12 domande senza risposta per Jean Clair

Esce oggi in Italia, per l’editore Skira, “L’inverno della cultura”, ennesimo pamphlet in cui Jean Clair emette alti lai all’indirizzo di una contemporaneità che non comprende né condivide. Avremmo voluto intervistarlo, ma il francese ha deciso che “La Repubblica” era sufficiente. Niente e nessun altro. Allora, proprio mutuando dal quotidiano le 10 domande senza risposta (qui qualcuna di più), vi facciamo leggere cosa avremmo voluto domandargli se solo ci avesse concesso udienza. Naturalmente la discussione è aperta.

Jean Clair
Jean Clair

Negli ultimi anni lei ha dato alle stampe diversi pamphlet. A suo avviso, qual è l’appeal di questi brevi saggi “moralizzatori”? La Francia, che ne è la culla, continua a sfornarne un numero importante, e spesso di grande successo, come Indignatevi! di Stéphane Hessel.

Lei è il portavoce, l’alfiere di una posizione “reazionaria” che nel mondo dell’arte, soprattutto contemporanea, è piuttosto rara. Si trova a suo agio dietro questa “etichetta”?

Perché tanto astio nei confronti dell’arte contemporanea? Arte che in fondo, quando veste i panni del curatore, non disdegna. Penso ad esempio all’inquietante scultura di Ron Mueck che ha posto quasi a sigillo della sua mostra sulla Melanconia.

Se dovesse nominare un colpevole, un assassinio primario delle “belle arti”, chi sceglierebbe? Marcel Duchamp?

Jean Clair - L’inverno della cultura

Lei è stato forse il primo ad attaccare frontalmente Breton senza esserne sopraffatto. Quanta responsabilità ha, a suo parere, il Surrealismo (con la sua “serietà da bidelli”) nell’attuale condizione? Lei sostiene infatti che siamo oramai in una condizione “paranoica” e che la cultura è in una fase “invernale”.

Ne La crisi dei musei, e ancora in L’inverno della cultura, auspica una sorta di selezione all’ingresso dei musei, ovvero alla cultura “alta”. Come risponde alla conseguente accusa di elitismo antidemocratico?

Ha definito “atrabiliare” il suo Diario uscito per Gallimard. La critica deve sempre essere accigliata?

Conosce Tomaso Montanari e i suoi scritti? A partire da posizioni politiche che mi paiono opposte, in molti frangenti approdate a conclusioni simili. Un esempio è la contrarietà alla movimentazione delle opere d’arte. Resta il fatto che, se è assurdo spostare un Caravaggio dalla nicchia di una chiesa, molte altre opere sono state concepite per luoghi che non esistono più, o sono transitati direttamente dallo studio dell’artista al museo. Dunque, come organizzerebbe un museo che non dovrebbe esistere?

Jean Clair - Breve storia dell'arte moderna

Lei sostiene che il passaggio dal dominio della parola a quello dell’immagine ha contribuito a una maggiore superficialità. Ma l’alfabetizzazione di massa è cosa piuttosto recente nella storia umana. D’altro canto, anche l’arte antica, quella che aveva una funzione religiosa e cultuale, rivestiva pure il ruolo di Biblia pauperum, ovvero illustrazione per il popolo. Insomma, anche il museo contemporaneo può essere fruito a diversi livelli, come tutto d’altronde: certo ci sarà la superficialità di chi accede a una chiesa per osservare le credenti al banco innanzi, ma anche chi andrà per approfondire e verificare le proprie conoscenze, come ci si accosta a un rituale conoscendone regole, linguaggio e profondità.

Lei accenna a una distinzione fra “arte contemporanea” e “arte attuale”. Ci spiega cosa intende e se concorda su questo punto con Vittorio Sgarbi, che definisce – di conseguenza (?) – “mafioso” il cosiddetto sistema dell’arte contemporanea?

Un altro responsabile per l’attuale situazione, additato in L’inverno della cultura, è Harald Szeemann e la sua “storica” mostra When Attitudes Become Forms. Ci spiega cosa avrebbe originato o, meglio, legittimato quella esposizione?

Una considerazione che potrebbe disorientare i suoi lettori più affezionati è il “voto” eccellente che assegna alla copia delle Nozze di Cana del Veronese. Certo che questa non è una posizione conservatrice, anche se lei sottolinea come vi siano contro-esempi “disastrosi”. Immagina un museo di copie per il volgo e uno di originali per gli studiosi?

Marco Enrico Giacomelli

Jean Clair – L’inverno della cultura
Skira, Milano 2011
Pagg. 112, € 16
ISBN 9788857211534

www.skira.net

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • La qualità (dell’opera e del progetto) si adatta, per definizione, ad ogni tipo di fruizione. Cioè non decide lo spettatore ma l’autore. Non è facile, ma la qualità è così.

    Jean Clair ha paura, e quindi sale su torri d’avorio e si chiude dentro. La sfida di domani per l’arte è in un corpo a corpo con il pubblico. Il pubblico non è scemo e ignorante ma ha solo poco tempo a disposizione. La sfida è infilarsi in questo poco tempo. Non salire su torri d’avorio e tirare giù babbà o pallini di caviale.

    luca rossi
    Vi assicuro che c’è un miglioramento da precedenti lavori, prima c’era solo il feticismo di un immaginario vintage-colto; oggi almeno quell’immaginario viene messo in discussione, perpetuando una certa ossessione (ancora feticismo?) per certi codici demodè, e vagamente modaioli…ed ecco il gruppo dei New Arcaic (santo tolone, luca francesconi, ultimo vascellari, lupo borgnuovo, hauseago, e via dicendo).

