Gatto Scureggia e altre storie. Intervista con Enzo Cucchi

Lo incontriamo all’indomani dell’inaugurazione della sua personale romana, nello splendido cortile della Galleria Valentina Bonomo. Enzo Cucchi racconta i nuovi corsi “cosmici” della sua opera, il peso della Transavanguardia, il suo rapporto con Ettore Sottsass. Confermando la sua dedizione per Piero della Francesca e scagliandosi contro gli “eccessi” di alcuni critici.

Enzo Cucchi - veduta della mostra presso Galleria Valentina Bonomo, Roma 2013

Mi parli delle opere inedite in mostra: i pianeti tridimensionali in successione, realizzati in litografia grazie e Romolo e Rosalba Bulla, la grande tela a parete e il vascello in bronzo.
Nessuno di noi fa niente senza gli altri… per me, poi, è stato facilissimo perché lavorare con Romolo e Rosalba Bulla è come lavorare con l’archeologia di Roma. Nella mostra c’è un elemento formale che lega tutto il resto: la grafica, chiave di lettura di questa dimensione cosmica. I tre rilievi sono naturalmente tre pianeti perfetti, un cosmo che si può rileggere sia nella tela sia nella grande onda nel vascello che ospita l’iconografia delle teste di Cristo coronate da spine. Si pensa a Cristo, quindi subito alla religione… è molto importante rimuovere la narrazione, ciò che rappresenta per tutti noi; se nel vascello avessi messo mele o pere sarebbe stata la stessa cosa. Ho usato un’iconografia molto forte per farla riposare, per renderla calma, perché può essere qualcosa di calmo, nel bene o nel male. Altrimenti creerebbe dei contrasti, non risolverebbe nessun problema. Ma se viene messa lì come una cosa buona, come una mela o una pera va bene… ci vuole talento, però, per far questo!

Enzo Cucchi - veduta della mostra presso Galleria Valentina Bonomo, Roma 2013
Enzo Cucchi – veduta della mostra presso Galleria Valentina Bonomo, Roma 2013

Chi è la gatta dagli occhi incandescenti nella tela Gatto Scureggia?
È un gatto o una gatta? C’è chi dice che è una gatta. Tutte le cose sono gatte… come il mare, il mare è femmina! Tutto è femmina in questa mostra, non ci piove. Non si tratta solo di pensarle le cose, però, si tratta di farle e nominarle davvero, e qui è così. Avevo dimenticato il titolo dopo averla realizzata, poi, mentre montavamo le opere l’ho riletto e ci siamo tutti sorpresi del titolo, è stato molto divertente. Non è una gatta che fa qualcosa, è un paese, un’aria, un vento… ritorna nei pianeti, ritorna un po’ in tutto. C’è dell’aria, c’è dell’intorno a sé.
La grafica, invece, è la parte più nuova del mio lavoro, ed era necessaria per metter su la mostra, perché altrimenti i lavori stanno in uno studio! Non è facile farli vedere o portarli fuori, diventa una rappresentazione del proprio lavoro, che è necessario fare, ma che è molto noioso di questi tempi. Questo vale per ogni tipo di disciplina: spesso si corre il rischio di cadere nella narrazione, nella rappresentazione di qualcosa che è molto serio, privato, e che non è il caso di fare. A volte è anche necessario, perché se un artista giovane vuole evidenziare qualcosa di esistenziale, è giusto che lo faccia, utilizzando il mezzo più veloce per farlo. Questo è sempre accaduto per ognuno, però la cosa va maturata. Se adoperi quel mezzo, c’è sempre un problema connaturato al mezzo.

Enzo Cucchi - Senza titolo (particolare) - Galleria Valentina Bonomo - Roma, 2013
Enzo Cucchi – Senza titolo (particolare) – Galleria Valentina Bonomo – Roma, 2013

Come s’inseriscono le Cattedrali all’interno dell’esposizione?
Le Cattedrali sono punti di riferimento visivo e iconografico, sono due segni, al di là della descrizione. Sono un po’ come due garanzie per me, ma non garanzie formali, più due retaggi storici, una sicurezza. Fanno parte di una famiglia di lavori che facevo fino a un po’ di tempo fa e li ho portati con me. È giusto, è un modo per orizzontarsi, che è fondamentale, a differenza degli architetti che amano disorientare.

