Serial Classic è paradossale, per niente antiquaria o nostalgica: l’Antico esiste solo attraverso le sue repliche, dunque nell’immaginazione più o meno potente di chi, sempre di nuovo nostro contemporaneo, si prodiga per il ritorno del demone della fierezza, del coraggio, della misura e della grazia.
Per l’apertura della Fondazione non ci si è affidati a un curatore di professione: anche questa circostanza merita di essere segnalata. È probabile (forse persino auspicabile) che la Fondazione si orienti in futuro a un maggiore pluralismo e cerchi il contributo di ricercatori innovativi. La sola competenza curatoriale oggi non è sufficientemente specifica né coalizza attorno a sé discipline. Esiste un messaggio in bottiglia affidato alle diverse mostre disposte a corona di Serial Classic (in particolare a In Part)? Esiste, ed è graziosamente cultuale. Attraverso Vezzoli e i predecessori Paolini, Pascali, Manzoni e Fontana il nuovo museo milanese suggerisce una possibile “via italiana” alla contemporaneità, dialogante ma non genuflessa: ne sono (o ne sarebbero) tratti distintivi la persistente fascinazione per l’immagine e la coinvolgente, istrionica attitudine alla sprezzatura.

Michele Dantini

www.fondazioneprada.org

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Cristiana Curti

    Davvero eccellente, grazie

    • Giampaolo Abbondio

      Ciao Cristiana, ho perso i tuoi contatti…mi puoi scrivere a [email protected]?

  • Sempre apprezzabile l’energia “accademista” di Michele Dantini. Il ritorno al classico e al passato dei Giovani e Meno Giovani Indiana Jones (ne ho scritto qui: ) penso che sia semplicemente una retorica passatista per farsi accettare in un “paese per vecchi”; una forma di difesa verso la “democrazia dello smartphone” e un modo per consolarsi dal “declino dell’impero”. La cosa più preoccupante è quando vediamo molti giovani abbracciare in modo affannoso e ossessivo il classico e la storia (ho diviso questi “giovani indiana jones” in due gruppi: “story story I lov yu” e “new arcaic”).

    Ma di cosa hanno paura i giovani e la committenza per queste mostre? Hanno paura del fatto che il museo potrebbe veramente essere a casa di ognuno di noi, bypassando bellamente Fondazioni, Biennali e Musei. D’altronde visitando Expo e Biennale di Venezia capiamo facilmente che “il luogo è il messaggio”. Per tanto è perfettamente inutile visitare Expo e Biennale di Venezia: siamo semplicemente nella “cultura del parco del divertimento”, con tante casette-padiglioni da visitare. E la Fondazione Prada non fa differenza; un po’ come quando a Gardaland ci troviamo nel Padiglione dell’Antica Roma (non stiamo certo facendo complesse riflessioni con l’idea del classico, ma ci stiamo intrattenendo, poco importa se con star treck o l’antica roma). Ecco, “Serial Classic” è un Padiglione Gardaland per adulti, per stuzzicare il desiderio dell’adulto di essere colto e sofisticato, per poi uscire dalla fondazione e annegare queste belle considerazioni nel prossimo aperitivo.

