Storie satellitari a Berlino

La sala del cinema dell’Haus der Kulturen der Welt, durante il festival Transmediale, è una zona da non sottovalutare. Marcel Schwierin, curatore da diversi anni della sezione video della rassegna berlinese, ha programmato un ciclo di screening intitolato “Satellite Stories around the in/compatible”. Ecco il programma.

Roee Rosen - Tse (Out)

La dichiarazione curatoriale dello staff del festival berlinese risponde quest’anno allo slogan In/Compatible: un tema che ha accompagnato la celebrazione dei 25 anni di Transmediale, che in principio si chiamava VideoFilmFest. Il tema è dominante nella videoarte e già negli Anni Ottanta ci fu un dibattito in cui ci si interrogava su come i media visivi influenzassero la nostra vita.
Oggi, dopo trent’anni, la domanda è ancora la stessa, ma l’accento cade non più sulla televisione, bensì su Internet come media dominante. Satellite Stories mette in evidenza la questione di chi realmente orbita attorno a cosa: è la tecnologia a circondare gli umani o sono piuttosto gli umani a essere circondati dalla tecnologia? In uno dei cinque appuntamenti della rassegna, tuttavia, il termine ‘compatibilità’ viene ricondotto alle origini latine, offrendo un’interpretazione della compatibilità come compassione, invitando quindi a riflettere sulla mancanza di misericordia degli esseri umani nei confronti delle altre creature.

Peter Callas

Night’s High Noon – n Anti-Terrain di Peter Callas del 1988 è un ritratto visivamente molto potente che fa uso della computer animation analogica per proporre una diversa interpretazione della recente storia australiana e della sua identità. L’autore mostra un rovescio della medaglia, dove le nozioni stereotipate dell’identità australiana vengono inframmezzate da immagini astratte e riferimenti figurativi alle tradizioni e alla cultura aborigena. Realizzato durante le celebrazioni del Bicentenario Australiano del 1988, Callas ripropone l’evento, smascherandone le radici attraverso una tecnica di stratificazione multi-dimensionale, la quale crea un contrasto visivo al tradizionale e visualizza la distruzione culturale, le espropriazioni terrene e i pregiudizi razziali che la popolazione aborigena dovette subire.

Steve Reinke - Beaver Skull Magick

Beaver Skull Magick, lavoro del 2010 di Steve Reinke diviso in due parti, rielabora il celebre video di Youtube Shake the bear. Ogni scena è commentata e nascosta da grezze maschere grafiche sulla silhouette di un orso fucilato da una coppia che, rispondendo all’ideologia del richiamo della natura, fa sesso ed eiacula sul corpo dell’orso, di cui abbiamo sentito solo il lamento nella sua caduta. Qui la mancata compassione è doppia perché, se nel video le immagini sono al limite della pantomima, in sala lo spettatore si abbandona a una mancanza di misericordia nei confronti del corpo mascherato dell’orso, ridacchiando alla vista del pene e della sua monta. Fortunatamente la seconda parte del video riassetta l’ilarità ingiustificata di alcuni e mostra alcune immagini d’archivio di Grey Ownl, ex cacciatore di castori che diventò uno dei primi ecologisti della storia e fu scrittore con indiscusse origini native americane.

Bjørn Melhus - I’m not the enemy

I’m not the enemy di Bjørn Melhus mette in scena il delirio e la solitudine di un reduce di guerra, un tema già affrontato dall’autore in altri suoi precedenti lavori. La casa di una periferica Germania, che cambia struttura a ogni passaggio di scena, e la famiglia del soldato al suo interno, simbolo di un ritorno alla pace e alla sicurezza, si sgretolano in un dialogo surreale fatto di loop sonori presi da film hollywoodiani sul Vietnam. Lo stesso Melhus interpreta tutti i personaggi del suo video: la madre, il figlio reduce, il padre, un figlio nascosto che vive dentro a un muro e così via. Bjørn s’interroga su quale compassione e comprensione ricevano i reduci di guerra da chi li attende. Quasi sempre il ritorno a casa non è sinonimo di pace, ma di un’autodistruttiva depressione in cui i familiari diventano gli stessi demoni contro i quali il veterano deve combattere. I veterani traumatizzati sono psicologicamente spezzati e hanno poche possibilità di tornare alla consueta e ordinaria vita sociale. Melhus si chiede: “In una società odierna che ha quasi dimenticato la guerra in Afghanistan, come può un soldato al suo ritorno reintegrarsi? Potrà mai riaccettare se stesso?”.

Roee Rosen - Tse (Out)

Tse (Out) dell’artista israelo-americano Roee Rosen, vincitore nel 2010 nella sezione Orizzonti alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia e già autore del sarcastico Hilarious, è una sorta di documentario che inizia con l’intervista di due donne, Ela e Yoana, le quali raccontano la loro devozione alle pratiche BDSM (Bondage-Domination-Sadism-Masochism) nel contesto dell’odierna Israele. Nella seconda parte, il mediometraggio si trasforma mettendo in pratica ciò che prima era solo discusso. Yoana, dominatrice e femminista, diventa l’esorcista che tenta di estirpare il diavolo da Ela, ragazza di destra cresciuta in una famiglia razzista, sottomessa attraverso la pratica BDSM. Il demone assume l’aspetto di Avigdor Lieberman, politico di estrema destra e attuale ministro israeliano degli Affari Esteri, e Yoana ripete alcune sue citazioni molto aspre espresse durante i suoi discorsi pubblici. La voce sofferente di Yoana, schiaffeggiata con un frustino sulle natiche da Ela, viene trasfigurata nel video e stereotipata come urla del demonio, che ci rimandano al genere horror e alla narrativa sulla possessione. Lieberman è dunque retoricamente il diavolo e rappresentante di quella società ebraica che, stanca della propria storia, vuole rifarsi sul popolo palestinese, chiedendone la cacciata dai suoi territori. Nella terza parte l’esorcismo è finito e le due donne si abbandonano all’ascolto di due uomini presenti nella stanza i quali, in un’unica ripresa, suonano una canzone sulle parole di Letter to Mother del poeta russo Esenin: un omaggio alla scena finale del film WR, the mistery of the Organism di Dusan Makavejev che, come questo lavoro, esplora l’ibridismo, la sessualità estrema e la politica.

Valentina Scotti

www.transmediale.de

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Valentina Scotti
Valentina Besegher Scotti (Milano 1976) video artista, live video performer e graphic designer, vive e lavora a Berlino. Diplomata in tecniche di produzioni multimediali, focalizza la sua ricerca sulla narrazione del mondo reale attraverso la decontestualizzazione onirica dei suoi elementi, sul sogno come racconto non lineare e fuori controllo della memoria. Usa diversi linguaggi iconografici e mixed media, come super8, 8mm., collage, fotografia, found footage. Dal 2005 è curatrice e art director di vjcentral.it, il primo portale italiano ad accesso pubblico dedicato al LiveMedia e al Vjing. Dal 2011 recensisce per Artribune eventi LiveMedia, audiovideo, experimental cinema e video art nell’area berlinese.