    Primitivismo, codici moderni, codici ottocenteschi, recupero del materico….il rischio è scivolare nella moda del vintage o nell’arte povera 2.0.

    C’è la voglia di recuperare una certa autenticità e sincerità di visione. Va bene, bisogna però stare attenti che il feticismo dell’immaginario (questi artisti hanno un approccio EROTICO con l’opera) non contraddica immagini, immaginari ed esperienze che NON sono autentiche. Non parlano al nostro presente e alla storia, ma si masturbano con la storia e il passato. Diverso.

    Quando i New Arcaic vanno a recuperare il contenuto (vanno tantissimo gli anni 70), ecco che abbiamo il gruppo degli Story Story I Lov Yu (Biscotti, Arena, Rubbi in parte, Andreotta Calò a cavallo con i new arcaic, ecc ecc).

    luca rossi
    http://whitehouse.splinder.com/

  • Scusate, il mio processore ha accavallato due commenti:

    La qualità (dell’opera e del progetto) si adatta, per definizione, ad ogni tipo di fruizione. Cioè non decide lo spettatore ma l’autore. Non è facile, ma la qualità è così.

    Jean Clair ha paura, e quindi sale su torri d’avorio e si chiude dentro. La sfida di domani per l’arte è in un corpo a corpo con il pubblico. Il pubblico non è scemo e ignorante ma ha solo poco tempo a disposizione. La sfida è infilarsi in questo poco tempo. Non salire su torri d’avorio e tirare giù babbà o pallini di caviale.

    luca rossi
    http://whitehouse.splinder.com/

  • francesco miozzi

    Alti lai li emetterete voi, cagnette del luogo comune: le dieci domandine fatevele alle fiere, terrorizzati dall’elitismo, come lo chiamate, antidemocratico, oibò. Si dà il caso che perfino uno come Thomas Mann spiegasse al volgo che l’arte non può essere democratica. Invece assai democratico è il Contemporaneo: niente da capire, niente da godere, soltanto soldi da scambiare. E per simili sciocchezze volete bussare alle torri d’avorio con l’armamentario delle 10 domande10 di Repubblica? Sapete che quel termine, la torre eburnea, quello che a voi sembra un insulto, era molto usato nel dopoguerra dai comunisti del neorealismo e veniva rivolto ai Borges come ai de Chirico. Menomale che stavano rinchiusi in quelle torri! Per questo le volgarità di allora sono state dimenticate mentre gli elitari sulla torre sono ancora presenti, a dispetto del tempo.

    • Davide W. Pairone

      un conto è sfuggire al mondo per meglio esercitare la propria erudizione e sensibilità, non per principio ma per prassi. Altra cosa è affermare in astratto la superiorità del proprio punto di vista.
      Non è questione di fare i conti con i gusti delle masse ma di confrontarsi con la prospettiva di chi fa arte.
      Con i suoi interventi Clair dimostra di volere per la critica un ruolo prescrittivo (come quello del realismo socialista) anziché descrittivo ed interpretativo

  • hm
  • Vittorio Del Piano “CriticaCritici” & promotore dell’Arte-Pura

    “L’inverno della cultura” di Jean Clair – Immagina un museo di copie per il volgo e uno di originali per gli studiosi?
    Quando leggerò il libro mi regolerò in proposito, ma va bene anche adesso dare il mio parere;
    a) “un museo di copie per il volgo?” La mia immaginazione è pura e sensibilità mi induce a sottolineare: la sua proposta, è solo una grande provocazione folle;
    b) “e uno di originali per gli studiosi?” L’arte Pura è per tutti gli uomini sensibili, intelligenti e non, per la comunicazione nella Città.

    IO SOSTENGO CHE: L’ARTE- CITTA’ SE NON E’ PER L’UOMO NON E’ ARTE E NON E’ CITTA’.
    Potete scrivermi – [email protected]
    TAARANTO – 09/10/2010, ORE 07:31

  • Vittorio Del Piano “CriticaCritici” & promotore dell’Arte-Pura

    Vittorio Del Piano “CriticaCritici” & promotore dell’Arte-Pura scrive:
    9 ottobre 2011 alle 07:31
    “L’inverno della cultura” di Jean Clair – Immagina un museo di copie per il volgo e uno di originali per gli studiosi?
    Quando leggerò il libro mi regolerò in proposito, ma va bene anche adesso dare il mio parere;
    a) “un museo di copie per il volgo?” La mia immaginazione è pura e LA MIA sensibilità mi induce a sottolineare: la sua proposta, è solo una grande provocazione folle;
    b) “e uno di originali per gli studiosi?” L’arte Pura è per tutti gli uomini sensibili, intelligenti e per la comunicazione nella Città.

    IO SOSTENGO CHE: L’ARTE- CITTA’ SE NON E’ PER L’UOMO NON E’ ARTE E NON E’ CITTA’.
    Potete scrivermi – [email protected]
    TARANTO – 09/10/2010, ORE 07:31
    (VALE COME ERRATA CORRIGE: IL PRESENTE INTERVENTO E’ CORRETTO).
    Vittorio Del Piano di Taranto (Italia/Puglia)

  • Cristiana Curti

    Io comprai il libretto il 7 ottobre alla Triennale a Milano. Ma non importa. Intanto lo leggo, poi se ne parla… non si li

  • Cristiana Curti

    (chiedo suca: commento partito da solo…) … non si liquida in poche battute una “testa” come Jean Clair, che trovo impensabile avvicinare a Sgarbi anche solo per parallelismi “simpatetici”.

