Massimo Iosa Ghini al MAMbo. L’intervista all’architetto

Apre al pubblico domani 23 settembre al MAMbo di Bologna una mostra dedicata alla carriera dell’architetto bolognese Massimo Iosa Ghini. Artribune lo ha incontrato a poche ore dell’inaugurazione.

Massimo Iosa Ghini al MAMbo. Copertina del Catalogo, Ed. Skira

A un anno di distanza dall’antologica dedicata ai suoi trentanni di carriera, presso la Triennale di Milano, Massimo Iosa Ghini (Borgo Tossignano, 1959), architetto e designer, fa ancora parlare di sé con una nuova esposizione dei suoi lavori, questa volta in mostra al MAMbo di Bologna.
L’affascinante crescita del progettista emiliano è un racconto fatto di immagini che parte dalle illustrazioni, che segnarono l’incipit della sua carriera, passa attraverso i movimenti d’avanguardia dei primi Anni Ottanta, continua con gli oggetti diventati icona per marchi del made in Italy, arriva ai progetti edilizi di sostenibilità ambientale e chiude con i puntini di sospensione che ci lasciano immaginare quali potrebbero essere le tappe future.

Quale significato ha esporre il suo intero percorso formativo a Bologna?
Mi piace molto l’idea di stimolare con il mio lavoro la creatività dei miei concittadini, riconoscerne i pregi più dei difetti; c’è un po’ anche la presunzione di dire alle giovani generazioni: “Guarda che lo puoi fare anche tu”. Inoltre lo considero un riconoscimento della comunità, un apprezzamento che mi inorgoglisce.

Massimo Iosa Ghini al MAMbo. Copertina del Catalogo, Ed. Skira
Massimo Iosa Ghini al MAMbo. Copertina del Catalogo, Ed. Skira

Ha partecipato attivamente a un vivace periodo culturale fondando un movimento, il Bolidismo, e aderendo al gruppo Memphis. Perché secondo oggi i giovani progettisti non sono più stimolati a fondare o seguire movimenti culturali?
La mia generazione esce da una società in cui erano vive le lotte politiche. Negli Anni Settanta ero al liceo e vivevo le lotte della sinistra con la visione di equilibrio sociale tra ceti che avevano identità e perimetri definiti. La coscienza dell’agire per cambiare le cose era automatica, per questo i “movimenti” erano spontanei, radicati nella cultura di allora come processi di mutazione e di miglioramento del contesto.
Oggi una presa di coscienza di questo tipo non è più automatica, richiede un passaggio in più, una volontà di non adeguamento al flusso liquido sociale che alle nuove generazioni pare sufficiente a generare un cambiamento ed edulcora quindi la volontà del singolo. Inoltre, come è noto, questo ruolo di evoluzione è stato affidato alla politica partitico-statale, la quale si limita a gestire nel bene e nel male, senza slanci progettuali in avanti.

Un’antologica oggi al MAMbo e una mostra per i trent’anni di carriera lo scorso anno in Triennale: che differenze ci sono tra l’esposizione milanese e la bolognese?
Quella bolognese è aggiornata con gli ultimi progetti Moscovoti e gli oggetti presentati all’ultimo Salone di Milano, ma la struttura e il percorso sono analoghi.

Ci sono  chiavi di lettura della mostra, un fil rouge che guida tutto il suo percorso progettuale?
Penso che in tutto il mio lavoro ci sia una quota di illusione, di sogno, di capacità di allargare l’orizzonte per togliere, per quanto possibile, la parte dura e brutale dell’esistenza, aumentando la dose di comfort e di bellezza. Il disegno in questo aiuta, quando sbagli cancelli e rifai, tendi sempre a migliorare, a cercare ciò che non c’è per te e per gli altri. Nel bello, nell’armonico, in questa ricerca costante, nello sviluppo del nuovo risiede la mia ricerca del senso.

Massimo Iosa Ghini - Triennale Milano
Massimo Iosa Ghini – Triennale Milano

E l’allestimento?
Nell’allestimento i protagonisti sono i disegni, anche di grandi dimensioni, e gli oggetti illuminanti e raccontati in un contesto neutro. Molte sezioni sono accompagnate da video di repertorio, come quelli degli Anni Ottanta, fino a video illustrativi di progetti architettonici come il People Mover. La parte eidomatica racconta anche qualcosa dei rapporti con amici e amici di lavoro che sono anche miei clienti.

Nella sezione Interpretare la quintessenza italiana sono esposti i suoi progetti per grandi marchi nostrani. Come si valorizza il made in Italy?
Il made in Italy si valorizza con duro e costante lavoro quotidiano. Bisogna riuscire a sviluppare il meglio per noi e oggi soprattutto per il mondo. Direte che è sempre lo stesso discorso, ma penso che sia un atteggiamento che parte dalla nostra forza di volontà, dal non accontentarsi della prima soluzione nell’esistere per trovare la diversità che coincide con quel meglio che gli altri non riescono ancora a trovare.
Abbiamo un po’ dimenticato questa modalità, pensiamo sempre alla strada più breve, la più facile ma quella strada lì, miei cari, è affollatissima. Il nostro sentiero è storicamente quello degli esploratori: tracciare nuove vie, nuove visioni e poi trasferirle a sistemi più strutturati ; se si ferma (come sta accadendo) questa macchina, i problemi continueranno a peggiorare.

Valia Barriello

Bologna // fino al 19 ottobre 2014
Massimo Iosa Ghini
MAMBO
Via Minzoni 4
051 6496611
info@mambo-bologna.org
www.mambo-bologna.org

 

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.