    • Franco

      Ma di che vogliamo parlare…. Ma chi conosce veramente l’arte contemporanea, lucidamente e poi non con la memoria corta, si rende conto che già negli anni 70, quindi 40 anni fa, è esistito un artista concettuale, Carlo Maria Mariani, sconosciuto oggi ai più superficiali e al jet set modaiolo, pradiano e non solo, ma non ai veri addetti ai lavori, che ritorna con il pennello in mano, al neo-classicismo, in maniera equivalente, concettualmente, di quanto Giulio Paolini fa, con l’Arte Povera……..Carlo Maria Mariani, Paolini, e quindi Salvo, altro artista concettuale, Ontani, De Dominicis,chiedete a Sperone….Dei giganti…vero bisogna fare attenzione a non confonderli con artisti minori che si sono messi sulla loro scia creando equivoci e confusione…e Cucchi e Clemente? Ma perché parlare di passatismo in Italia, culla della civiltà e della cultura con la Magna Grecia. Ma perché l’arte povera non è passatista, in fondo, e derivazione dadaista? Kounellis, Mario e Marisa Merz, Anselmo, Fabro, Paolini, Penone… Ecc.ecc. Sempre giganti…Basta considerare i materiali che usano. Perché rinnegare le nostre radici, quando abbiamo avuto il vanto del futurismo in Italia che ha condizionato l’arte americana con la Pop Art e l’arte mondiale? Perché dobbiamo avere il complesso d’inferiorità auto definendoci passatisti? Certo Codice Italia un aborto completo, e non identità Italia…un vorrei ma non posso..Ora perché rinnegare la bellezza? Non vuol dire essere passatisti…. Giorgio De Chirico docet….. Alberto Savinio…il nostro novecento…la cultura, ragazzi…. Un monito pure per i giovani artisti di oggi, la cui unica preoccupazione è riuscire a vendere un pezzo…e la ricchezza… Ma i migliori artisti meno fortunati sono morti poveri. L’arte deve guardare al futuro, alla scienza, ma non bisogna ghettizzare tutto ciò che è solo apparentemente, non ” concettuale ” altrimenti ci ritroviamo a vedere sempre di più mostre aniconiche e ad americanizzarci, finché magari un giorno si sveglierà qualcuno, fuori dai nostri confini, che invertirà la rotta del trend attuale, e allora diventerà un genio e noi lo seguiremo a testa bassa… Esistono artisti, vedi Sergio Lombardo, altro gigante sconosciuto ai più superficiali, e cervello nettamente superiore alla media, che fanno della ricerca la loro ragion di vita, e che rimarranno lasciando un grande segno rivolto al futuro, ma che non sono incompatibili con chi usa il passato per far rivivere e rappresentare una bellezza che è e sarà sempre attuale… Insomma bisogna lasciare libero il fruitore visivo di un’opera d’arte, di decidere cosa gli piace e non imporre ciò che conviene al mercato o a chi non sa creare bellezza, ma sempre con cultura ed intellettualità. E poi basta con Bonalumi e Simeti, ridateci la storia vera dell’arte italiana, pure con la figura, perché ribadendola non siamo secondi a nessuno. Insomma un po’ di sano equilibrio e obiettività e onestà intellettuale..

      • @Franco: il fatto che un certo passassimo ci sia sempre stato, non significa che il fenomeno sia sempre uguale perché cambia il contesto. Oggi mi sembra che questo passassimo sia una MODA per dare profondità e valore alle opere. Guarda il padiglione danese di Dan Vo, sembra fatto da un archeologo un po matto. Per non parlare di chi passa dal dato formale al quello più concettuale, ripescando il passato come Rossella Biscotti (processo anni 70, gli anarchici, le teste in oggetto, la centrale nucleare dismessa ecc ecc). Mi sembra che parlare della MODA sia poco interessante. Mi sembra interessante invece parlare di cosa sia CONTEMPORANEO (nella definizione che ne da Giorgio Agamben). Allora cerchiamo di vedere le opere per la prima volta, evitando di parlare di “GIGANTI” a prescindere. Perché ha VALORE una data opera d’arte? E quindi successivamente un dato prezzo. Dove sta oggi il valore dell’opera?

        • Franco

          Caro Luca, il passato serve a costruire il futuro dal quale non può prescindere. Esiste un concetto estetico di bellezza che tu sottovaluti o ignori, di cui il mondo ha pure bisogno…e che ci viene tramandato dal passato… Il nuovo è il digitale rispetto al passato… Citi ora Dan Vo, osannato artista che il sistema internazionale sostiene ed impone, definendolo un archeologo un po’ matto… Eppure non è italiano, ha tutt’altri cromosomi, quindi vuol dire che c’è una gran confusione in te come nel mondo dell’arte ed incoerenza. Poi riguardo l’uso strumentale del passato, soprattutto in alcun modo non vissuto anche per questioni di età, e spesso politico, tipico della Biscotti o Arena, lo trovo veramente anacronistico e giornalistico 40 anni dopo..inutile. L’uso concettuale e scientifico della bellezza e della cultura va sempre rispettato in arte.. Leonardo da Vinci e i futuristi ne sono la testimonianza più contemporanea… E poi nessuna moda caro Luca, perché gli artisti da me precedentemente citati non sono di Moda… Sono artisti che stanno nella Storia dell’arte, a prescindere dalle mode o dal business…

          • La tendenza a elaborare il passato non è solo italiana, ma visibile anche a livello internazionale. Vedi la Biennale di Gioni del 2013. Ma non si tratta di indicare questa tendenza come negativa o sbagliata. Semplicemente si tratta di un sintomo, di cui tu come dottore dovresti conoscere i significato.