  • Cristiana Curti

    Chiedo scusa, naturalmente…

    • francesco sala

      è un refuso fantastico, dovremmo inaugurare un blob dei blog
      :-)

  • prima leggiamo provando a rifletter-ci. per scriverne poi

  • antonio

    Meno male che qualcuno ha il coraggio di parlar male dell’Arte Contemporanea ( o almeno dell’andazzo generale)!
    Concordo in pieno con Francesco Miozzi e mi piacciono gli esempi che fa.
    il libro non l’ho ancora letto ma sicuramente Clair non è Sgarbi: ha organizzato mostre bellissime sulle quale si puo discutere come su tutto ma se a qualcuno non sono piaciute è perchè forse preferisce certa spazzatura alla quale tutti o molti degli addetti ai lavori si sono irresponsabilmente abituati.
    Trovo meschino ad esempio l’ultimo commento di Politi sulla sua odiosa rubrica (dove non contraddetto spara ad alzo zero su tutti quelli che gli danno fastidio), attaccando personalmente Clair e accusandolo di invidie e frustrazioni ( che forse anche Politi vive in modo ossessivo , vedendole in tutti quelli che non vanno d’accordo con lui) per colleghi e rivali, descrivendo tra l’altro sbrigativamente e in modo riduttivo e scorretto la mostra che Clair organizzò a suo tempo per la Biennale.
    Io mi scuso con chi in buona fede scrive su Flash Art ma io mi domando come non ci si possa vergognare a collaborare o a scrivere su un giornale simile. Ogni volta che ho a che fare con chi collabora o ha collaborato con questa rivista non posso non sentirmi insospettito e prevenuto, mi dispiace.

    Non concordo pienamente con Clair su un uso estensivo di concetti di Verità e Bellezza e non mi piace molto il suo recente riferirsi alla Religione ma ho letto diverse cose che ha scritto , si può essere in disaccordo, ma c’è cultura vera, sensibilità e conoscenza profonda della storia dell’arte e ben oltre: capisco bene dunque che non abbia tempo da sprecare in dibattiti con un Di Pietrantonio o un Luca Rossi qualsiasi.

    Clair scrive pamphlet polemici? Ma è possibile che Artforum , Juxtapoz e Art In America mi descrivano tre americhe artistiche completamente differenti? Com’è possibile che tra “FlashArt” e “Arte” ci siano interi mondi che si disconoscono totalmente senza vie di mezzo?Com’è possibile se non praticando omissioni partigianerie e censure? Com’è che quest’estate a Chelsea almeno una galleria su due esponeva pittori e alla Biennale della Curiger quasi non ce n’erano? Ma cos’è? La chiamate professionalità questa?Certo ora ci sarà qualche ingenuo che mi darà dell’ingenuo: “Eh , che ci vuoi fare se uno segue la propria opinione e non vede null’altro? é nel suo diritto!”

    Forse Giacomelli e Artribune (che trovo un po’ sotto tono rispetto al periodo piu sbarazzino di Exibart) erano piu divertenti quando erano piu irriverenti e critici con tutti gli altri personaggi del mondo dell’arte e non facevano domande come queste dell’elenco, che sanno un pò di “corporazione” minacciata.
    Qua trovavo “pettegolezzi” , scoop e notizie ben piu succulente e, sopratutto, si abbattevano con un certo coraggio certi altarini : ora un po di meno quindi… attenzione!
    Prendetela comunque come la critica di un amico.

  • me.giacomelli

    Qualche rapida risposta “cumulativa”:

    @ Miozzi: so poco di cagnette, per cui passo oltre. Le domande alle fiere (e in molti altri luoghi) le facciamo eccome. Personalmente (ma le idee dei giornalisti, almeno nelle interviste, dovrebbero essere poco rilevanti) ritengo particolarmente sopravvalutato il concetto di democrazia, per il semplice fatto che l’idea di popolo è profondamente conservatrice. L’elitismo invece lo considero patetico, roba da privé nelle discoteche tamarre. Quanto al contemporaneo: io di gente che lo studia e ne gode, pur senza operare transazioni economiche al suo interno, ne conosco parecchie. Infine, a quanto mi risulta, sono rimasti sia Borges che Rossellini, sia de Chirico che Visconti.

    @ Curti: Non avevo intenzione di liquidare Clair con poche battute. Le sue battute a disposizione erano virtualmente infinite, se avesse avuto la compiacenza di rispondere alle domande. Quanto alla comparazione con Sgarbi, propongono sostanzialmente la medesima filosofia della storia, peraltro di una pochezza disarmante.

    @ Locatelli et. alii: a scanso di equivoci: naturalmente prima di inviare l’intervista il libro l’ho letto, come peraltro quasi tutti i libri di Clair. D’altro canto, se qualcuno ha letto De immundo e La crisi dei musei, in questo non troverà assolutamente nulla di nuovo.

