Marco Tirelli: la pittura è il campo da gioco

La città di Roma, i ricordi, le ombre e le assenze. Malevic, de Chirico, la politica e i mercanti. La Nuova Scuola Romana, gli anni Zero e gli Anni Settanta. Di questo abbiamo parlato con Marco Tirelli prima del suo opening a Macro Testaccio. E di molto altro si sarebbe potuto continuare a parlare. Tutto ciò che non è scritto però sarà in mostra; inaugurazione fissata per domani 29 marzo.

Marco Tirelli, 05 / 09 / 11, MACRO Testaccio – panoramica della mostra - Courtesy Galleria Giacomo Guidi, Roma © Giorgio Benni

La tua mostra è co-prodotta dal Macro e dal Musée d’Art Moderne de Saint-Étienne Métropole, dove si sposterà in seguito. Come nasce questo progetto?
La mostra nasce per volontà del direttore del Macro Bartolomeo Pietromarchi, con cui ho da subito condiviso l’idea di utilizzare entrambi i padiglioni di Macro Testaccio.

Praticamente i due terzi dello spazio che viene solitamente occupato dalla Fiera Roma Contemporary.
Sono circa 1400 mq, due vere cattedrali romaniche, con tanto di navate. Ne utilizzerò una integralmente, la sezione espositiva più ortodossa. Nel secondo padiglione ho isolato invece una sorta di cella, uno spazio che aderisce alla mia idea di Teatro della Memoria; un cosmo, un concerto di opere che pur mantenendo la propria autonomia attuano tra loro un gioco di specchi, di riflessi.

Questa è la prima grande monografica a te dedicata in un spazio pubblico della tua città. Roma cerca di recuperare il tempo perduto nei confronti di alcuni figli-artisti cresciuti un po’ orfani?
Escludo che la mia mostra sia nata per questioni di romanità. Non posso non ammettere d’altra parte che per troppi anni le istituzioni in ambito artistico a Roma abbiano latitato. Partiamo dagli anni ’60 e ‘70. A parte molte cose buone ma saltuarie di scena alla Galleria d’Arte Moderna di Palma Bucarelli, il resto viveva in silenzio. Per anni il panorama contemporaneo della capitale si è sostenuto sulla sola iniziativa dei privati, personaggi straordinari come Sargentini, Liverani, Sperone. Era un mondo sotterraneo, l’epoca delle cantine teatrali, dei primi cineclub, un mondo spontaneo sì, ma parallelo, esoterico e non riconosciuto dalle istituzioni. Il passaggio a un modello anche internazionale e istituzionalizzato ha coinciso solo con all’apertura di Macro e Maxxi. Nonostante questo, i musei devono ancora contare sull’intraprendenza di poche persone che, anche se dimostrano coraggio, non sempre riescono per cause politiche a trovare un ruolo di autonomia istituzionale. Un esempio è la battaglia che sta conducendo Pietromarchi per far sì che il Macro abbia un suo statuto di Fondazione e dunque una sua autonomia.

Marco Tirelli, 05 / 09 / 11, MACRO Testaccio – panoramica della mostra - Courtesy Galleria Giacomo Guidi, Roma © Giorgio Benni

La tua vicenda artistica e personale è riconosciuta in Italia e all’estero in stretta relazione con la cosiddetta Nuova Scuola Romana. La formula avanguardista del gruppo nasconde più benefici o più limiti?
Il mio riconoscimento, in Italia e all’estero, nasce dalla mia storia personale. La nascita del gruppo si deve a ragioni contingenti; una provenienza comune – l’accademia di belle arti, la scuola di scenografia – e la possibilità di occupare i bellissimi spazi del vecchio Pastificio Cerere. Non parlerei di “gruppo” o di “scuola”, ma piuttosto di amici che hanno avuto un percorso comune. Non abbiamo mai pensato a un programma o a un manifesto. La nostra è stata ed è un’esperienza umana molto forte di condivisione e vita comune che andava dalle notti ubriache alle discussioni filosofiche più accanite.

È rimasta sotto traccia qualche nostalgia delle origini, di quegli anni Settanta?
Non è una questione di nostalgie, registro però lucidamente una differenza nell’approccio all’arte, parlo di una maggiore velocità di relazione. Negli anni Settanta l’arte aveva una maggiore capacità “auratica”, nonostante volesse rompere i tradizionali luoghi deputati per invadere il mondo. Richiedeva una maggiore liturgia, cosa che oggi mi sembra in gran parte evaporata al calore delle maggiori preoccupazioni imposte dal “sistema dell’arte” ovvero mercato, glamour e riconoscimento sociale. Oggi respiro un’aria di disincanto che non amo. Sento sempre di più che il mondo dell’arte sia in cerca di sensazioni e non di emozioni.

Una sorta di costante pop up, per dirla in termini informatici…
E pensare che una volta si parlava di eternità dell’opera…

Marco Tirelli, 05 / 09 / 11, MACRO Testaccio – panoramica della mostra - Courtesy Galleria Giacomo Guidi, Roma © Giorgio Benni

A proposito di durata, mi affascina delle tue opere la capacità di creare relazioni percettive mutevoli e quindi prolungate nell’esperienza visiva. Oltre a un debito spontaneo nei confronti della fotografia – penso a Stieglitz, Steichen e Man Ray – oltre alla relazione inevitabile con la scultura, mi sembra si possa delineare nei tuoi lavori un rapporto col cinema, con la presenza solenne dello schermo proprio in funzione di questa presa sfuggente dell’occhio sulla tela.
Queste opere sono pittura, scultura e cinema. Ma allo stesso tempo cercano di non esserlo. Non uso il pennello, ma le opere sono dipinti; non uso la macchina fotografica ma questi quadri guardano all’immagine fotografica; non sono sculture ma parlano di luoghi e spazi. Non sono cinema, ma parlano di luce e del movimento che questa genera. Per me la pittura è il campo da gioco, ma non è il gioco. Ciò che mi interessa sono le immagini nella loro indefinibili.

