Ai nostri microfoni, Giulio Paolini

Artribune ha incontrato Giulio Paolini in occasione della sua personale romana alla Galleria Giacomo Guidi, in un prestigioso palazzo rinascimentale davanti all’oratorio del Borromini: un’atmosfera in perfetta sinergia con quell’aura di classicità che emana dalla cornice concettuale del suo lavoro. Uno scambio di idee che prelude a un’altra intervista, sulla Biennale questa volta, e che leggerete sul prossimo Artribune Magazine.

Giulio Paolini, Qui e Ora (Roma,15 febbraio 2013), 2013 / Sulla soglia, 2013 - courtesy Giacomo Guidi Arte Contemporanea, Roma - photo Giorgio Benni

Protagonista di primo piano dell’arte italiana fin dagli Anni Sessanta, fautore di una ricerca sulle componenti dell’opera e sull’idea di rappresentazione, Giulio Paolini (Genova, 1940; vive a Torino) è da sempre critico rispetto al ruolo sociale dell’artista: afferma l’impraticabilità di un rapporto diretto col mondo, nel riconoscimento della natura tautologica dell’arte. Pur partecipando all’esperienza dell’Arte Povera, si attesta fin dall’inizio su una posizione “metafisica”, approfondendo in seguito i concetti della “messa in scena”, dell’opera come metalinguaggio, dell’autore come spettatore o ancora dell’identificazione con una sorta di identità autoriale collettiva e sovrastorica. Basti pensare a Giovane che guarda Lorenzo Lotto (1967), che propone “la ricostruzione nello spazio e nel tempo del punto occupato dall’autore (1505) e (ora) dall’osservatore di questo quadro”.
Paolini è la guida ideale per sostare “sulla soglia”, titolo della sua mostra romana: un luogo metaforico e slittante, una sorta di confine tra il sé e l’altro da sé, il qui e ora e l’altrove, per sollevare il sipario sull’enigma dell’arte. E a parlare inizia lui.

Il titolo di questa mostra, Sulla soglia, riprende quello del secondo capitolo del mio libro di fresca uscita, L’autore che credeva di esistere [Johan & Levi, Milano 2012], così come l’esposizione personale appena precedente, alla Galerie Yvon Lambert a Parigi lo scorso autunno, riprendeva il titolo del primo capitolo (Sala d’attesa). Il libro che ha ispirato queste due mostre – entrambe comprensive di alcune tavole del volume riccamente illustrato – è nato da un’importante fase di riflessione e di sintesi, che mi ha portato perfino ad astenermi per un intero anno da qualsiasi attività espositiva.

Sia l’attesa che la soglia sono fra i tuoi grandi temi, analogamente al ruolo intercambiabile fra l’autore e lo spettatore in uno scambievole gioco delle parti: vogliamo attraversare insieme questa soglia?
Volentieri! Sulla soglia è anche il titolo dell’opera allestita sulla parete di fondo dello spazio espositivo. La raggiera che dà concretezza al flusso dello sguardo corrisponde alla ripetizione obliqua della tela alla quale è addossato il calco della testa dell’Apollo Parnòpios. Egli è insieme autore e spettatore: autore di uno sguardo che trapassa la tela per scrutare qualcosa che è in atto di divenire; spettatore di qualcosa che al nostro sguardo rimane precluso nella sua compiutezza.

Giulio Paolini, Sulla soglia, 2013 - courtesy Giacomo Guidi Arte Contemporanea, Roma - photo Giorgio Benni
Giulio Paolini, Sulla soglia, 2013 – courtesy Giacomo Guidi Arte Contemporanea, Roma – photo Giorgio Benni

Quindi sottolinea un confine: mi fa pensare a Fontana e ai suoi tagli come tensione ed allusione a un emblematico attraversamento, a un altrove…
Certamente. Non è tanto l’evocazione di qualcosa di invisibile – di quella linea d’orizzonte che costituisce il vero panorama dell’arte – quanto piuttosto di qualcosa che non riusciamo a vedere compiutamente, per quanto tentiamo di farlo. Questo oltre di Fontana, a cui rivolgo un solenne omaggio, tocca in egual misura lo sguardo dell’autore e quello dello spettatore, che si confondono in un unico soggetto: come ho già detto e ripetuto, io stesso sono spettatore dei miei lavori. Il ruolo dell’autore e dello spettatore coincidono in un unico destino, che è quello di porsi al di là della soglia, oltre il mondo reale. La pratica e la necessità dell’arte corrispondono a un tentativo di superamento di quel diaframma.