    @ Antonio: logica pericolosa la tua: se odio una cosa e qualcun altro odia la medesima cosa, qualsiasi argomento utilizzi è condivisibile. Quanto al Clair curatore, sostieni che non si possa discuterne. Se tendi il braccio destro dicendolo, il quadro è completo. Peraltro, in molte sue mostre sono presenti opere dei medesimi artisti che critica nei suoi libri. Chapeau per la coerenza: non doveva essere tutto buttato nei cassonetti? Nel mezzo scrivi parecchie altre cose il cui senso onestamente mi sfugge (ad esempio: hai visto tante mostre di pittura e poca pittura alla Biennale di Venezia. E allora? La Biennale la vuoi curata da uno studioso di statistica che mette il 67% di dipinti, corrispondenti al numero di mostre di pittura allestite negli ultimi 24 mesi, e via dicendo? Bell’idea, proponila all’ex direttore dell’Auditel, magari piace). Quanto alle mie personali convinzioni in merito a Jean Clair, le trovi proprio su Exibart.onpaper di qualche anno fa, era un articolo intitolato “Jena Clair”. Nel frattempo mi pare che sia soltanto invecchiato e ricicci le stesse e solite cose che dice da 15 anni. Quanto a presunte corporazioni, non curo mostre, non scrivo testi per gallerie, non faccio parte di alcun board. Faccio il giornalista. E ho pochissimi amici.

    • hm

      veramente l’elitismo nelle discoteche tamarre (vorrei poi capire il tuo concetto di tamarro, immagino sia qualsiasi cosa abbia una cassa in 4/4 e non sia spappolato in sedicesimi) non c’è più da tempo, ora la selezione all’ingresso c’è solo nelle feste dark goth bdsm tipo decadence nei centri sociali di sinistra .

      • me.giacomelli

        Ti assicuro che i privé esistono eccome, son pieni di Giampi

  • francesco miozzi

    Signor giornalista, non mi intendo (più) di discoteche ma l’ossessione dell’elitismo e della democrazia trasudava dalle domande sue. Quanto alla questione dei musei e mostre per pochi, e delle copie stile Disneyland per le masse rumorose e incapaci di distinguere – che tanto sta a cuore agli intervenuti, provocando alti lai – non è un’idea di Clair bensì del superbo Arbasino, ripetuta da decenni in tutte le sue paginate esaltanti. Ma forse la pensano così tutte le persone di buonsenso. Si farebbero mai entrare le folle dei profani nei laboratori di fisica, dove pure qualcuno gode da matti, con la scusa della cultura per tutti? (Questo avrà qualcosa a che vedere con la faccenda dei privé?) Quello che comunque caratterizza il Contemporaneo e questo suo organo quotidiano è nella affermazione che Borges e il Visconti pseudo-populista son tutti lì, restano alla pari, e magari ci si potrebbe aggiungere anche Castellani, Franco Rosi e tantissimi altri. Sì, certo, tutti su Wikipedia. Ma c’è chi sceglie. E quelli nella torre, in quanto artisti, sembrano avere annullato il tempo. Gli altri, sottomessi al ‘contemporaneo’ d’ogni stagione, risultano sempre démodés.

    • me.giacomelli

      “Folle di profani”…. Mi ricorda Brancaleone alle Crociate: “Pentitiiiiiiii”

      • francesco sala

        lungo è lo cammino… ma grande è la meta
        anche tu sari mondo, meg: se monderai lo mondo

      • francesco miozzi

        Ma vuol mettere Monicelli con questo sfigato forum fantozziano?

        • Cristiana Curti

          Rimane sempre un mistero il perché coloro che denigrano l’attivismo commentatorio di internet, poi vi partecipano con maggiore intenzione (e spesso aggressività) degli altri.

          • LorenzoMarras

            Cristia’ e cosa vuoi che ti dica, in ogni italiano c è sempre una briciolina di perdonabile incorenza Fantozziana.
            Non capisco perche’ poi negativizzare Fantozzi. Fantozzi avra’ i suoi insignificanti difetti ma non è mai stato un farabutto e non ha mai mandato al rogo nessuno.

  • Mastino

    ‘Art, as part of our time, culture and society, shares and is affected by rules, structures and tics like other economic, political and social systems in our environment.

    Antoni Muntadas

    Se il ragionamento partisse da quanto citato dall’opera di Muntadas “Between the frames”, della metà degli anni ’80…saremmo tutti più rilassati nell’accettare ciò che accade. Se Clair è “reazionario”, intendendo questo termine in chiave etimologica e non storica, per colui che reagisce ad uno status quo credo che dovremmo essere tutti reazionari…I reazionari reagivano ai rivoluzionari, ora che i “reazionari” dissipatori, speculatori, profittatori sono al potere cosa credete che dovremmo fare?

  • Cristiana Curti

    Adesso io, grazie. Signor Giacomelli, non avevo alcun dubbio che avesse letto il libro (cosa che io ancora non ho fatto), altrimenti sarebbe stato Lei ben oltre il minimo “professionale”. Il mio invito a non liquidare Clair in poche battute è per tutti coloro (me compresa) che pensano di discutere di ciò che ancora non lessero. Sostengo comunque (perché constatazione personale basata su analisi dello spessore culturale specifico di ciascuno dei due “curatori/critici/storici”) che fra Sgarbi e Clair passano mondi interi e non basta presumerne in comune una ipotetica aspirazione culturale. Anch’io come Hitler (e credo molti altri che qui leggono) vagheggio uno Stato che imposti sui valori della Cultura e del Sapere la sua forza propulsiva e la sua autodeterminazione, ma credo che si possa considerare me (come altri che qui leggono) come nulla di più distante dall’orrido dittatore.