Per tornare brutalmente all’attualità: che ne pensi di questo momento di crisi morale ed economica? Credi possa fare bene al mondo dell’arte?
Potremmo partire dal caso della mia mostra, voluta e organizzata dal Macro col sostegno di Giacomo Guidi. Una mostra con dimensioni e scala assolutamente fuori da qualsiasi logica di mercato. Questo perché l’unica mia preoccupazione è fare Arte. Il problema è che si parla troppo spesso di sistema, di marketing, di politiche e di investimenti e questo sta banalizzando l’arte riducendola a oggetto mondano. Il sogno che l’arte può generare, l’espansione delle nostre coscienza, la sua sua capacità di incantarci, la sua possibilità di definire il mondo sono temi che hanno ben poco a che vedere con la crisi economica. L’arte è emersione. O meglio, è volo. Di tutto il resto io non mi occupo e non so niente.

Luca Labanca

Roma // dal 30 marzo al 13 maggio 2012
inaugurazione 29 marzo ore 19. 00
Marco Tirelli
MACRO TESTACCIO
Piazza Orazio Giustiniani
www.macro.roma.museum 

CONDIVIDI
Luca Labanca
Luca Labanca si muove nel 2006 da Varese a Bologna per iniziare il percorso di studi del DAMS, curriculum Arte. Negli anni di residenza bolognese collabora stabilmente col bimestrale d’arte e cultura ART Journal, contemporaneamente idea e sviluppa progetti ed eventi di contaminazione culturale tra il Lago Maggiore e Lugano assieme allo scrittore e musicista Tibe. Nel 2010 ottiene la laurea con la tesi Fiat Lux sviluppata al fianco della docente in Semiotica dell’Arte, Prof.ssa Lucia Corrain. Nell’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Roma per intraprendere il percorso magistrale in Studi storico artistici dell’Università la Sapienza, fin dai suoi esordi partecipa al progetto editoriale Artribune.
  • “mia mostra, voluta e organizzata dal Macro col sostegno di Giacomo Guidi.” Giacomo Guidi mi risulta essere un gallerista. Ed ecco le opere di Tirelli in galleria:

    http://giacomoguidi.it/artisti/33-marco-tirelli

    Non capisco come si faccia a dire : “Una mostra con dimensioni e scala assolutamente fuori da qualsiasi logica di mercato.” Mi sembrano quadri vendibili…cosa significa fuori da ogni logica di mercato? E cosa c’è di male nel mercato? La mamma diceva le cose fanno male se esageri.

    Non è questa la stessa infiltrazione del gallerista nel museo che abbiamo visto con Lia Rumma per il PAC e ora Guidi per il Macro? Lo chiedo, anche se a me la cosa non scandalizza.

    LR
    oggi ore 20 “Casa per Casa”_SKYPE DAY: whlr.blogspot.com
    cerca su i contatti skype : lucarossi22

    • SAVINO MARSEGLIA

      Se l’arte è “volo”.. allora cosa aspetta Tirelli a battere le ali della libertà e come un uccello fuggire da questi musei-cimieri? Dovremmo prenderlo sul serio, oppure mettere da parte la nostra “superbia” intellettuale ? In effetti molti artisti con le loro affermazioni di autonomia e libertà, lasciano il tempo che trovano…

  • Kinderheim

    I galleristi sostengono i loro artisti pressoi musei, come accade n tutto il mondo, in tutti i musei

    • SAVINO MARSEGLIA

      @ KInderheim, è un falso problema: la grande arte non si è mai esaurita solo nelle gallerie mondane o consacrata nelle cappelle funeree di musei…

  • Va benissimo, non capisco perchè l’artista debba dire cose che non sono vere….senza pensare che certe logiche sistemiche lo hanno portato ad esporre nel posto X…..questo falso romanticismo italiano fa venire il latte alle ginocchia. Piuttosto taci. E forse anche le opere avranno più forza ed incidenza.

    LR

    • ugo

      Pienamente d’accordo con Rossi

      “All’esterno mostravano una splendida figura, covando nel loro interno il loro cupo pensiero reale”

      —Dante Alighieri, Inferno – Canto ventitreesimo

      • Rino Marcello

        Ma quale è il problema se non l’invidia di chi scrive commenti del genere? La mostra è bella, intensa, piena di qualità. Questo conta. Non spaccare in due come un capello le frasi di Tirelli. Ma non vi va mai bene niente? L’invidia è una brutta bestia!

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Il problema del del falso romanticismo italiano può essere impostato in due modi. In primo luogo si può parlare di “artisti borghesi” con l’erre moscia che fanno finta di democratizzare l’arte, ossia di una diffusione dei linguaggi esistenti fra i lavoratori, però senza rinunciare ai vantaggi che offre il sistema borghese dell’arte. Diciamo così : L’ARTE AL POPOLO. In secondo luogo si può parlare di “artisti proletari” che cercano a tutti i costi di entrare a far parte del sistema borghese dell’arte.
      Come trovare una via d’uscita? …sei un’artista di borghese, non devi fare i conti a fine mese.. ( Elena Imperatori)

  • Grifffin

    Mostra clamorosa, bellissima, perfetta, sacra, ieratica, religiosa, integerrima e rigorosa. La mostra piu’ bella che c’e’ a roma ora. non so se pietromarchi ha culo o è proprio bravo. COMPLIMENTI

  • Rino Marcello

    Se la batte, a proposito anche di bianco e nero, con quella di Galliani al Bilotti, fantastica pure quella, più dark e comunque diversa.

  • Non ho messo in discussione la qualità della mostra ma una dichiarazione dell’artista, che sostiene che queste opere siano fuori da logiche di mercato…..mi sembra assurdo e ridicolo. E non c’è nulla di male.