Lei considera Piero della Francesca come un “padre pittorico”. Ci sono altre tracce d’ispirazione nella sua opera?
È il padre pittorico non solo mio, ma di tutti quanti. È l’artista più laico in assoluto, non si capisce da quale pianeta, da quale meteorite arrivi; non si fa aiutare da nessuno, né dai sentimenti né dalle cose terrene. Tutti si fanno aiutare da qualcosa, dalla natura per esempio, e non c’è niente di male, ma lui non si fa aiutare da nessuno. E poi il colore, la luce, se uno pensa al grigio e al rosa, per esempio, della Madonna di Senigallia… quel grigio, che il mondo ha nella testa, è ancora più moderno di qualsiasi grigio; quella è la luce, il colore non esiste!
Io non credo nell’ispirazione, non ci deve essere, se c’è diventa qualcosa di narrativo. Quando non c’è più si inizia a lavorare. Se uno ha un pensiero in testa come fa a lavorare? Bisogna liberare la mente, avere un po’ di coraggio.

Enzo Cucchi - Senza Titolo - Galleria Valentina Bonomo - Roma, 2013
Enzo Cucchi – Senza Titolo – Galleria Valentina Bonomo – Roma, 2013

Il libro Il veleno è stato sollevato e trasportato, del 1977, sintetizza il suo pensiero sulla pittura, preannunciando il percorso che compirà proiettandosi “in una prospettiva di piacere e dentro il territorio del desiderio. È ancora così per lei?
Un vecchio libro, davvero, ero un ragazzo viziato… Purtroppo è ancora così, ma non significa che io desideri dipingere, non ne posso fare a meno, nel bene e nel male. Preferirei andare a passeggiare a Villa Borghese, questa è la cosa che faccio con più piacere anche perché mi fa bene e mi fa fumare di meno.

Quanto ha pesato, secondo lei, la funzione di Achille Bonito Oliva sulla nascita del gruppo della Transavanguardia?
Di pesi e di misure se ne occupano gli artisti, sempre. Le proporzioni sono materiale degli artisti. Achille ha a che fare con il linguaggio dell’arte, lui in quella circostanza c’era, e pensava attraverso il suo linguaggio, facendo il suo lavoro. Se tu mi chiedi se ha pesato, se è una croce…. ma certo che è una croce! Gli artisti portano sempre le croci, è la croce più pesante che noi artisti abbiamo dovuto portare, le abbiamo sempre dovute portare e le portiamo ancora. Lo portiamo sulla croce, lo portiamo a dormire, a fare barba e capelli…

Enzo Cucchi - Religione - Courtesy Galleria Valentina Bonomo - Roma, 2013
Enzo Cucchi – Religione – Courtesy Galleria Valentina Bonomo – Roma, 2013

Lei è un artista di un’ampia ecletticità: penso agli scambi con poeti e letterati, sue scenografie per il Teatro dell’Opera di Roma e per quello di Gibellina, alla collaborazione con Mario Botta, a quella con Ettore Sottsass. Ecco, come nacque la sua collaborazione con Sottsass?
Ettore Sottsass è stata una  persona che, in qualche modo, ha contribuito con un’idea. Aveva qualcosa che aveva a che fare con la resistenza, quindi con una visione. Nella nostra collaborazione non abbiamo organizzato niente, nessuno di noi aveva pensato di poter fare un po’ di strada insieme, è stata qualcosa che è nata così, per farsi compagnia reciproca, poi abbiamo portato avanti una rivista insieme per quattro anni. Ma nasceva da un’altra storia, un’idea di resistenza. Lui, invece di andare avanti, andava indietro, perché poi andava molto avanti. Qualcuno continua ad analizzare quello che lui ha fatto formalmente, ma è molto più interessante guardare quanto sia andato indietro per fare quello che ha fatto, la qualità del suo lavoro, a parte la plastica, che ha utilizzato molto prima degli altri, ma la plastica esisteva già, era già ferramenta. Nessuno di noi fa qualcosa di nuovo, è il contrario. Il problema è come resisti su qualcosa. Ettore era una creatura diversa, rispetto a tutti i nomi che lei ha fatto, a parte i poeti.