  • Cristiana Curti

    Vorrei sollevare una questione che forse (per qualcuno) è più interessante dell’inutile commento su un libro non letto.
    Mi colpisce una sua frase, signor Giacomelli, in risposta ad Antonio intorno a una modalità compilativa di Clair: “in molte sue mostre sono presenti opere dei medesimi artisti che critica nei suoi libri. Chapeau per la coerenza: non doveva essere tutto buttato nei cassonetti?”

    Siamo davvero convinti che un vero critico, soprattutto nel caso in cui voglia presentare un panorama specifico dell’arte di un certo periodo (vel Stato, Maniera, Movimento…) debba inserire in rassegna solo artisti a lui più vicini per inclinazione, gusto e affinità intellettuali?
    Non è proprio in queste pagine web che si va sempre gridando allo scandalo per i curatori che “curano” solo i propri pupilli e mai altri?
    Non è forse vero che una rassegna è tanto più completa e valida quanto più il critico riesce a illuminare intorno a aspetti che magari sono a lui proprio poco congeniali ma riesce comunque a dominarne la materia?
    E il contrario (presentare al pubblico sempre e solo i propri protegées) non è invece indizio di chiusura mentale e, alla fine, pochezza d’intelletto?

    Non è cosa da poco, per la verità. Per il poco che posso dire, in genere è proprio un dictat a cui penso un vero critico dovrebbe attenersi per presentare la propria costruzione articolata e completa del “sistema” dell’arte.

    • me.giacomelli

      Quando Jean Clair cura una mostra sulla melanconia, e vi inserisce in maniera “sensazionale” Ron Mueck, sta semplicemente sfruttando il carattere per l’appunto sensazionale delle sue opere. Ovvero sta facendo esattamente quel che secondo lui, quando fa il pamphlettista, non bisognerebbe fare. E’ dunque ben diverso il discorso da quanto dici, Cristiana. Quanto ai curatori e ai suoi pupilli, andiamo fuori tema, anche se in linea generale sono d’accordo con te (ma non completamente: non chiediamo ai curatori di avere una sorta di panoramica oggettiva, chiederemmo loro di avere la vista di Dio, che peraltro non è in buona salute).

      • hm

        ron mueck è un grande . non è un cattelan o un abramovic o un vascellari qualsiasi . non è sensazionalismo, le sue sculture sono tutti soggetti della vita di ogni giorno .

        • Cristiana Curti

          Concordo pienamente, soprattutto dopo aver visto una sua mostra straordinaria a Washington alcuni anni fa. Sono rimasta fulminata se già non potevo esserlo.

        • M

          Tutti sanno che la vita di tutti i giorni è Arte! Proprio con la A maiuscola!

          Una critica così articolata e profonda merita grande rispetto.

  • Cristiana Curti

    E’ evidente che un critico (curatore no) inserirà sempre in funzione propositiva del suo enunciato un particolare (o più particolari) dissonanti rispetto al proprio semplice “gusto” (perché è questo che contestiamo a Clair: il non saper leggere con occhi “contemporanei” l’arte contemporanea ma cercare di trovare in essa parametri che vadano bene per tutte le ere/stagioni) affinché sia pertinente alla propria costruzione logica della storia dell’arte, e quindi pur seguendo il proprio filo rosso. Sta al pubblico verificare la bontà di quell’inserzione o la forte incongruità. E’ sempre però un elemento in più piuttosto che una lacuna. Se la ricerca è alta (e la scelta pertinente) c’è sempre qualcosa da scoprire e imparare.
    Ed è altrettanto evidente che nessuno pretende una Treccani dell’arte contemporanea in una mostra. L’ha già fatto Sgarbi quest’anno e ne abbiamo piene le tasche dell’assenza di selezione…

    Jean Clair è un critico prima che un facitore di mostre. L’assunto prima dell’immagine. Si può pensare che non sia giusto, che sia antistorico, ma la funzione del critico è perlappunto questa (e mi riallaccio al mio desvio). Il che non dà ragione in assoluto alla “rivolta” di Jean Clair che contesta Szeeman (per me, una sorta di Padre della Patria, figuriamoci…). Ma presuppone che chi si occupa d’arte, ne ragiona, ne scrive e costruisce alcune dimostrazioni “sensibili” (ovvero visibili) di ciò che esprime sia profondamente addentro alla materia e la piloti con padronanza.
    Solo considerare questo, manderebbe a casa perlomeno (e dico perlomeno) la metà dei nometti da quattro soldi e tre palanche che campeggiano qui (nel senso dei dati delle informazioni, naturalmente) e altrove come sedicenti curatori di mostre.
    Il presunto elitarismo di Clair può sembrare spropositatamente offensivo e egocentrico (anche se, alla fine, gli oggetti contro cui lancia i propri strali non potrebbero essere più toccati né dal nostro sistema né dalla nostra storia del’arte, e quindi risultano, gli strali, armi un po’ spuntate), ma proviene da qualità dell’uomo che non molti possiedono.
    Questo volevo dire. Se vado fuori tema, mi scuso.