    In ogni opera, con una perizia maniacale, si vorrebbe evocare una dimensione altra, sospesa. Direi con alterni risultati. Non credo che l’artista potesse sostenere una personale in uno spazio così grande, si reiterano mille declinazioni della medesima idea. Troviamo un valore nel richiamo a questa dimensione altra? Cosa ci fornisce questa dimensione? C’è una stampa dell’ikea che lavora sulla medesima tensione:

    http://weheartit.com/entry/7263946

    Si tratta di Ikea evoluta, semmai ottenuta con enorma perizia tecnica? Un bravo studente uscito dall’accademie X ci riuscirebbe? E’ una valore riuscire in questa perizia tecnica? Cosa porta in più nella nostra vita? Forse porterebbe qualcosa in più al nostro salotto? Pongo domande, senza intento polemico.

    LR
    whlr.blogspot.com

    • SAVINO MARSEGLIA

      Quando si parla di arredamento per il salotto, la perizia tecnica dell’oggetto, porta di giorno il ristoro degli occhi e di notte ti regala confortevoli momenti di relax…

    • @Luca : le solite domande retoriche, cui Tirelli, per altro, ha già risposto “in anticipo ” : ” Il problema è che si parla troppo spesso di sistema, di marketing, di politiche e di investimenti e questo sta banalizzando l’arte riducendola a oggetto mondano […sembra proprio stia parlando a te…]. Il sogno che l’arte può generare, l’espansione delle nostre coscienza, la sua sua capacità di incantarci, la sua possibilità di definire il mondo sono temi che hanno ben poco a che vedere con la crisi economica. L’arte è emersione. O meglio, è volo. Di tutto il resto io non mi occupo e non so niente.”
      Se vuoi essere “efficace” nella tua critica, oltre a indicare puntualmente ciò che tu ritieni essere “Ikea” ed “Ikea evoluta”, di tanto in tanto, anche solo per cambiare, indicaci qualche cosa (se esiste) che tu ritieni essere “opera d’arte con un alto valore” ma senza ricorrere alle tue “formulette” e facendo,invece, uno o più esempi concreti.

      • @Luciano: io mondano….? ahahhahah…perchè non rifletti prima di scrivere? Mi sembra di mantenere una certa distanza “dall’aperitivo del sistema”.

        Ma perchè continui a chiedere soluzioni allo scemo del villaggio?

        Perchè non cerchi di rispondere alle domande che ho posto che di retorico non hanno nulla?

        Io credo che oltre ad un caso P-ART-MALAT (prezzi delle opere gonfiati arbitrariamente seminando sfiducia nel settore) l’arte contemporanea stia attraversando da alcuni anni un crisi linguistica senza precedenti in italia e all’estero…ma ovviamente nessuno può dire che il Re è nudo.

        LR

        • …mondano??? e da dove salta fuori?? Non rispondo alle tue domande perché sono domande retoriche, che potrebbero essere poste egualmente per qualsiasi opera d’arte contemporanea e non, come, del resto, per qualsiasi “oggetto” o “manufatto” di questo mondo.
          Non pongo alcuna domanda allo “scemo del villaggio” salvo chiedergli, visto che scrive esclusivamente per criticare negativamente, se esista qualche cosa che si sentirebbe di indicare come positiva e di valore o, per continuare nella metafora che tanto ti piace, se attorno a lui veda solo gente nuda o se riesca ad intravedere anche qualcheduno vestito propriamente.

          • correggo: “Non chiedo nessuna soluzione allo “scemo del villaggio”, salvo chiedergli…

  • Credo che se l’arte è emersione prima di tutto bisogna buttarsi, buttarsi significa andare a fondo, cercare maggiore consapevolezza e coscienza (questo rispetto CHI, PER CHI, COSA, PERCHE’ ecc). Poi mi rendo conto che per la conservazione della vita non serve affatto un alto grado di coscienza, ma anche su questo si tratta di esserne consapevoli. Diciamola, per molti basta un buon aperitivo…benissimo, basta evere consapevolezza.

    Prima di indicare opere o realizzarne di nuove, alimentando un certo inquinamento, sarebbe interessante guardare diversamente quelle che già esistono. Vuoi nomi che apprezzo? Sierra, Sehgal, Creed, in parte Sol LeWitt, in parte Cattelan, Morandi, Alys, Abts, the artist is present di Abramovic; in italia credo che la cosa migliore sia il format e le mostre proposte dalla fondazione trussardi (tranne ilminestrone finale a firenze)… prime cose che mi vengono in mente….ma non è questo il punto, non si tratta di fare gli highlights.

    Io credo che il valore dell’opera, la qualità, stia nella nuvola MAV (modalità-atteggiamento-visione) da cui discende, da cui precipita l’opera, come testimone di quella nuvola. I precipitati contribuiscono a loro volta a definire quella nuvola, quindi non ne basta uno, anche se interessante.

    Nella realtà invece l’inquinamento, la sovraproduzione di opere-progetti, non permette tempi critici di riflessione e decompressione 8come tenta di fare lo strumento blog), quindi l’unico elemento selezionatore “VELOCE” sono il luogo (“place”, dove?) e le relazioni (“rays”, sostenuto da chi?): place+rays=plays:

    http://whlr.blogspot.it/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

    • Grazie a Luca Rossi per una risposta (almeno in parte) sensata e condivisibile.
      “Credo che se l’arte è emersione prima di tutto bisogna buttarsi, buttarsi significa andare a fondo, cercare maggiore consapevolezza e coscienza” proposizione perfettamente condivisibile.. ma chi ti dice che Tirelli non lo faccia? e se pensi che non lo faccia o lo faccia in maniera inadeguata, perché’ non argomenti in questo senso, lasciando perdere, finalmente. le tue “ikee più o meno evolute”?
      “… Sierra, Sehgal, Creed, in parte Sol LeWitt, in parte Cattelan, Morandi, Alys, Abts, the artist is present di Abramovic…”, te la cavi un po’ a buon mercato, hai criticato Tirelli, l’ “esempio positivo” dovrebbe essere “comparabile” (per eta’/ esperienze/ stile /…)… comunque, ancora grazie, per averci almeno illuminato sulle tue preferenze, ci dicono molto di piu’ della tue “formulette” !
      “… il valore dell’opera, la qualità, stia nella nuvola MAV…da cui discende, da cui precipita l’opera…I precipitati contribuiscono a …definire quella nuvola, quindi non ne basta uno … “…che equivale a dire che la qualità di un’opera e’ funzione della “nuvola Mav” la quale, per altro, e’ funzione delle opere che da essa “precipitano”. Da ciò’ si evince che la “nuvola MAV’ e’ indefinibile in quanto funzione di elementi che son funzione di se’ stessa!!! .

      • …solo un ulteriore incongruenza della tua “MAV” … se il valore di un opera dipende dalla “modalità’/atteggiamento/visione” da cui discende, tutte le opere di un certo autore, almeno in un periodo dato di tempo (a volte molto, molto lungo) dovrebbero avere il medesimo valore, discendendo dal medesimo mix “modalità’/atteggiamento/visione” …

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Caro Luciano, non bisogna dimenticare che il concetto di qualità in un’opera d’arte è sempre espressione di un fatto irrazionale, spirituale, non sempre riconoscibile e determinabile all’analisi critica, in termini di qualità e contenuto. C’è in esso ben altro di ciò che si riesce a cogliere attraverso l’analisi critica.

        Proprio per questa sua irrazionalità, storicamente l’opera d’arte si colloca in contesti sociali, politici e culturali, quanto mai discutibili sul piano dell’accettazione e comprensione.

        Oggi l’artista viene strumentalizzato nella sua autonomia espressiva per poi finire inconsapevolmente a servizio di quei potentati economici i quali decidono ciò che è “buono” da valorizzare da divulgare e da mercificare. Quasi mai il prezzo di un’opera d’arte corrisponde alla qualità al contenuto e al valore spirituale del suo autore.

        • Caro Savino : “..il concetto di qualità in un’opera d’arte è sempre espressione di un fatto irrazionale, spirituale, non sempre riconoscibile e determinabile all’analisi critica, in termini di qualità e contenuto. C’è in esso ben altro di ciò che si riesce a cogliere attraverso l’analisi critica.” sono largamente d’accordo con te. La mia critica a Luca Rossi verte proprio sulla sua pretesa d’identificare “degli strumenti”, dei “termometri” come piace dire a lui, atti a misurare oggettivamente il “valore” e non solo dell’opera d’arte ma, nelle sue intenzioni, qualsiasi tipo di “valore”.
          Come tu m’insegni, per fortuna, non tutti gli artisti sono oggi “strumentalizzati” o “asserviti” , ne’ tra quelli poco noti, ne’ tra quelli super-noti… le generalizzazioni sono sempre rappresentazioni brutali ed inaccurate, meglio lasciarle perdere!
          Del problema “prezzo” non m’interesso e non mi sono mai interessato, la mia piccola “collezione” e’ frutto di doni o di scambi con amici e, credimi, non venderei mai uno di questi pezzi, piuttosto lo restituirei al suo autore.

  • gioia

    I quadri di Tirelli sono molto rigorosi ma molto ripetitivi, dalla realizzazione di semplici forme geometriche, e’ passato ad oggetti geometrici sempre realizzati con la stessa tecnica dello spolvero, una tenica molto antica, non c’e’ stata nessuna evoluzione nella sua ricerca. visto uno, li hai visti tutti, manca l’anima e’ solo maestria tecnica.
    Ha ragione Luca Rossi, sono opere salottiere,molto evocative,fredde.

    • cara “gioia” (o Luca Rossi’s angel ?) un’affermazione come ” manca l’anima” necessiterebbe di un minimo di elaborazione per non rimanere una mera enunciazione di un giudizio sommario e soggettivo. Se la “ripetitività” nei soggetti e la medesima tecnica fossero indice automatico di mancanza di approfondimento della ricerca Morandi, Rothko, Mondrian (per citare i primi che mi vengono in mente) sarebbero da considerarsi degli autori privi di “evoluzione ed approfondimento”. Ultime due osservazioni: se le opere di Tirelli sono “molto evocative” come possono anche essere “fredde” ? ed infine che cosa significa “opera salottiera”?

    • Lorenzo Marras

      Gioia tesoto caro non ti offendere se ti dico che il tuo discorso l ho letto tantissime e tantissime volte. Dunque; nemmeno tu sei originale quando fai le stroncature perché le parole che usi sono di una affettazione così scontata.
      Quanto volte ho visto Cattelan fare le stesse cagatine eppure questo non é Cattelan. Quelle faccine sempre identiche di cera così da schiaffi.

  • Cristiana Curti

    Giusto per chiarire e cercare di smontare qualche frase fatta come sempre in loop che da queste parti arieggia da tempo: quando si “gonfiano” (meglio = si sostengono) i prezzi delle opere d’arte in asta o in galleria, non solo l’economia del settore non ne risente ma certamente infonde fiducia piuttosto che sfiducia negli acquirenti. La gonfiatura arbitraria non esiste. Ogni prezzo ha un suo perché. Una gonfiatura arbitraria non fa il bene di nessuno, neppure di chi “gonfia”. Quindi non esiste o se esiste è un’eccezione.
    Altra cosa è parlare di contingenza, che per tutti e per qualsiasi settore, oggi, è difficile.

