La Grande Bellezza. Sguardo architettonico

Dopo aver vinto il Golden Globe, gli Efa, il Bafta, “La grande bellezza” ha conquistato anche il Premio Oscar. Plauso per la regia di Paolo Sorrentino, per la sceneggiatura scritta insieme a Umberto Contarello, per il direttore della fotografia Luca Bigazzi, per il montaggio di Cristiano Travaglioli, per la colonna sonora di Lele Marchitelli, per tutti gli attori. Ma è soprattutto la città di Roma a dominare le scene.

Toni Servillo al Parco degli Acquedotti (La grande bellezza)

Il protagonista de La grande bellezza – ormai è cosa arcinota – è Jep Gambardella (Toni Servillo), un giornalista colto e disincantato con un passato da scrittore che, arrivato a Roma a 26 anni, si lascia trascinare in quello che si potrebbe definire “il vortice della mondanità”. Frequenta ogni notte feste trash insieme con i suoi amici, “tutti sull’orlo della disperazione”. “Che cosa ti piace di più veramente della vita?”. Inizia la crisi esistenziale di Jep. Durante l’assordante festa del suo 65esimo compleanno e a seguito di un evento inaspettato che lo porta al ricordo del primo amore, Jep sogna di recuperare la propria identità di scrittore. Trova il coraggio di umiliare Stefania (Galatea Ranzi), l’amica scrittrice egocentrica, rivelandole le sue menzogne; fugge da Orietta (Isabella Ferrari), una donna con la quale Jep consuma un breve incontro, perché, come dichiara, “la più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.
L’altra protagonista è Roma, maestosa, monumentale, indolente, iconica. I personaggi del film vivono nell’insensatezza, annullati dal confronto impietoso con la Città Eterna e sopperiscono al senso di inadeguatezza affannandosi in disperati tentativi alla ricerca del bello, credendo di trovarlo sui volti rifatti. La loro vita è l’espressione dell’ostentazione del nulla e così il funerale è trasformato in un’occasione mondana (la scena all’interno del Salone delle Fontane all’EUR), la creatività esibita diventa l’action painting delirante di una bambina.
Paolo Sorrentino svela la città viaggiando attraverso le stratificazioni dei secoli in un percorso che si sviluppa in verticale, a diverse quote. Il film inizia con l’inquadratura del Cannone che spara “alla mezza”. Siamo sul Gianicolo, un barbone dorme su una panchina e, fra le statue scolpite in memoria del Risorgimento, spicca quella di Garibaldi che riporta sul basamento la scritta “Roma o morte”. All’interno degli archi del Fontanone dell’Acqua Paola, un coro celestiale canta I lie e un uomo si bagna nella fontana. Arrivano i turisti e lo sguardo si sposta sulla vista mozzafiato di Roma.

La cupola di San Pietro a Roma inquadrata dal buco della serratura del portone del Priorato dei Cavalieri di Malta
La cupola di San Pietro a Roma inquadrata dal buco della serratura del portone del Priorato dei Cavalieri di Malta