  • LorenzoMarras

    Non leggero’ il libro di Jean Clair, per svariate ragioni, non ultima quella del prezzo, 16 euro per 112 pagine, vivaddio sono veramente una esagerazione non fosse altro che per testi piu’ corposi e di ben altro spessore ho pagato molto meno. (non cito naturalmente i nomi per non fare ombra al Prof.Clair).
    Va bene posso argomentare in modo cosi insolente e sfacciato perche’, ovviamente, ho letto l’intervista che il nostro De Maistre di seconda mano ha rialsciato al quotidiano La Repubblica. Che dire, un capolavoro di verbosa finta conservazione in cui ci si inventa di sana pianta gli avversari che, confido mi perdonera’ Giacomelli, non sono mai stati dei veri “”Rivoluzionari” .
    Difatti , che la cosidetta Arte Moderna, declinata nelle varie Avanguardie, definita Arte Rivoluzionaria FU piu’ una idea di Poliziotti che di Critici o esperti d’arte.
    Tuttavia costoro, furbescamente, seppero manipolare detta idea e seppero adattarLA perfettamente in un rinnovato quadro di rapporti economici via via sempre piu’ diversi (sopratutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale) che seppero accogliere il riflusso di cio’ che in sostanza rappresentavano niente di meno che SLOGAN….”trasformare il mondo” “andare verso le masse” ecc ecc ecc .
    Dopo la gigantesca nuvola di fumo, tutto riflui’ nel caravanserraglio museale dove tutto si raccoglieva dopo una dura vita di ben “rappresentate” privazioni, insomma in un luogo dove un po’ di biada a buon mercato non si nega a nessuno.
    La polemica sorta intorno alla “superficiale” faccenda riguardante l’Arte Povera è li’ che si erge ad Emblema, della FINZIONE piu’ sfacciata.

    Ecco Giacomelli, una domanda che Lei avrebbe avuto il dovere di porre era semmai proprio questa : “una autentica arte moderna, che in se, portava questo annuncio di rottura rispetto a cio’ che la legava al passato NON doveva in primo luogo seppellire ,e per sempre, la FINZIONE e darsi sopratutto come prassi ANTI-FINZIONALE ?””
    Ovvero, non si doveva per sempre uscire dai MUSEI e considerare opera, la Societa’, in un orizzonte di vita, profondamente rinnovato ?
    anziche’ , come accade, in una sistemazione di mera settorialita’ , dove cio’ che trova accoglimento sono Sacerdoti e fedeli specializzati ?

    Sapra’ infatti, Giacomelli, che il destino di quella che Clair chiama strumentalmente contemporanea è un miserabile destino di Design dove si va a rendere piu’ confortevole e cool le dimore dei nuovi ricchi, tra l’altro della specie piu’ criminale e volgare (russi e cinesi in primis).

    Oh Giacomelli lei è una persona che mi è molto simpatica ma non me voglia se mi sfogo dicendole che qui in questa Rivista ho visto scrivere un bestione (non faccio il nome perche’ non sta bene farle pubblicita’ a sbafo) in cui si fanno continui riferimenti a questi nuovi ricchi dell’oriente con una loquacita’ spiccatamente servile.
    Va bene mi scuso per l’intermezzo e proseguo per rinnovarLe Giacomelli l’invito a chiedersi veramente quali siano i VERI reazionari del presente, ovvero coloro che nel nostro breve tempo hanno disattivato quei codici di inizio secolo , chiamiamoli ontologicamente rivoluzionari oppure coloro che per ragioni di sciocca economia esistenziale, rivendicano un altrettanto stupido ritorno all’ordine in modo cosi , me lo lasci dire, scopertamente Folkloristico?
    La saluto caro Giacomelli.

    • Cristiana Curti

      E’ vero che è costoso, ‘sto libro. Ti dirò poi se ne vale la pena, caro Lorenzo… ma vorrei risponderti almeno in parte, prendendo oggi la palla più che in altri giorni.
      Se dobbiamo continuare a sminuire la figura del critico (che da una quarantina d’anni, per l’Occidente, non esiste più in senso “classico”) e considerarlo solo una figura di contorno tutto sommato ininfluente che è saltato sul carrozzone dei vincitori (il mercato), allora i veri rivoluzionari, coloro che hanno davvero permesso una rottura con i sistemi novecenteschi (e ottocenteschi) dell’arte “borghese” sono proprio i mercanti, oggi più che mai arbitri della circolazione di un’opera e di un nome. Dico sul serio.
      Basta quindi con i problemi pruriginosi relativi a biennali, musei, collezionismo colto, pubblico, mostre: che ci importa? L’arte è una merce (con relativo merchandising, ved. recenti nuove – e vecchie – riviste di “culto” e “immagine”) e come tale interessa solo chi con questo strumento crea nuovo potere e nuove possibilità di incrementare la propria visibilità sulla terra.
      I protagonisti: i mercanti. I comprimari: gli artisti. L’oggetto di scambio: l’opera d’arte. Il teatro d’azione: il mercato globale. La posta in palio: (non la Cultura) il protagonismo in un circuito inevitabilmente elitario dove gli ultimi referenti, i depositari dell’oggetto, i collezionisti, non hanno più necessità di essere informati. Devono solo trovare il migliore (dealer) sulla piazza e il gioco è fatto.

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      Concordo pienamente con il commento di Lorenzo Marras, vorrei brevemente aggiungere, che il libro di jean Clair, “L’hiver de la culture” che ho avuto occasione di leggerlo – a mio parere è una denuncia inofenssiva sull’attuale sistema dell’arte.

      L’autore, per quanti sforzi faccia nell’attaccare le star dell’arte contemporanea, i musei supermarket, le fiere, le biennali, i chierici della critica dell’arte e tutto ciò che di mercantizio, perverso e malato ci gira attorno…, alla fine non rimane che un testo di invettive, o meglio di finzioni d’arte per un’ elite dell’arte. In questo non è diverso dai suoi avversari.