    Naturalmente i truffatori esistono sempre, ma sono perlopiù quelli che alimentano la piaga nefanda dei falsi, che fanno ben più danno di un mercato mogio o di un mercato dirompente anche per la nostra cultura.
    E, in genere, i truffatori non dovrebbero rientrare nelle casistiche, se davvero si vuole generalizzare ad ampio spettro come si fa qui.

    I prezzi delle opere d’arte che rimangono sostenuti (e le aggiudicazioni conseguenti) indicano che il mercato è concreto eccome e non è un bluff.

    L’andamento ondivago comunque soggetto ai periodi e alle mode (normalissimo sotto ogni cielo e ogni tempo) è naturale e fa parte del gioco. Che, negli ultimi quarant’anni ha subìto solo un potente contraccolpo (per poi ripartire subito dopo “più forte che pria”) quello della fine degli anni ’80. Oggi c’è un settore che va a gonfie vele e uno assai più debole (come sempre), ma di certo io non ho mai conosciuto nessuno che si fosse pentito di avere in casa un disegno di Magnasco o una specchiera veneziana del ‘700 e francamente neppure un De Chirico, un Bonalumi, un Tirelli, una Skoglund (che era ieri a MIlano) o un Witkin, giusto per fare qualche nome più vicino a noi. Spesso, invece, avere qualche opera d’arte a casa è stato fondamentale per dare una boccata d’ossigeno in più a finanze personali disastrate.

    L’unica cosa che conta, dal punto di vista strettamente economico, nello scambio dell’arte è cercare di acquistare opere di qualità e verificare se il prezzo è in linea con il mercato corrente di galleria e d’asta (cosa semplicissima per chiunque data la quantità oceanica di informazione in campo).

    Quindi da qui a P-ART-MALAT (=malattia endemica degli scambi d’arte) ce ne vuole davvero.

    Se si parla di mercato dell’arte, bisognerebbe avere presente il panorama completo della situazione prima di sparare sentenze apodittiche. Si vede che non si conosce bene la materia, e si orecchiano quelle litanie da “signora mia, lei non si immagina…”, questo al mercato ortofrutticolo, però, non nelle gallerie e nelle case d’asta.
    Ma poiché gallerie e case d’asta per molti sono come il demonio, è facile far montare la carogna alla gente, soprattutto in tempi come i nostri dove l’arte è assoggettata alla qualifica (deteriore) di bene di lusso e si tende a vederne l’acquisto come una pratica diabolica. Il tutto fregandosene altamente del fatto che altrove – praticamente dovuque tranne che da noi, in Grecia e nei Paesi a forte presenza di siti archeologici, come quelli che insistono sul bacino del Mediterraneo, salvo che anche questi poi sono disposti a spendere e spandere per acquistare arte occidentale – questo non ha il minimo senso, e dovunque nel globo ogni artista ha il diritto sacrosanto di campare con i proventi del suo lavoro, se vi riesce.

    Più interessante sarebbe discutere di come il mercato abbia influenzato (e pesantemente) negli ultimi quarant’anni la cultura delle arti visive, ma bisogna ragionare senza paraocchi e senza luoghi comuni. E magari pensare di raggiungere qualche opinione un po’ meno accattivante per la massa e un po’ più vicina alla realtà e magari un po’ più scomoda per la propria audience, con il rischio di perdere qualche seguace.

    Ma forse questo è il gioco dell’aurea mediocritas e quindi non bisogna interromperlo…

    • Angelov

      Vorrei porre una domanda che mi è sorta spontanea alla lettura del tuo intervento: possono convivere opinioni di Artisti con quelle di Specialisti del settore? Cioè non pensi che un musicista od un pittore possa in qualche modo essere esentato dall’essere, diciamo preciso e documentatissimo su quegli argomenti (mercato, istituzioni culturali, musei, finanza, aste) che non lo riguardano direttamente? Dico questo perché sento che c’è una tendenza a richiedere da parte di chi non ne ha gli strumenti, una lucidità di espressione e di spiegazione dove queste qualità sono invece utilizzate nella sua arte, che non sono le parole, ma i suoni piuttosto dei colori o delle forme. Nella cultura anglosassone è richiesto che l’artista debba essere laureato più svariati master. Chi se ne rese conto oltre oceano, e non voleva tradire le radici europee della nuova arte americana, ha elaborato un’arte che tenesse conto di questa necessità di una sintesi tra la dialettica del pensiero e le necessità di una forma, e così venne inventata l’Arte Concettuale. Personalmente ho sempre pensato che gli Artisti in generale non Capiscono, ma Sentono (feeling).

      • Cristiana Curti

        Poni molte questioni in una. Per ora cercherò di darti una risposta – per quel che penso io – al quesito più diretto. No. Nessuno chiede a un artista (cantante, compositore, musicista, pittore, scultore, poeta, fotografo, ecc.) di seguire l’andamento economico di un settore che si occupa dello scambio di opere. Anche se semplice buon senso vorrebbe che del tutto estraneo non vi rimanesse, giusto per non essere sottovalutato o per non permettere a nessuno di avere la meglio su di lui, finito il mondo delle corporazioni e – purtroppo – anche dei movimenti (ben più recentemente). Ma questo è quanto.
        Se mi chiedi un parere “emotivo” posso senz’altro risponderti che mi spaventano (in certo senso) quegli artisti che mostrano di cavalcare il proprio mercato, anche se non riesco a biasimarli. Chi sarei io per farlo? Se poi mi chiedi di giudicare un artista in base al metro della propria avidità (o a quello dell’attenzione spasmodica alle proprie quotazioni), intendendo in senso deteriore colui che ripone troppa attenzione al soldo, ti rispondo che dovremmo dimezzare i manuali della storia dell’arte (a partire da un tipetto come Rembrandt, ad esempio). Ma Savino non è d’accordo con me su questo punto. E del resto è imparagonabile l’atteggiamento di Rembrandt che vive nell’Europa dei commerci interni con quello di Hirst (o dell’avida dollars Dalì) che vive nell’Europa dei commerci e della finanza globale.
        Un’ultima nota: anche io credo che gli artisti non capiscano (per me: non intelleggano) ma sentano (per me: patiscano). Sono del tutto d’accordo con te. Da questo dipende la qualità dell’opera d’arte: da quanto un artista si lasci “patire” dall’arte. E ne diventi strumento semplice al servizio del quale la tecnica diventa lo strumento dello strumento. Poi ci vuole qualcuno che lo interpreti e lo riconosca, però. Perché la “qualità dell’opera” è in realtà un elemento derivato del ragionamento sull’opera: per determinarla occorre un procedimento critico che la individui (anche soggettivamente). Ma qui forse finiamo in altro campo… un saluto cordiale.