            Quale valore ha Ontani? Perché? Queste sono domande scomode che tutti tendono a evitare?

          • Franco

            Grazie per le qualità che mi attribuisci. Perdonami ma io non tendo ad evitare risposte scomode, sei tu che Poni domande sbagliate sia come argomento che come oggetto, e alle quali solo il tempo potrà rispondere non certo tu che sei di parte e ogni argomento che poni è solo autoreferenziale e strumentale. Lascia libero il prossimo di scegliere e decidere e gli artisti al destino e valore che meritano e che la storia consacrerà o meno. Basta così e scusami. Take care.

          • La Storia siamo noi, siamo noi padri e figli. E’ questo che NON CAPISCI. La mia autoreferenzialità non è altro che uno spirito critico costruttivo (troppo facile limitarsi a criticare). Ed è meglio del collezionismo quando sostiene, ad oltranza e in modo cieco, gli artisti che ha acquistato. Questo non è autorefernziale?

            Forse per uscirne servirebbe un pubblico vero che in Italia, e non solo, è mantenuto a distanza e abbandonato. Abbandonato da critici che giocano a fare gli artisti e si fanno chiamare “curatori”; è abbandonato da una scuola che non è capace di formare operatori dell’arte capaci; è abbandonato da accademici iper-scolarizzati e che lavorano sopra torri d’avorio. E potrei proseguire.

  • solo qualche breve osservazione:
    – “persistente fascinazione per l’immagine e la coinvolgente, istrionica attitudine alla sprezzatura”… e Paolini che c’entra?

    – e circa la “sprezzatura” perchè manca Cattelan?
    – e per “fascinazione dell’immagine”, visto che il termine è un po’ generico, che cosa si intende più precisamente?

    • Michele Dantini

      Pressoché tutte le opere di Paolini, negli anni Sessanta e oltre, sono al tempo stesso omaggio a una norma di bellezza che infrangono con studiata nonchalance, per lo più togliendo, sottraendo, riducendo. Non a caso di ” sprezzatura” parlano più volte, nel corso del decennio, sia Lonzi che Calvino, che conoscono assai bene Paolini e che Paolini a sua volta conosce assai bene. Peraltro potremmo intendere come sfoggio di “sprezzatura” tanto i tagli e i buchi di Fontana quanto gli Achrome di Manzoni. Cattelan non rende mai omaggio a una norma di bellezza, sia pure infrangendola. E’ un ladro di immagini figlio degli anni Ottanta, è diverso.

      Fascinazione dell’immagine è raptus: incanto, abbandono, disponibilitá all’irraggiamento dell'”idea”, secondo una celebre affermazione raffaellesca all’origine del culto per l'”origine” e l'”immateriale”. Un caro saluto

      • Grazie. Non avevo capito che i due concetti (fascinazione e sprezzatura) erano da intendersi congiunti, “contemporanei” oserei dire.
        Anche fuori dal contesto artistico questo sembra vero. Non siamo un paese di grande bellezza (riconosciuto da tutto il mondo) e lo disprezziamo distruggendolo piano piano?
        Mi sembra una buona idea ma backward looking, e quindi, se perseguita per il futuro, garantista dell’attuale situazione, pertanto decisamente perdente.
        Non dovremmo invece, sempre parallelamente nell’arte e fuori dall’arte (provando a non distinguerle) cercare di cambiare questo ns dna? Non dovremmo trasformarci consapevolmente in OGM dove la bellezza esteriore (l’immagine) possa essere interiorizzata e la sprezzatura diventare “apprezzatura” (non é questo leggibile come un portare al limite il ragionamento degli artisti citati che gli si rivolta contro)? Non guardo qualcosa di bello e lo disprezzo ma provo a sentire il bello e lo apprezzo, perché é diventato io, mio. Forse questo é il msg implicito in Paolini, Pascali … Disprezzate la bellezza esteriore (e quindi anche le loro opere), apprezzate quella interiore, quello che accade dentro di voi (non necessariamente deve essere qualcosa di spirituale .. Non producete più immagini, vivete fino in fondo (il taglio di fontana?) quelle che avete davanti…L’opera non si deve esporre, si deve imporre (dentro di noi, come le basi del mondo), ci spinge a viverla. Questo é quello che un Padiglione Italia dovrebbe rappresentare. E sarebbe un nuovo Paese Italia.
        Un caro saluto anche da parte mia e grazie per lo spunto di pensiero.