Rispetto agli esordi mi sembra che nel tuo lavoro recente stia affiorando una tensione verso una dimensione spirituale non trascendente, vicina in qualche modo alle filosofie orientali.
Non volevo arrivare tanto lontano… Sono convinto che ci sia una frontiera virtuale e in qualche modo concreta fra la realtà contingente e la pulsione a superarla. In questo senso mi capita spesso di parlare del presunto ruolo sociale dell’artista, in cui non credo assolutamente. L’artista ha un ruolo storico, la sua immagine e il suo messaggio sono forse i soli che nel tempo riusciranno a perdurare. L’artista non si esprime – non deve esprimersi – sulla realtà ordinaria: la dimensione dell’arte è l’unico pianeta a orbitare nel tempo e nella storia, preservando una sua verità.

Trascendendo la storia e abdicando a rappresentare o interpretare la realtà, l’artista accerta dunque il vuoto incolmabile tra sé e il mondo?
La sua orbita è quella dell’extratemporalità, non l’elogio del domani né tantomeno l’ingerenza nella politica da cui siamo assillati. All’arte non spetta una funzione di utilità nel presente né un ruolo attivo nello scacchiere dell’attualità: l’unica traiettoria che le compete è quella del tempo.

Giulio Paolini - Sulla soglia - veduta della mostra presso la Galleria Giacomo Guidi Arte Contemporanea, Roma 2013 - photo Giorgio Benni
Giulio Paolini – Sulla soglia – veduta della mostra presso la Galleria Giacomo Guidi Arte Contemporanea, Roma 2013 – photo Giorgio Benni

Da un certo momento in poi sei stato considerato come un antesignano e un punto di riferimento del Citazionismo degli Anni Ottanta, precisamente dell’Anacronismo di Maurizio Calvesi. Dall’alto della tua algida concettualità riesci a riconoscerti in questa tendenza?
Sì e no. Non mi sono mai riconosciuto in questa tendenza sotto l’aspetto del ritorno alla pittura tradizionale – del ritorno ai pennelli – ma non nego una certa affinità per quanto riguarda la citazione dell’antico e delle sue immagini. Una ripresa dell’antico, tuttavia, priva di nostalgia, ispirata piuttosto da ragioni concettuali: nulla di ciò che appartiene al linguaggio dell’arte può essere cancellato. La parola pronunciata dall’arte di oggi non esclude, anzi non può ignorare quella di ieri. Mi piacerebbe saper dipingere un tramonto… anche perché preferisco vederlo in un quadro piuttosto che nel cielo…

Quale valore e quale significato rivestono le citazioni e le autocitazioni nel tuo lavoro a partire da Giovane che guarda Lorenzo Lotto, che è un po’ il manifesto della tua poetica?
Ti rispondo con un esempio. Al centro di questa mostra ho allestito Qui e ora (Roma 15 febbraio 2013), un agglomerato volutamente instabile e precario di strumenti e materiali appartenenti al repertorio dei miei oggetti d’affezione (cornici, telai, immagini fotografiche, leggii, cavalletti…). I singoli elementi sono insufficienti a se stessi, sono “citazioni” che non posso fare a meno di rammemorare; nel loro insieme costituiscono una situazione alla ricerca della propria definizione, in attesa di trovare il proprio titolo e la propria legittimità di opera. Una situazione volutamente indefinita, dichiaratamente in divenire. L’unica presenza puntuale in questa deliberata imprecisione è una fotografia del mio studio, in cui ho inserito a collage, in corrispondenza di un cavalletto, un’immagine dell’ambiente della galleria: attraverso questa prefigurazione – come se la situazione espositiva ancora a venire appartenesse già al mio passato – ho creato un cortocircuito temporale, annullando la successione cronologica e facendo implodere la scansione temporale.
In modo analogo, la citazione della Stele Tadini di Antonio Canova (la figura nella fotografia in bianco e nero sul rovescio della grande tela) e il calco della testa dell’Apollo Parnòpios fanno risuonare echi e memorie, che aprono una prospettiva dal punto di fuga incerto verso qualcosa o qualcuno.