        • …splendida risposta Cristina !!! … scusa, in realtà non alcun bisogno del mio plauso che non sono certo all’altezza di esprimere un giudizio su di te, ma, tant’è, mi e’ venuto proprio spontaneo : ogni tanto, leggere un post come questo “allarga il cuore “

        • Angelov

          Ti ringrazio per la tua spiegazione Cristina, e vorrei aggiungere una piccola nota. Si dice lanciare il cuore al di la dell’ostacolo, ed è questo anche un modo per intendere che a volte è un po’ come innamorarsi, per cui si fanno cose che non ci si sarebbe mai aspettati di fare. Questa imprevedibilità che sorprende per primo il proprio artefice, che deve essere disposto ad accettare il risultato del proprio progetto, ma che ormai è del tutto diverso da quello che si era prefisso, ma lo accetta ugualmente come espressione di un limite che nei prossimi lavori verrà nuovamente sfidato. Può succedere anche che, pur non avendo piena padronanza di una tecnica, vengono prodotti lavori che hanno valore seminale nel tempo. Ma tutto questo necessita di un contesto culturale della medesima qualità che si suppone espressa nelle opere in questione. Ma questo contesto culturale non sono gli artisti a crearlo, loro sono solo un indefinibile meccanismo parte di un ingranaggio molto più esteso. Ma questa indefinibilità della loro condizione, dovrebbe essere lasciata esistere, come una cosa sacra.

          • Cristiana Curti

            Grazie a voi, amici, mi fa piacere condividere alcuni pensieri. Ma desidero ancora sottolineare che Angelov esprime fatti che anch’io ho potuto ascoltare dai miei amici artisti intorno al proprio “fare”. E racconta molto bene. Non c’è nulla di “mistico” in tutto ciò, anzi, è piuttosto profondamente umano. Anche l’accettazione di un limite che deve essere sempre superato, come è obbligato a fare Sisifo per l’eternità, è umanissimo. Questa sorte tocca ad alcuni e non ad altri. Ma non è, al contrario di Sisifo, una sorte per l’esistenza.
            Molti si perdono nel cammino, non solo perché, generalmente, i picchi della propria poetica si toccano a inizio carriera (talché spesso e volentieri ci troviamo anche a qui a ragionare su produzioni che sono una pallida ombra di quelle che costituirono la fama del tall’artista), ma anche perché – non è affatto raro – l’ingranaggio pesantemente commerciale a cui molti si aggettano senza rendersi conto della possibile schiavitù ne appanna le capacità e spesso persino il talento. Un esempio lampante (anche se non è mai bene generalizzare ed è necessario dire che ci sono le debite eccezzioni) è la gran parte della produzione degli artisti della Transavanguardia dopo il primo decennio di allori). Un saluto a entrambi ancora.

          • Cristiana Curti

            “eccezzioni”? Orrore, mi scuso infinitamente (negli ultimi tempi vado di fretta)…

          • Cristiana Curti

            ce n’è un altro di erroraccio: “aggettano” invece di “assoggettano”, Non scriverò più per un po’…

  • Se quella che stiamo vivendo è, come penso, l’epoca in cui finalmente le sperimentazioni concettuali si riconcilieranno con la ricerca pittorica, allora Tirelli è tra gli artisti che hanno saputo (già da tempo a dire il vero) prendere questa direzione. Quando all’inizio degli anni Ottanta ci fu il boom della Transavanguardia, il ritorno alla pittura assecondava più che altro una richiesta del mercato. I percorsi artistici di Paladino, De Maria, Cucchi, Clemente e Chia (notevoli, s’intende) hanno seguito infatti strade divergenti. Se la tendenza alla figurazione, che poi è l’approccio più istintivo alla pittura, continuerà per sempre a caratterizzare una parte della produzione artistica, è innnegabile che oggi la ricerca e la sperimentazione in pittura non possono fare a meno di confrontarsi con le correnti astratte del Novecento e di inserirsi in quel solco. Si parla tanto di sovraproduzione artistica: siamo inondati dalle immagini da quando la fotografia e il cinema hanno ereditato dall’arte figurativa il compito di rappresentare la realtà. Credo però che il nostro presente, in cui l’esigenza primaria è uscire da (o quantomeno adattarsi a) una cupa crisi culturale, sociale ed economica, spinga nuovamente verso la ricerca dell’armonia e dell’equilibrio (che di questi tempi hanno poco in comune con il reale). La capacità di fondere la concretezza del gesto (pittura, disegno, composizione) con la ricerca puramente mentale è dunque, a mio parere, requisito essenziale per fare arte oggi. La nuova frontiera potrebbe essere riuscire nell’impresa non solo con i media tradizionali, ma con la fotografia e i nuovi mezzi tecnologici.