      Il libro, (se pur apprezzabile per la sua vena d’ indignazione nei confronti dell’art sistem) manca di una critica radicale in funzione di liberazione dell’arte dall’attuale struttura economica-finanziaria che la rende a sua immagine e somiglianza, cioè, solo merce di scambio per il mercato globale.
      Un caro saluto Lorenzo

      • LorenzoMarras

        Cristiana cara, senza giri di parole ti rimando alle precisazioni che fa Savino il quale se me lo permette aggiungo una piccolissima postilla :

        “trattasi di sassaiole verbalistiche tra bande di contigui quartieri, ma sempre di bande si tratte”.

        Cristia’ ti dico una cosa con il cuore, a me personalmente ci puo’ stare di tutto Mercato, carriere, Lobby, avventurieri di grana e della parola, Mostre, vernissage e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Auguro SUCCESSO a TUTTI, per essere chiari, a nessuno escluso . Se lo MERITANO.Veramente Cristiana, no ti prego non equivocare ma lo dico con sincerita’, lontano da me ogni sospetto di Montecristo incarognito, affondate nel Successo Signori miei belli.

        Eppero’ ti torno a dire a noi (noi figli di popolo intendo) nessuno prendera’ mai per il naso. Piu’ chiaro di cosi’.

        Stammi bene Cristia’.
        Un abbraccio Savino caro.

        • Cristiana Curti

          E’ chiarissimo, così come il mio inciso era (spero si capisse) sarcastico. Ma temo sin troppo verdadero… E’ per questo che spero sempre nella rinascita di una critica forte (anche alla Jean Clair, alla fine). Da studiosi, da uomini e donne colti. Meglio pensieri forti ma sinceri, che annacquate mezze misure che permettono gli sfaceli.
          Un caro saluto

          • Cristiana Curti

            Ancora un appunto, Lorenzo caro, anch’io non demonizzo il mercato, ma è un COROLLARIO del ragionamento sull’arte (non lo è per gli artisti che pur sempre campano mangiando pane e co.). Alla fine, le posizioni estreme e un forse antistoriche “dei” Jean Clair possono essere più comprensibili se si accoglie la rivolta al “nuovo tempo” non come lo specchio di uno snobismo senza speranza ma come l’anelito a una più profonda pulizia. Per certe questioni che rimandano alla qualità pura del ragionamento estetico non si può dar torto a chi stigmatizza il tempo odierno.

          • LorenzoMarras

            scusa Cristiana del ritardo ma ho letto solo ora le tue aggiunte.
            Se ho dato il sospetto di essere contro il ruolo critica , Cristiana, voglio significarti ancora di piu’ che non è affatto la mia posizione. Anzi…Anzi se proprio la vogliamo dire tutta, riconoscendo il fatto di per se scontato, cio’ che in tutti questi anni è venuto meno proprio meno è proprio il ruolo della CRITICA. ma questo è banale dirlo, lo sai tu lo so io e altri IO.

            Tornando alla quistione Clair, a me pare che il deficit piu’ macroscopico della sua posizione teorica sia quello di limitarsi ad osservare solo un frammento dell’intero mosaico anziche’ l’intero, perche’ il suo è e rimane un approccio esclusivamente specialistico e ristretto a quello che nell’ambito artistico sono i RAPPORTI DI POTERE che non gli consentono piu’, come in passato un rapporto egemonico sull’esistente. La sua è una posizione di difesa di un “”passato”” che non è per niente chiarificato nella sua PROPRIA CONTEMPORANEITA’ ma esibito scioccamente come oggetto a se, delizia di studio e di sapere e per questa via reso inerte e non piu’ produttivo di ulteriori slanci. Non è lo spirito di quel tempo in se, che lo muove e di cui avremo un gran bisogno, ma i suoi MANUFATTI…. Cristiana su questo bisogna intendersi , perche’ è una malattia di tutti i decadenti.
            E ti dico questo perche’ detesto come non mai questo artificiale frazionamento del tempo….tutta l’arte è contemporanea , anzi ti diro’ la meninas di Velasquez è molto piu’ contemporanea del dito di cattelan perche’ quello sguardo dell’artista che sembra osservare il dipinto sul quale sta lavorando è rivolto verso lo spettatore attuale e futuro. Vatti a leggere il saggio di Foucault su le parole e le cose, e cosi’ avrai una adeguata intepretazione delle meninas di Velasquez, ivi contenuto e ti renderai conto se la contemporaneita’ è una ESCLUSIVA del nostro presente.

            La battaglia del Clair è una battaglia solo retro’ e si tocca con mano, addirittura scrive di copie da offrire in pasto al “popolo” per istruirlo… roba da Unione Sovietica alla rovescia.

