L’architettura indiana. Secondo Rahul Mehrotra

Rahul Mehrotra è architetto e urbanista. Il suo studio, RMA Architects, fondato nel 1990, è di base a Mumbai. È professore presso la Graduate School of Design della Harvard University e direttore del Dipartimento di Pianificazione e Progettazione urbana, nonché membro del comitato direttivo dell’Harvard’s South Asia Initiative. Artribune ha visitato in anteprima la mostra “The Kinetic City” all’Accademia Britannica di Roma e intervistato l’architetto indiano.

The immersion of the Ganesh idols web (photo credit Rahul Mehrotra)

The Kinetic City conclude il ciclo Urban Landscapes – Indian Case Studies, organizzato dall’Accademia Britannica di Roma e incentrato sull’India e su quello che viene definito “informal urbanism”.
La mostra è divisa in tre parti: nella prima, un testo teorico di Rahul Mehrotra introduce al tema della “Kinetic City”; nella seconda, un collage di immagini accompagna il visitatore alla scoperta della vita cittadina di Mumbai; nella terza, si evidenzia il lavoro di ricerca portato avanti da Mehrotra sulla società indiana e i suoi sviluppi. Una società basata da una crescita velocissima (la città è passata da poco più di 10 milioni di abitanti nei primi Anni Zero agli oltre 20 milioni del 2012) e dalla forte presenza di una democrazia consolidata. Ne abbiamo parlato con Rahul Mehrotra.

In cosa si contraddistingue la società indiana rispetto ad altri modelli comunemente definiti come i nuovi mercati emergenti?
Oggi nel mondo si celebrano modelli come Dubai o Shanghai, ma queste non sono democrazie. Sono quello che io chiamo “the Landscape of impatient capitalism”. La teoria capitalista è infatti molto impaziente di realizzare velocemente i propri progetti e le città come queste attraggono grandi capitali proprio per il loro sviluppo repentino. La democrazia, invece, rende il capitalismo molto più paziente. Genera un contrasto. In India succede qualcosa di diverso. Essendo una democrazia, è molto più “people-centric” e affonda le sue radici in una cultura dal carattere fortissimo. E questo è quello che ho cercato di mettere in luce nella mostra.

Come leggere la mostra nel suo insieme?
Sono tre le parole chiave a fare da filo conduttore. ‘Appropriation’, la sovrapposizione cioè tra spazio pubblico e privato. ‘Incrementalism’, la teoria secondo cui tutto accade attraverso tanti piccoli cambiamenti, non più grandi visioni ma grandi adattamenti. E infine ‘Elasticity’, in cui la città assume una qualità elastica in termini di spazio.

Rahul Mehrotra - The Kinetic City - veduta dell'allestimento presso l'Accademia Britannica, Roma 2013
Rahul Mehrotra – The Kinetic City – veduta dell’allestimento presso l’Accademia Britannica, Roma 2013

Ci spieghi il titolo della mostra, The Kinetic City.
La mostra propone diversi esempi di quella che viene chiamata la Kinetic City. Oggi le città indiane comprendono due componenti che occupano lo stesso spazio fisico. La prima, che potrebbe essere definita la Static City, è costituita da materiali più permanenti: cemento, acciaio e mattoni. Si tratta della concezione bidimensionale che compare sulle cartine tradizionali e la sua presenza è monumentale. L’altra è la Kinetic City. Incomprensibile come entità bidimensionale, viene percepita come una città in movimento, un costrutto tridimensionale in progressivo sviluppo. La Kinetic City ha una natura temporanea, ed è spesso costruita con materiali riciclati: fogli di plastica, rottami metallici, tela e legname di scarto. Si modifica e si reinventa costantemente. La Kinetic City non viene percepita in termini architettonici, ma piuttosto in termini di spazi e modelli di occupazione. Si tratta di un’urbanizzazione indigena con la sua particolare logica locale.

Il lavoro di ricerca in mostra è suddiviso in sei pannelli esplicativi, ognuno rappresentante un punto della ricerca: transaction, networks, housing, assembly, instability e spectacle. Dove si analizzano fenomeni reali da cui trarre insegnamenti e considerazioni. Significativa la percentuale di coloro i quali, in India, lavorano nel settore dei così detti “lavori informali”, pari al 92%. Come va interpretato questo dato?
Ogni volta che sento la frase “l’India sta diventando sempre più potente, diventerà a breve la nuova potenza economica mondiale”, dico sempre: “Non è vero!”. A diventare potente è solo una piccolissima parte della popolazione. L’iniquità è in aumento, e il fatto che in India il 92% crei da solo il proprio lavoro in modo informale è un dato fondamentale per la comprensione del fenomeno indiano.

E come si possono combinare queste due realtà così diverse tra loro?
Questo è il punto. Possiamo iniziare a farlo costruendo una base di confronto e discussione sulla quale l’architettura, sono sicuro, potrà giocare un ruolo determinante.

Street (photo credit Robert Stephens)
Street (photo credit Robert Stephens)

Moltissimi sono i casi di appropriazione temporanea degli spazi pubblici. Dalle foto sembra che non ci siano edifici adeguati per la vita culturale della comunità. È davvero così?
In parte è così, ma tutto questo accade per due o tre ragioni. La prima è perché le città crescono a un ritmo talmente elevato che gli edifici e gli spazi non bastano mai. La seconda è da ricercarsi nella cultura e nelle abitudini indiane, che da sempre prevedono l’uso dello spazio pubblico per le celebrazioni religiose e non solo. La terza ragione è di carattere climatico, che permette di vivere la strada e lo spazio esterno molto più che in qualsiasi altro Paese.
Questa è la situazione esistente. Non sto dicendo che va bene così, ma noi come progettisti dobbiamo capire cosa possiamo imparare da questi fenomeni anche in termini di sviluppo sostenibile per il futuro delle città.

Zaira Magliozzi

Roma // fino al 26 febbraio 2013
Rahul Mehrotra – The Kinetic City
a cura di Marina Engel
ACCADEMIA BRITANNICA
Via Gramsci 61
06 3264939
www.bsrome.it

 

CONDIVIDI
Zaira Magliozzi
Architetto, architecture editor e critico. Dalla sua nascita, fino a Marzo 2015, è stata responsabile della sezione Architettura di Artribune. Managing editor del magazine di design e architettura Livingroome. Corrispondente italiana per la rivista europea di architettura A10. Dal 2006 cura la rubrica “Corrispondenze” nella rivista presS/Tletter. Pr e project manager di progetti dedicati alla comunicazione del design e dell’architettura per l’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha scritto per The Architectural Review, L’Arca, Il Giornale dell’Architettura, Il Gambero Rosso, Compasses, Ulisse e Quaderno di Comunicazione. Membro del Consiglio direttivo di IN/ARCH Lazio. Dal 2009 fa parte del laboratorio presS/Tfactory, legato all’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica - per l’organizzazione di eventi, workshop, concorsi, corsi, mostre e altre iniziative culturali legate al mondo dell’architettura.