  • gioia

    Non sono una critica d’arte, forse il mio intervento di ieri sarà sembrato un po’ ingenuo, ma di pittura forse so qualcosa.
    Voi fate degli accostamenti con diversi pittori, Morandi , Rothko, Mondrian , tutti artisti che con Tirelli non c’entrano nulla, la loro ripetitività è in tutti e tre i casi assolutamente diversa.
    Mondrian lavora sul ritmo e sull’ armonia , attraverso linee orizzontali e verticali costruite con consapevolezza, Per Mondrian, la vita è pura attività interiore. Di qui la necessità di eliminare ogni presenza del mondo oggettivo, distruggendo l’oggetto per avvicinarsi alla verità più profonda, abolendo tutti i modi in cui più facilmente può manifestarsi il dato soggettivo, passionale, sentimentale, individualistico.
    Per Rothko il suo lavoro si concentra sulle emozioni di base, spesso riempendo grandi tele di canapa con pochi colori intensi, quello che conta è il gesto.
    Morandi non mi ha mai interessato, credo sia un pittore che ha sbagliato secolo. Mi interessa più Picasso
    Tirelli lavora sulla forma, con grande maestria, prevalentemente il cerchio, ha bisogno di grandi dimensioni, non a caso i piccoli lavori sono vuoti, direi inutili. Crea grandi fondali, da un po’ di tempo anche con effetti tridimensionali, la sua provenienza scolastica scenografica è ben presente nel suo lavoro.
    Di più nel suo lavoro non mi sembra ci sia, anzi prevedo che per lui sarà molto complicato uscire da questa prigione dorata in cui si è ficcato. Vedremo

    • attenta “gioa” io non mi sono mai sognato di accostare Tirelli a Morandi, Rothko, Mondrian: tu hai scritto che i quadri di Tirelli sono “ripetitivi” (devo intendere nei soggetti scelti) ed “eseguiti con la stessa tecnica”, ne hai concluso quindi che “non c’e’ stata nessuna evoluzione nella sua ricerca. visto uno, li hai visti tutti, manca l’anima e’ solo maestria tecnica.” Io ti ho fatto solo notare che grandissimi Maestri, lontanissimi da Tirelli, come sono lontanissimi tra loro. hanno sempre (o quasi) dipinto i medesimi “soggetti” e lo hanno fatto con la stessa “tecnica” il che’ ovviamente non ci può far certo concludere che non ci sia stata evoluzione nella loro ricerca e che “visto un” loro lavoro “visti tutti”, che manchi “l’anima” e che sia solo “maestria tecnica”.
      Ti ho anche chiesto come possa un’opera essere nello stesso tempo “molto evocativa” e “fredda” e che caratteristiche abbia un’opera d’arte “salottiera” ma non hai approfondito.
      Neppur io sono un critico (assolutamente no!!) e tu di pittura certamente “sai qualche cosa” ma se ne vuoi saperne veramente di più (e non solo di pittura!!) forse sarebbe bene che incominciassi ad interessarti un po’ a Morandi .

  • gioia

    Credo di essere stata piu’ precisa oggi, ma a Morandi preferisco Fontana, chissa’ forse appartiene al nostro secolo, ma se vuoi un nome c’e’ sempre Afro

    • … non e’ un problema di “preferenze” (io adoro Picasso e Fontana, se la cosa ti può far piacere) , credo pero’ che non conoscere a fondo Morandi sia altrettanto deleterio, per apprezzare e comprendere l’arte contemporanea, quanto non conoscere Duchamp o Henri Cartier Bresson e…beh! molti altri, in verità

    • Cristiana Curti

      Ovvero: Fontana appartiene al XX secolo (o XXI? qual è il “nostro” secolo?) e Morandi no? Astrazione vs. figurazione? Astrazione=modernità e figurazione=passatismo? O la questione sta nella ripetitività dei soggetti? perché allora Fontana batte di molte lunghezze Morandi.

  • Perché, invece di citare i grandi maestri che tutti noi conosciamo e amiamo, non proviamo a buttare un occhio ai giovani (e meno giovani) sconosciuti (o quasi) al sistema dell’arte? Penso sia fin troppo facile confrontarsi con artisti su cui sono stati scritti fiumi di parole da competenti storici dell’arte. Forse in questo commentario sarebbe più simpatico e stimolante provare a scoprire qualcosa di nuovo, che possa arricchire la nostra conoscenza del panorama contemporaneo. Personalmente ho una mia idea riguardo alla direzione che potrebbe prendere la ricerca pittorica. Con uno slancio di immodestia che mi perdonerete, ho provato ad illustrarla nel post poco sopra. Non so quanti lettori siano d’accordo con me e quanti invece pensino che ormai l’arte astratta abbia fatto il suo tempo e non ci sia più spazio per riprendere le sperimentazioni del Novecento. Azzarderei una proposta. Chi se la sente di segnalare qualche artista ANCORA NON RICONOSCIUTO che a suo parere porta avanti una interessante ricerca? Potrebbe nascere un dibattito stimolante. Provo a iniziare. Premetto che ci sono tanti amici di cui apprezzo il lavoro, ma fisserei la regola che impone di non citare artisti a cui si è legati da conoscenza, così da non essere influenzati dalle simpatie e dai legami personali. Vi propongo così un perfetto sconosciuto, sperando di non prendere una cantonata. Che ne pensate di lui?
    http://www.carlocolli.blogspot.it/

    P.S.: Se dovessi scoprire di avere pessimi gusti, spero di avere l’occasione di migliorarli con i vostri suggerimenti.

    • Cristiana Curti

      Caro Vincenzo Merola, è da un poco che volevo dirti che sei una delle migliori recenti scoperte su Artribune. Sei pacato, profondo e propositivo. Ma non dico di più.
      Raccolgo la sfida a metà perché (mentre mi piace il tuo consiglio che spero di intercettare quanto prima) vorrei segnalare un giovane artista di 24 anni, Cesare Galluzzo, che ha carriera breve ma molto intensa. E’ stato proposto qualche tempo fa dal curatore Matteo Galbiati presso le LEO GALLERIES (Lugano e Monza). Non ha un sito, e non ci sono molte immagini di sue opere in internet (da quello che ho potuto trovare in gran fretta). Io ho un catalogo eccellente di un anno fa. Credo ti piacerebbe, perché egli, come anche tu e io, ama il Novecento razionalista della prima astrazione geometrica (non a caso è lombardissimo!). E’ colto e davvero bravo e l’evoluzione recentissima promette molto bene. Appena riesco a trovare qualcosa da farti vedere di soddisfacente (e non solo le due-tre immagini dei comunicati stampa), mi riprometto di proportelo come si deve. Un saluto.