Il set scende sulle terrazze del centro storico. L’attico di un palazzo di epoca fascista nei pressi di via Veneto è la location del party notturno di Jep dove si balla al ritmo di Far l’amore; un’altra terrazza di un edificio Anni Venti con vista sul Colosseo è l’abitazione del protagonista. Il contesto urbano non è visibile: la città è ripresa dall’alto, dagli attici si vedono solo i tetti degli edifici e i monumenti fanno da sfondo.
Jep scopre la vera bellezza all’alba, “al termine della notte”, durante il ritorno dalle feste mondane. La bellezza è nascosta nel silenzio monastico, tra la chiesa di Santa Sabina e il Giardino degli Aranci sull’Aventino, nel fluire della corrente del fiume sotto il livello stradale sull’argine del Tevere, nella perfezione architettonica del Tempietto di Bramante. Le fredde vetrine dei ristoranti di via Veneto sono vuote, siamo lontani dall’immagine della dolce vita celebrata nel film di Federico Fellini.
Jep e Orietta, durante una passeggiata notturna, attraversano piazza Navona, sfiorano la Fontana dei Fiumi di Bernini e la chiesa di Sant’Agnese in Agone di Borromini. Entrano all’interno di Palazzo Pamphilj, dove la provvisorietà del loro incontro è accentuata dal contrasto tra la sontuosità degli interni e l’arredo minimalista e freddo. Il rinascimentale Palazzo Sacchetti in via Giulia di Antonio da Sangallo, con i suoi interni sfarzosi, è l’abitazione di Viola (Pamela Villoresi), l’amica snob di Jep con un figlio pazzo; Stefania vive con suo marito in una splendida villa contemporanea sulla Cassia Antica di Mascheroni.
Durante una festa, Jep coinvolge Ramona (Sabrina Ferilli), la figlia spogliarellista di un suo amico, in un giro notturno e, attraverso una serie di ellissi temporali, i due compiono un percorso attraverso i gioielli nascosti della città. Restano estasiati dalle meraviglie architettoniche, come il cortile di Palazzo Taverna, il giardino di Villa Medici, i Musei Capitolini, la finta prospettiva di Borromini in Palazzo Spada; arrivano davanti al famoso portone e guardano attraverso il buco della serratura che incornicia interamente la cupola di San Pietro ed entrano nel giardino segreto del parco di Santa Maria del Priorato; osservano le preziose opere d’arte, come il dipinto di Raffaello La Fornarina in Palazzo Barberini.

La Grande Bellezza a Villa Medici
La Grande Bellezza a Villa Medici

Jep scrive per un giornale che si occupa di costume e Dadina (Giovanna Vignola), la sua direttrice, gli chiede di intervistare alcuni improbabili artisti. Uno di questi ha allestito una mostra formata da migliaia di fotografie che lo ritraggono in ogni giorno della vita, sotto la cinquecentesca loggia affrescata di Villa Giulia; un’altra artista bluff, in cerca di “vibrazioni”, si esibisce in una performance masochista,  sbattendo la testa contro le mura del Parco degli Acquedotti.
Una notte, nel Tepidarium delle Terme di Caracalla, un mago fa sparire una giraffa, mentre Romano (Carlo Verdone), scrittore teatrale deluso, comunica a Jep di lasciare per sempre la città.
Il ritmo del film è dato dai contrasti visivi e sonori: sacro e profano si alternano, la povertà e la ricchezza si avvicendano, la vita e la morte si rincorrono incessantemente. L’essere umano è capace di svelare la bellezza o di precipitare nel vuoto e Jep, alla fine, suggerisce la strada per la salvezza: “Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Si, è solo un trucco”.

Annabella Bucci

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Annabella Bucci
Architetto presso la Provincia di Roma in qualità di Funzionario Direttivo Tecnico, Annabella Bucci ha conseguito la laurea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e ha studiato presso l’Istituto Statale di Cinema e Tv “Roberto Rossellini” di Roma. Tra le sue pubblicazioni: “Il divenire della memoria. Analisi storica e architettonica di un paese a vocazione culturale. Il centro culturale di Artena”, Gangemi Editore, Roma 2004; “Progetti di Giovani Architetti Italiani”, Utet, Torino 2012; “I luoghi della musica: dai primi esempi al Parco della Musica”, in “Musica & Architettura”, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012. Ha prodotto il documentario “Giovani architetti italiani/incontro sull’architettura contemporanea. Padiglione Italia alla 13. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia”, Roma 2012. Già Consigliere Nazionale GiArch, è membro del Coordinamento della Consulta Giovani dell’Ordine Architetti di Roma.
  • anna

    finalmente un giornalista che ha capito il senso di questo film…non ci speravo più…ho letto e sentito delle cose assurde che sono un’offesa alla cultura!!!!!!!!!!!!!

  • lorenzo bonini

    La Grande vuotezza della spossatezza
    di Lorenzo Bonini
    In realtà, come scrive Stenio Solinas sul Giornale, quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana.

  • Anna

    Sei tu che non hai capito una mazza…..ti consiglio vivamente di riguardare il film svuotandoti di tutti i pregiudizi…ne vale la pena..magari riesci a non essere vuoto!!!