L’idea della nostalgia (IV)

La gloriosa tradizione del what if. Da Philip K. Dick , che immaginava un mondo in cui nazisti e giapponesi avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, alla saga pop di “Ritorno al futuro”. Un modo tutto particolare di rapportarsi alla nostalgia.

Philip K. Dick, The Man in the High Castle

La mia scelta oscilla tra l’Allora e l’Oggi.
Vivo nell’Oggi con riluttanza. Vivo nell’Allora con la
rettitudine di un giovane convertitosi alla Causa.
James Ellroy, il sangue è randagio (2009)

Questi oggetti culturali si rifanno largamente alla tradizione della storia “what if”, o controfattuale, inaugurata ufficialmente da L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle, 1962) di Philip K. Dick . Dick immaginava un mondo in cui nazisti e giapponesi avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, e lo scrittore di fantascienza Hawthorne Abendsen ha scritto il romanzo La cavalletta non si alzerà più, che descrive una realtà ipotetica in cui la storia è andata nel senso opposto, ma che è solo parallela al nostro universo, dal quale differisce sensibilmente. Da allora, la fantascienza letteraria e cinematografica si è cimentata sempre più con questo sottogenere.
La penetrazione definitiva nella cultura pop si deve a Robert Zemeckis, prima con Ritorno al futuro (Back to the Future, 1985; 1989; 1990) e in seguito Forrest Gump (1994). Sia Marty che Forrest attraversano la storia americana, modificando il proprio destino e quello nazionale  (che giungono dunque a identificarsi, sempre e comunque, anche se con modalità differenti). L’aspetto interessante è che nella trilogia il 1985 (presente), il 1955 (passato) e il 2015 (futuro), ripuliti dalle caratteristiche superficiali e decorative, risultano identici, speculari e sostanzialmente immobili: sono, cioè, del tutto in linea con il “presente perpetuo” e la nozione nostalgica di Fredric Jameson. Lo strumento di Ritorno al futuro è la DeLorean, quello di Forrest è il suo corpo, la sua stessa vita, attraverso la quale altera il nostro mondo e la nostra percezione di esso, anche se in maniera impercettibile. Innestando visivamente per la prima volta il suo personaggio nella Storia, e precisamente nella sua riproduzione/registrazione mediatica – anche se, effettivamente, andrebbe almeno menzionato il precedente del Clint Eastwood bodyguard del presidente Kennedy in Nel centro del mirino (In the Line of Fire, 1993) di Wolfgang Petersen -, Zemeckis suggeriva che rilettura e nostalgia potevano procedere di pari passo, ed in piena era clintoniana componeva un’ode agli anni Sessanta non priva di elementi problematici e critici, veicolati proprio dall’innocenza di Forrest [1].

Robert Zemeckis, Back to the Future (1985)

Scrive in proposito Robert Burgoyne: “L’aspetto più spettacolare e provocatorio della presa sul passato del film – il suo uso della tecnologia digitale per ‘dominare’ il passato ‘remasterizzando’ il material archivistico allo scopo di innestare il personaggio principale nelle sequenze storiche cinematografiche e televisive – è chiaramente teso a sollecitare una risposta memonica e mimetica da parte dello spettatore, suturandolo in un passato che non gli appartiene, rendendolo cioè in grado di abitare (attraverso l’identificazione con il protagonista) una vera   Forrest Gump viene così rivelato, nel modo più enfatico possibile, come uno strumento che permette agli individui di esperire un incontro corporeo, mimetico con un passato collettivo che non hanno mai vissuto. Questa sutura dello spettatore all’interno di una scena storica collassa la distinzione tra il personale e lo storico, e mette in primo piano le relazioni molteplici e complesse tra memoria individuale e collettiva e storia nell’età del cinema e della cultura mediatica” [2].
Più recentemente, la storia alternativa ha conosciuto alcuni interessanti sviluppi letterari, da Invasione (1994-1996) e Colonizzazione (1999-2001), i cicli ormai canonici di Harry Turtledove a Darwinia (1998) di Robert Charles Wilson, da The Years of Rice and Salt (2002) di Kim Stanley Robinson alla saga del Neanderthal Parallax (Hominids-Humans-Hybrids, 2003) di Robert J. Sawyer.

Wolfganf Petersen, In the line of fire (1993)
Questa moda ormai dilagante, che anche in Italia influenza ormai scrittori abitualmente lontani dalla fantascienza – Enrico Brizzi con L’inattesa piega degli eventi (2008) e La nostra guerra (2009) ed Elena Loewenthal con Conta le stelle, se puoi (2009) – potrebbe essere una spia di come sta evolvendo oggi l’attitudine ‘manipolatoria’ della nostalgia, concentrandosi tra l’altro solo e soltanto su determinati periodi, evidentemente percepiti come particolarmente significativi e in definitiva ancora irrisolti per la propria cultura – la Seconda Guerra Mondiale l’inizio del Novecento per il mondo anglosassone, il Ventennio fascista per l’Italia. La deviazione imposta al passato sembra essere perciò una sorta di esperimento narrativo che testa la tenuta della propria identità culturale.