Enzo Cucchi - Cattedrale - Galleria Valentina Bonomo - Roma, 2013
Enzo Cucchi – Cattedrale – Galleria Valentina Bonomo – Roma, 2013

“In un’epoca come la nostra di coesistenza delle differenze, dove il tema dell’identità ha sviluppato un dibattito internazionale e un movimento glocal, sconvolgendo il precedente centralismo di Europa e America, la Transavanguardia si pone come l’unica avanguardia possibile, perché con il suo nomadismo culturale ed eclettismo stilistico ha sfidato la globalizzazione del linguaggio (perseguito con eroica generosità ed ottimismo dalle neo-avanguardie fino agli anni Ottanta), preparando la partecipazione dell’artista a un fenomeno di meticciato culturale senza precedenti”. È quanto ha dichiarato Achille Bonito Oliva sul catalogo della recente mostra La Transavanguardia italiana, al Palazzo Reale di Milano in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Secondo lei qual è l’eredità che ha lasciato la Transavanguardia dopo gli Anni Ottanta, quali sono le strade percorribili per recuperare il concetto di arte, oltre tutte le ipotesi concettuali?
Quello che analizza Achille, ricreando definizioni e analisi, fa parte del suo lavoro, confrontandosi con gente che, come lui, pensa al costume delle cose. Io credo che fare l’artista non sia un mestiere, fare l’artista vuol dire dipingere, e fare lo scultore è, più o meno, la stessa cosa. Negli ultimi vent’anni, in mille libri è stato detto che è una cosa morta, obsoleta. In realtà, mai come oggi, è l’ultimo privilegio rimasto e noi siamo, in qualche modo, le persone più fortunate, che ancora decidono di praticarlo. È molto più difficile rispetto a prima, com’è giusto che sia, perché è un grande privilegio che il mondo del linguaggio, con le sue evoluzioni-involuzioni, non sopporta.
Leggere e rileggere una cosa mille volte, sezionarla, farla a pezzetti per spiegarla… che vuol dire? Non contribuisce a niente, è diventata una frustrazione molto forte, anche di chi lavora con il linguaggio, di tutti gli storici, anche i più bravi. A me non interessa. Faccio un esempio nel contemporaneo: Duchamp, che io considero un artista di grande coerenza. Va sicuramente letto e approfondito, ma ogni storico ha scritto almeno venti libri su Duchamp. E poi si ritrovano, oggi, non solo a essere smentiti su quanto hanno scritto, perché loro stessi hanno detto che era un artista mancato, un artista minore, poi è diventato il più grande artista dell’umanità, e poi… e poi non sono stati capaci di scrivere niente di serio. In realtà lui è una figura eccezionale, anche nel contemporaneo, e io invito i giovani a leggerlo. Due anni fa è uscito un libro eccezionale: Marcel Duchamp. La vita a credito, scritto da uno storico francese molto sereno (Bernard Marcadé), che non si è mai preoccupato di scriverne venti o trenta. Schwarz ne ha scritti venti su Duchamp, questo non vuol dire niente, non ce n’è uno che vuol dire qualcosa… il problema è un po’ questo, la frustrazione che c’è sul territorio. Molti giovani apprezzano determinate cose, ma non approfondiscono. La coerenza, e quindi la visione, sono importanti; c’è una sovrabbondanza, e questo è un peccato. Se ti piace una cosa, guardala bene, altrimenti che gusto c’è?

Marta Veltri

Roma // fino al 30 luglio 2013
Enzo Cucchi
VALENTINA BONOMO
Via del Portico d’Ottavia 13
06 6832766
[email protected]
www.galleriabonomo.com

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Marta Veltri
Marta Veltri (Cosenza, 1983) si è laureata in architettura a Roma con una tesi sull'allestimento museale delle Terme di Caracalla. Subito dopo ha fatto parte del team che ha dato alla luce UNIRE, progetto vincitore dell'ultimo YAP (Young Architects Programs) MAXXI, sempre a Roma. Ha collaborato con studi d'architettura italiani e stranieri, approfondendo il complesso rapporto tra architettura, design, arte e fotografia. Negli ultimi tempi si è avvicinata al mondo della comunicazione in ambito artistico e culturale. Dal 2012 scrive per Artribune.
  • Vincenzo

    Bella intervista, belle domande ma risposte senza senso.
    Comunque la mostra è molto bella!

    • Lorenzo

      Sono perfettamente d’accordo.

  • gianfranco

    Rispondo dicendo che il senso delle parole sono, nel caso delle risposte,motivate dal patos che attanaglia ogni artista,spiegare e spiegare, forse la cosa migliore lasciare la parola alle opere, che ne pensate?