        • christian caliandro

          mi spiace, ma la “sprezzatura” non ha proprio nulla a che vedere con il “disprezzo”. E Madonna Santa…

          • velocemente dalla Treccani:
            sprezzare1 v. tr. [lat. *expretiare, der. di prĕtium «pregio, valore»] (io sprèzzo, ecc.). – Forma letter. per disprezzare.

            appena ho tempo mi vedo cosa intendeva la Lonzi e Calvino, come richiamato da Dantini.

            Cmq si potrebbe essere più gentili…

          • Michele Dantini

            caro CoDa, qui trovi un testo che può interessarti, @http://www.doppiozero.com/rubriche/82/201301/giulio-paolini-l’autore-che-credeva-di-esistere

          • Whitehouse Blog

            Scusate, il mio suggerimento aveva lo stesso spirito del link postato da Michele Dantini. Questa non è auto promozione?

          • artribune

            Luca, forse non ti è chiaro: il nostro ultimo avvertimento non ammetteva replica. Ne abbiamo già parlato e discusso e ridiscusso: inutile puntare il dito su quanto fanno altri commentatori, perché ti garantisco che la moderazione vale per tutti gli interventi, che vengono valutati uno a uno. Attieniti alle indicazioni date, se gradisci continuare a partecipare al dibattito. Grazie.

          • Whitehouse Blog

            Ho scritto molti articoli per la vostra rivista e non ho mai usato un linguaggio non educato. Su un nostro nuovo progetto la vostra Direzione c’ha dato dei riscontri, poi la redazione non ha più dato seguito a tali riscontri. Vi chiedo una vostra e-mail. Grazie, Luca Rossi

          • Grazie tante ci medito sopra e vi faro sapere

          • scusate ma continuo a non capire fino in fondo. La vs ( critici, curatori, tutti quelli che scrivono di arte, Paolini incluso) scrittura sembra che si auto compiaccia, che facciate il possibile per non farci capire fino in fondo. Sia chiaro che non cerco la polemica, ma la chiarezza.
            Michele mi sai spiegare semplicemente – come se lo dovessi spiegare ad un bambino – dove vedi che a Paolini
            si addice un “saper fare qualcosa di non detto, non dichiarato e tanto meno esibito, eppure capace di meravigliare per la sua inaspettata perfezione”? Faccio questa domanda perché potrebbe anche valere per mia nonna quando, senza parlare, stava ore e ore a pulire il riso e il muoversi delle sue mani, quasi automatico, con nonchalance separava perfettamente i chicchi buoni da quelli cattivi…
            Scusa se posso sembrare provocatorio ma se lasciamo troppo al non detto, ci perdiamo ( e poi non eri tu che in qualche post precedente su un altro articolo richiamavi un “parlare agli umili”?)
            Grazie (e giuro che non cerco la polemica)

          • Michele Dantini

            caro CoDa, perché dovrei fare apologia di un fatto? E’ un fatto che Paolini considera la sprezzatura come cifra della propria attività: non io. Per tua info ho linkato il testo in cui lo afferma. Mi fermo qui. A te riflettere sulle sue affermazioni ed eventualmente contestarle in una sede più appropriata dei commenti a un post. Un caro saluto

          • ma tu che ne pensi di quello che dice Paolini? Non senti il bisogno di verificare se sta dicendo una cosa intligente oppure no?

          • Michele Dantini

            Penso che la sua affermazione sia legittima: possiamo senz’altro intendere i suoi monocromi (e non solo i suoi) come modi modernisti della sprezzatura. L’ho giá detto, qui e altrove. Il tuo richiamo alla nonna è bello e poetico, ma poco pertinente. “Sprezzatura” è la studiata trascuratezza di chi infrange (o meglio semplifica) il codice con consumata eleganza. Tutt’altro che ingenuitá. Abrazos

          • Mi dispiace ma continua ad esserci qualcosa che non mi torna …

            il riferimento a mia nonna partiva dalla frase presa dal tuo articolo
            sul libro di Paolini: “saper fare qualcosa di non detto, non dichiarato e
            tanto meno esibito, eppure capace di meravigliare per la sua
            inaspettata perfezione” e mi sembrava si adattasse bene a mia nonna ma
            non a Paolini.