      • Cara Cristiana, ti ringrazio molto per le belle parole e ti assicuro che la stima è reciproca. Ho visto il link da te segnalato e ho trovato anche qualche altra immagine in rete. Mi piacerebbe approfondire, quindi sarei felicissimo se riuscissi a farmi avere altro materiale. Sul mio sito c’è il mio indirizzo di posta elettronica, scrivimi pure quando vuoi. A presto.

    • Caro Vincenzo, se ho citato tre grandi Maestri ultra-storicizzati e’ solo, come ho già spiegato a “gioia”, per dirle che il suo primo post era superficiale e, anche se “ben scritto”, privo di senso pratico, lasciamo perdere di “contenuto critico”. Sarebbe, d’altro canto difficile citare quali “esempla” degli artisti poco o nulla conosciuti, non ti pare?
      Apprezzo, invece la tua idea di voler, quando se ne presenti l’occasione opportuna, avanzare nomi di artisti non cosi’ noti ma ritenuti interessanti. Personalmente sono, in questo senso, un po’ “tagliato fuori”, mi spiego : vivo prevalentemente in Thailandia, dove frequento attivamente ilo mondo dell’arte e dove conosco moltissimi “emergenti” che meritano affermazione e successo ma sarebbe abbastanza inutile fare, qui, il nome di qualcheduno di loro. Quando sono in Italia le mie “frequentazioni” sono più limitate (anche data la mia “locazione geografica” piuttosto decentrata) ed e’ ovvio, data l’eta’, che mi capiti più facilmente d’incontrare o andar a trovare i “vecchi” amici (alcuni molto noti ed ampiamente storicizzati)… che purtroppo, con il passar degli anni, diventano sempre di meno!
      Ci sono, comunque, “giovani” (piu’ o meno ;-) ) artisti che conosco ed il cui lavoro apprezzo ed amo: Angelo Bellobono, Alessandro Bulgini, Nicola Verlato (che pero’ vive negli States) Luca Coser, Alessio Delfino, Beatrice Pediconi, Patrizia Maimouna Guerresi, il gruppo Canecapovolto e parecchi altri… ad esempio uno che ritengo decisamente profondo e geniale e’ Gianni Colosimo…per finire, ho visitato il tuo sito… complimenti, lavoro interessante!

      • Caro Luciano, ti ringrazio prima di tutto per il giudizio positivo sul mio lavoro. Gli artisiti che hai citato mi fanno pensare che tu abbia un gusto un po’ mainstream (intendiamoci, non c’è proprio niente di male!). Non a caso molti di loro hanno già ricevuto numerosi riconoscimenti. Io invece ho una strana malattia che mi fa entusiasmare di fronte ai lavori di chi cerca di percorrere strade oggi poco battute, magari seguendo le orme di quei maestri del passato dei quali discutevi con Gioia.
        Luca Coser, docente all’Accademia di Roma, dopo aver vinto la prima edizione del Premio Combat è stato membro della giuria dello stesso concorso nella successiva edizione. Non mi ha selezionato, quindi evito di esprimere opinioni (ovviamente scherzo, apprezzo il suo lavoro, ma la sua ricerca segue strade molto diverse da quelle che ho tentato di indicare in questa discussione).
        Conosco bene il lavoro di Bellobono (ha esposto molte volte dalle mie parti e ha lavorato anche con il “nostro” Lorenzo Canova): trovo che sia perfettamente integrato nel sistema (mostre con Facente, Angerame, Di Veroli, vincitore premio Celeste, qualche passaggio in gallerie importanti e musei). Il suo stile, anche se originale, è estremamente rassicurante, assimilabile, non richiede sforzi per l’interpretazione. Una volta, in un rapidissimo scambio di mail, gli ho fatto i complimenti perchè trovo le sue tele molto comunicative, immediate. Ma credo che oggi ci sia bisogno di un’arte meno disponibile a “spogliarsi”, a rivelarsi immediatamente. Come dice Tirelli, l’arte è emersione, volo (quanto è importante volare sopra questa crisi, anche se Tirelli di crisi non vuol sentire parlare!). I volti di Bellobono rappresentano identità sfuggenti, effimere, evanescenti, ma irrimediabilmente ancorate al suolo. L’uomo contemporaneo ha bisogno invece di ritrovarsi, di riscoprire il suo ruolo e il senso della propria esistenza, per spiccare il volo. Cerca armonia e equilibrio, non contorni sfumati.
        Bulgini ha avuto una marea di commenti su Artribune nello scorso novembre, quindi sorvolo e per il momento mi fermo qui, mi sono accorto di aver scritto forse già troppo per un commentario. Aspetto altre vostre segnalazioni!

        • Caro Vincenzo, come ti ripeto, per ragioni diverse, non conosco molti “giovani” , qui in Italia e non mi è facile seguire con assiduità mostre di minor “richiamo”, che sono spesso le piú interessanti dal profilo della “scoperta” . Sui miei “gusti”, o meglio, su quello che è il mio lavoro e la mia ricerca, penso che sia più semplice che tu clicchi sul mio nome in arancio in testa al post e ti vada a dare un’occhiata al mio sito… poi puoi anche “catalogarmi” ;-) … alla prossima!

  • Cristiana Curti

    Solo questo al volo (scappo), ma è davvero riduttivo.
    http://www.milaninflat.com/galluzzo.htm