Christian Caliandro

[1] Cfr. su questo argomento: Robert Burgoyne, e Gianni Canova (a cura di), Robert Zemeckis, Marsilio, Venezia 2008.
[2] “Prosthetic Memory / Traumatic Memory: Forrest Gump (1994)”, 1999, www.latrobe.edu.au/screeningthepast/firstrelease/fr0499/rbfr6a.htm.

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Continuo a non capire la posizione di Caliandro sul tema della nostalgia. Ho condiviso in larga parte i suoi scritti sul realismo, ora ritengo a dir poco spiazzante questa brusca virata. Quando nel testo si cita Jameson e la sua nozione di “presente perpetuo” si centra perfettamente il senso di molte delle opere cinematografiche e letterarie citate. Non a caso Jameson è uno dei più noti fautori della postmodernità. Ma non si era detto che per l’arte e la cultura il superamento del concetto di “postmoderno” e il recupero di un certo realismo sarebbero un toccasana?! Provo nuovamente a chiedere a Caliandro se reputa conciliabili l’approccio nostalgico con quello realistico. A mio parere un più profondo legame con la realtà porterebbe al superamento della relazione nostalgica con la storia. La nostalgia è fondamentalmente acritica. Il realismo presuppone la critica (del passato e del presente).

    • christian caliandro

      Caro Vincenzo, il fatto che uno studi un fenomeno culturale (come la nostalgia), si dedichi alla sua comprensione e cerchi di spiegarlo, non vuol dire automaticamente che “faccia il tifo” per quello stesso fenomeno. Senza contare che, approfondendo, si può magari scoprire che alcuni oggetti culturali “nostalgici” hanno cercato attivamente un rapporto complesso e non disimpegnato con la Storia e il passato, quindi con la realtà (per es. “Ritorno al futuro”, o “L’inattesa piega degli eventi”). Un approccio del tipo: “nostalgia=(tutta) cattiva” VS. “realismo=(tutto) buono” non credo che contribuisca molto a cogliere e interpretare la complessità del reale – che è esattamente quello che cerchiamo di fare su “inpratica”.
      Spero di aver risposto alla tua domanda.

  • Grazie per la risposta Christian. In realtà era proprio questo che cercavo di capire. L’impressione che i tuoi ultimi articoli mi avevano trasmesso era invece proprio quella che tu “facessi il tifo” per la nostalgia. Semplicemente mi sembrava che fossero in contrasto con il taglio che inizialmente avevi dato alla interessante rubrica “inpratica”. Sono d’accordo con te: schematizzare e semplificare non porta a nulla. Concordo anche con l’idea che alcuni oggetti culturali “nostalgici” possano attivare un rapporto non disimpegnato con la storia e il passato. Tra questi non includerei però la trilogia di “Ritorno al futuro” che, come tu stesso affermi nell’articolo, è più in linea con l’immobilità di Jameson che con una consapevole critica storica. D’altronde la temperie culturale degli anni Ottanta non poteva produrre una narrazione pop in grado di interpretare la complessità del passato e proporre soluzioni alternative per il futuro. Zemeckis è attualmente un sostenitore di Obama e del Partito Democratico statunitense, ma Marty McFly rispondeva più all’ideale eroico americano “alla Clint Eastwood” (il successo del singolo fa il bene della collettività) che a istanze solidaristiche (il bene della collettività fa il successo del singolo). Questa visione individualistica è tipica degli Eighties (si incarna nello stereotipo dello yuppie) e di un contesto economico all’apice della crescita. Parlando di revival, gli anni ’80 scelgono un legame privilegiato con il ventennio ’50-’60. Nel primo film della saga, Marty torna agli albori del boom economico. Questo spiega l’impressione di sostanziale immutabilità, che si riflette di conseguenza sulla visione del futuro.
    Molto più centrato mi sembrava invece il riferimento a Fellini e “Amarcord”, giustamente da te considerato (nel secondo articolo della serie) uno dei titoli fondamentali nella nascita della nostalgia contemporanea. Volendo parlare di prodotti culturali che cercano di recuperare un rapporto complesso con il passato, sono questi i riferimenti che mi sembrano più coerenti.
    Per finire, e mi scuso per essere stato prolisso, consiglio agli appassionati di nostalgia la lettura di una bellissima opera tardolatina (molto più contemporanea della trilogia di Zemeckis, a mio avviso): “Il ritorno” di Rutilio Namaziano, nella traduzione ottima del mio caro professore Alessandro Fo per Einaudi.

    • Bel l’intervento Vincenzo e, per favore, non scusarti per un post un po’ più lungo: smettiamola di andare incontro alla “sciocca sinteticità”… ha già fin troppi sostenitori.
      Se per svolgere un argomento ci vogliono 100 parole non se ne possono usare 50.
      Chi è interessato all’argomento e ad una discussione godevole su di esso i commenti sintetici e i lazzi interessano poco … magari qualche “buona battuta” o un aforisma intelligente…

      • Grazie per la pazienza e per l’interesse con cui segui i miei interventi. Anche a me fa piacere leggere commenti articolati e tu sei sicuramente uno degli interlocutori con cui è più gradevole confrontarsi su questa piattaforma.

  • Perché “L’idea della nostalgia V” ha i commenti disabilitati? Peccato. Si tratta di una sintesi interessante e ricca di spunti.