            Ora esce questa altra definizione di “studiata trascuratezza di
            chi infrange (o meglio semplifica) il codice con consumata
            eleganza.Tutt’altro che ingenuitá”, che tu dici, giustamente, non si
            adatta alla storia di mia nonna e invece è ben riferita a Paolini.

            Quindi come si spiega questa incoerenza?

            Altro punto non chiaro: che significa “studiata trascuratezza” e “consumata
            eleganza”? Sono termini a mio avviso troppo generici, multiformi, poco
            adatti ad una chiara definizione di qualcosa.

            Infine: ipotizziamo pure che sia chiaro cosa sia questa “sprezzatura”
            secondo la seconda definizione ma questa non mi sembra una tipicità solo
            italiana (tu stesso parli di “vari” monocromi, presumo anche esteri, es
            reinhardt..). Forse a questa deve aggiungersi la fascinazione
            dell’immagine, ma qual è il fascino immaginifico del “disegno
            geometrico” di Paolini rispetto, ad es., al nero di reinhardt (il solo
            rimando all’origine del disegno mi sembra un po’ poco e poi questa
            origine non si può vedere anche in reinhardt)? lnoltre, le frasi di
            Wiener – solo per fare un altro esempio – non sono altrettanto immaginifiche
            (e sono semplici lettere che rompono/semplificano il codice)?

            Scusa se ti tormento con tutti questi dubbi, ma è che
            l’italianità così definita mi sembra poco chiara e approssimativa,
            generica (sempre senza polemica ovviamente, :)).

            Ed ecco il dubbio finale: che forse la mia interpretazione iniziale di
            sprezzatura, seppur sbagliata, mostrava una via forse più
            promettente per l’italianità? Per tornare a Paolini, guardiamo al
            giovane che guarda Lorenzo Lotto, cioè guardiamo sì gli artisti, quello che fanno, ma ciò che che
            conta è quello che rimane dentro di noi spettatori… che può essere visto anche come quello che sta dietro la tela di Fontana; noi spettatori che dobbiamo pensare di essere sempre sulle basi di
            Manzoni anche quando scendiamo da quelle esposte nei musei… e, infine affogare la testa classica come Pascali per poter finalmente vivere l’arte…
            un abbraccio anche da parte mia

          • angelov

            Ma allora anche il “non finito” michelangiolesco potrebbe essere considerato una forma di “sprezzatura”?

      • Per questo suggerisco una visita al sito internet MyDuchamp.

      • andrea bruciati

        Ho sempre ritenuto Raffaello un concettuale ante-litteram

  • Michele Dantini

    caro Luca, tu fai casino come al solito, e non distingui tra la tesi della mostra, anzi dell’insieme di mostre, che ricostruisco, e la mia posizione individuale, che è cosa diversa – non per niente, se devo, scrivo di FOS, Falke Pisano e Kitty Kraus, ma senza necessitá di ignorare la Colonna Traiana o Chardin (è vero peraltro che non scrivo di te, perchè sino ad adesso non ne ho sentito il bisogno). Non distingui neppure tra la critica di gusto, che mi attribuisci e che non faccio mai, dalla critica istituzionale, che invece faccio solitamente – una critica che ritiene abbastanza futile polemizzare con il singolo artista ma cerca invece di leggere “operazioni” curatoriali e contesti. “Energia accademista” è abbastanza stupido, anche. Energia interpretativa, cioè critica, è più calzante. Eddai su, un piccolo sforzo di “energia” anche tu, o almeno di curiositá e sagacia. Per una volta visita le mostre, fai un’esperienza diretta e non celibataria, leggi buoni libri o vai in pace se non ti si fila nessuno. Saludos!