Magari verso Lorenzo Lotto…
… che forse è dietro l’angolo. A guardarci!

Patrizia Ferri

Roma // fino al 6 aprile 2013
Giulio Paolini – Sulla Soglia
GIACOMO GUIDI
Corso Vittorio Emanuele II 282/284
06 6880138
[email protected]
www.giacomoguidi.it

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Patrizia Ferri
Storica, critica d’arte e curatrice indipendente. Collabora con musei, fondazioni e gallerie private. Relatrice a convegni sulle problematiche estetiche contemporanee e sull’arte pubblica, membro in giurie di premi per l’arte delle ultime generazioni di cui si occupa dal 1988. Collabora con varie testate nazionali e riviste di settore tra cui Flash Art, di cui è corrispondente per Roma e il Lazio. Autrice e direttrice di collana presso alcune case editrici tra cui Gangemi Editore e Aracne Editrice; consulente e conduttrice di programmi radiofonici e televisivi (Rai Sat, Rai International, Radio tre). Docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Roma; come esperta di processi integrati e partecipati di estetica urbana è docente del Collegio di Dottorato di Ricerca in tecnica Urbanistica presso l’ex DAU (Dipartimento Architettura e Urbanistica, Sapienza), dove è condirettrice del CEDRAP (Centro di Ricerche e documentazione sull’Arte Pubblica).
  • Rasoio

    Gli eventi precipitano gli extraterrestri sono atterrati davanti al duomo
    di milano ma lui, il paolini immarcescibile niente ! Imperterrito continua
    Nella sua vuota tiritera sempre uguale al nulla di sé stessa. Ma se non gli
    Interessa niente del mondo perché non se ne Sta chiuso ad esporre nelle
    Stanze di casa sua? Pietromarchi e questa sarebbe l’arte italiana da presentare
    Alla biennale? Piú di 40 anni di inutilitá dichiarata? Ma credete che alla platea internazionale Freghi qualcosa di queste torri d’avorio da provincialotti pretenziosi?

    • Stefano Tedeschi

      Sì, credo che glie ne freghi abbastanza.
      Paolini è stato – ed è – un protagonista di quell’ambito di ricerca che ha fatto la tematica dell’assenza, della de-autorializzazione, il suo fulcro. Sminuire la portata di questi percorsi, significherebbe minimizzare l’apporto del Nouveau roman alla letteratura, di Foucault alla linguistica, di Nancy e del decostruzionismo alla filosofia della percezione (e alla filosofia tutta). Altro che provincialismo!
      Non credo sia una torre d’avorio, quella costruita da Paolini. E’ una modalità operativa, come l’impegno sociale di Guttuso. Chiaramente anche Paolini soggiace alla logica della storia, checché lui ne dica e ne pensi: come tutti, anche lui è immerso nella realtà contingente e subisce l’incidenza di una qualche “kunstwollen”. Semplicemente il suo lavoro dichiara di volersene tirare fuori, come lo dichiaravano un tempo i cavalli sulla spiaggia di De Chirico: poi se i risultati siano in linea, o disattendano, le aspettative e i postulati è un altro discorso.
      La scelta di portarlo alla Biennale è argomento a sé, sul quale non saprei cosa dire, posto che, a mio avviso, Paolini ha ancora argomenti validi.

  • rasoio

    e invece non glene frega un bel nulla come non gli frega di de dominicis: sono autori del passato italiano ormai superati
    l’apporto del Nouveau roman alla letteratura è da un bel pezzo ridimensionato e Foucault c’entra come i cavoli a merenda lui si è infatti interessato al contesto del sapere- potere attorno alle cose e certo non nell’ottica dell’autoreferenzialità del vaso ermetico
    quanto alla kunstwollen penso che sia un concetto che si usa ormai solo negli studi accademici
    il decostruzionismo? nei suoi aspetti migliori è una riscrittura viva del già detto e non la retorica dell’assenza: per ora è il governo a essere assente mi pare

  • gianluca malgeri

    mitico Maestro Giulio!