    • Io credo che sia invece necessario “fare casino”, e fornire una visione trasversale. Semmai facendo anche tre passi indietro, proprio per avere una visione di insieme e non rimanere imbrigliati in letture troppo accademiche. Dal 2009, e poi nel 2012 con un articolo su Artribune, scrivo di questa tendenza nel presentare mostre archeologiche: guarda il padiglione danese di Dan Vo, decine di artisti italiani, Gioni a Venezia nel 2013, ecc. Questa non è una tendenza negativa ma è un SINTOMO INTERESSANTE. Una “captazio benevoletiae” che viene fatta verso un “paese fatto di vecchi” e di giovani iper-scolarizzati”. Diciamolo pure, da un collezionismo vecchio o giovane che si fa bello con la testa classica nel portauovo vietnamita. Alla fine si tratta di ricostruire un immaginario e il curatore-artista di turno, diventa un vero archeologo, alle prese con un Luna Park per adulti, dove gli adulti si devono sentire colti e sofisticati. Alla Fondazione Prada cosa sono gli artisti se non VETRINISTI sofisticati?

      • artribune

        Caro Luca,
        per quanto arcinota sia ormai la tua posizione, ringraziamo perché continui attivamente a partecipare al dibattito sulle pagine di Artribune. Abbiamo dovuto cancellare il secondo commento (successivo a questo) perché, come già ti avevamo fatto notare, a nostro INSINDACABILE giudizio viola le norme della community: commento sì, “promozione” e “autopromozione” no. E questo valga come ultimo avvertimento, non soggetto a replica da parte tua. Al prossimo “invito” – in qualsivoglia forma – a guardare il sito e l’ultima iniziativa “controtendenza”, il commento verrà considerato SPAM e il commentatore inserito in blacklist. Grazie per la comprensione!

        • Ok, mi limiterò. Mi sembra sempre utile fornire una modalità “del fare”. Grazie

  • morgan debra

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  • Senza passato non c’è futuro e senza futuro non ci sarà passato …

    Il resto è noia …

    • damienkoons

      Quindi alla fine sono la stessa cosa?

      • Impossibile noi cambiamo sempre per cui anche le cose che ci circondano paiono cambiare senso e significato

  • Vittorio Parisi

    Ammettiamo che Serial Classic incarni realmente l’espressione dello zeitgeist dell’arte contemporanea italiana (è un’ipotesi ben difesa in questo articolo). Se posso permettermi, però, trovo comunque tragico che si intravveda in una pop-star come Vezzoli l’ultimo (cronologicamente, secondo la proposta di Prada-Settis) rappresentante di un’ipotetica “via italiana” alla “contemporaneità”. Tanto più se i predecessori sono Pascali o Fontana. Probabilmente è ora di cercare questo “zeitgeist” (ammesso che sia ancora necessario parlare di zeitgeist nel 2015) lontano da fondazioni, biennali, fiere e capitali. My two cents.

    • Michele Dantini

      Nello scrivere l’articolo il mio punto di vista è descrittivo e non prescrittivo (è una distinzione che mi trovo a dover fare molto di frequente). Vale a dire: smonto (per così dire) il congegno della mostra, non espongo una mia personale convinzione. Peraltro Serial Classic esercita già una sua influenza, e già non mancano mostre furbette e occasionali dedicate in tutta fretta a un preteso “Sense of Classic”: è evidente che qualcosa come uno Zeitgeist esiste, anche se non credo che sia alcunché di “mistico” o “immateriale”. Serial Classic ha una tesi concettuale, che si può condividere o meno (lo affermo già nell’articolo). Si astiene proprio dal formulare un’ipotesi normativa su cosa sia “classico”. Potremmo perfino dire che è “classico”, dal punto di vista della mostra di Settis, tutto ciò che reinventa il classico, lo divina e lo restituisce in forma contemporanea, del tutto al di fuori di banali imitazioni stilistiche. Se dovessi indicare due autori contemporanei che possono avere sostenuto l’idea della mostra indicherei De Chirico e Paolini: cioè due classicisti “concettuali” – non due citazionisti o anacronisti. E’ una distinzione importante.

  • christian caliandro

    Perdonatemi – in primis Michele – ma non posso più resistere e devo citare questo immortale capolavoro, al min. 5’38”: https://www.youtube.com/watch?v=Dtwo-eB4EEc

    • Monica Zanfini

      Indimenticabile!

  • angelov

    Ho visitato proprio oggi la nuova sede della Fondazione Prada, e sono rimasto letteralmente abbacinato da come degli spazi industriali siano stati trasformati in spazi espositivi: qualcosa di non comunicabile a parole…del resto già dai tempi di via Spartaco, si erano intuite le possibilità culturali (quasi illimitate) di cui questa Fondazione disponeva.

  • أمينة غانم

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