          • Cristiana Curti

            Caro Lorenzo, scusa la risposta tardiva. Non posso che essere d’accordo con te su tutti i fronti anche se io non penso affatto che tutta l’arte sia contemporanea, ma – con il medesimo calembour – che solo pochissima arte sia contemporanea e che il “resto” sia citazione e tentativo. Si tratta solo di intendersi sui termini, però.
            In merito alla critica, alla “banda” dei critici, della politica e del malaffare che circola intorno alla percezione che abbiamo della nostra arte più aulica (e di come sia utilizzata la nostra posizione nel mondo) credo di poterti consigliare un aureo libretto, alla fine, forse, più interessante e più attuale delle posizioni Clairiane anche se parte dalle medesime premesse: il rispetto e l’aspettativa del pubblico e degli addetti ai lavori di fronte all’immenso patrimonio artistico di cui l’Italia ancora per poco potrà vantare il primato. Primato supportato da infiniti mestieranti, infinite lobbies, infiniti tromboni e infinite loscaggini e che – comunque per nostra sfortuna, perché stiamo buttando il bambino con l’acqua sporca – perderemo ben presto.
            Il libretto è di Tomaso Montanari (docente associato e confermato di storia dell’arte moderna presso la facolta di lettere e filosofia Federico II di Napoli) e si titola A COSA SERVE MICHELANGELO? 129 pagine al costo di 10 euro, edito da Einaudi per i tipi delle Vele.
            Tratta della miserabile vicenda del fantomatico Cristo in legno di tiglio attribuito a un Michelangelo dei primordi e acquistato fra mille dubbi (altrui) per ben oltre 3 milioni di euro da un Ministero che già piangeva miseria. La storia delle implicazioni politiche e delle mosse (multiple) del corpus dei critici e dei mediatori diversi è del tutto emblematica di come l’Italia della Cultura muore dietro a fantasmi che fanno comodo solo ad alcuni mentre altri perdono il mondo intero.
            Buona lettura, se vorrai. Un carissimo saluto. Cristiana

  • Camelia

    e te tu pensa che si sarebbe scatenato se Jean Clair avesse risposto a quelle 10 domande e poco più …

  • antonio

    Caro Giacomelli, essendo tu un critico da newsletter hai preteso di rispondere in modo completo a quattro persone contemporaneamente credendo di essere stringato e acuto allo stesso tempo ma la cosa ti è riuscito mi pare assai male.
    Io non posso parlare di quanto hanno detto gli altri che si difenderanno da soli.
    Per prima cosa ignori piu di tre quarti di quanto ho scritto : non pensi che nella mia lunga lettera ti sono sfuggite diverse cose? espresse forse non telegraficamente, ma in modo abbastanza chiaro, tra l’altro a partire dall’incipit. (Questo per dire che non hai capito una mazza dall’inizio alla fine.)
    Metterò dei numeri e delle lettere per ovviare le tue difficoltà a seguire un argomentazione sequenziale :
    1) Tu dici: “logica pericolosa la tua: se odio una cosa e qualcun altro odia la medesima cosa, qualsiasi argomento utilizzi è condivisibile.”.
    a)Non so di cosa stai parlando , io ho scritto: “Meno male che qualcuno ha il coraggio di parlar male dell’Arte Contemporanea ( o almeno dell’andazzo generale)!” che non vuol dire che io odio in toto l’arte contemporanea della quale mi occupo tra l’altro da piu tempo di te, ma traducendo, ho detto che è ora che l’arte comntemporanea vada criticata più spesso se è il caso e se ci sono argomenti.
    Probabilmente Clair ti risponderebbe in modo simile dato che probabilmente ama molti artisti viventi contemporanei ma forse pensa che molte delle cose che vanno per la maggiore sono delle fesserie. Forse gli piace Mueck ma non gli piacciono altre pretese stars. E se nelle mostre che organizza inserisce artisti che non ama?
    Beh sarà più onesto di quelli che fanno finta che gli altri non esistono!
    b) la mia logica sarà “pericolosa” forse unicamente per il tuo cervello se sei abituato a pensare che se qualcuno che non va d’accordo con te non possa al contempo esprimere qualcosa di interessante, e quindi capisco che tu possa avere pochi amici .
    c) Infatti, in un’altra parte della lettera cito sbrigativamente alcuni punti che non condivido di Clair: “Non concordo pienamente con Clair su un uso estensivo di concetti di Verità e Bellezza e non mi piace molto il suo recente riferirsi alla Religione “, quindi di Clair discuto eccome anche se tu ti inventi che io avrei detto:
    “Quanto al Clair curatore, sostieni che non si possa discuterne.” cosa da me mai scritta!
    d) Clair ha organizzato diverse mostre: ha avuto un importante ruolo nella leggendaria “Le macchine celibi” (insieme a Szeeman), ha organizzato “identità e alterità – figure del corpo 1895 – 1995 ( che non era riducibile cosi come è stata livorosamente descritta da Politi sull’ultimo Flash Art), ha organizzato “La Melancolia” al Palais Royal una delle mostre piu visitate negli ultimi anni a Parigi.
    Dubito fortemente che ci siano molti organizzatori di mostre che gravitano da queste parti che in vita loro riusciranno a dar vita a tre situazioni simili : sospetto che tu caro giacomelli non le hai nemmeno visitate di persona.Naturalmente si puo discutere di tutto ma una cosa è Sgarbi e un’altra Clair: chi li mescola è in malafede
    se non altro perchè, anche ad un primo colpo d’occhio, è assai difficile confondere l’intelligenza dell’allestimento nel francese e il pressapochismo vanesio dell’italiano.
    Ovviamente ripeto che tutto è discutibile però ragazzi, crescete ancora un pochino e frequentate Starobinsky piuttosto che Di Pietrantonio.
    e) ad un certo punto dici che manca solo che io alzassi “il braccio destro ” per dire che forse sono un fascista: purtroppo non capisci una mazza nemmeno di politica e ti prendi un granchio colossale ma non starò a raccontarti la storia della mia vita.
    Ti ricorderò invece un’intervista dove Clair attaccò Beuys per certe rimenbranze sul cosidetto “Sangue della terra” del pensiero sì di destra e che tornavano in modo preoccupante nella sua opera: argomento usato pure da Buchloch contro Beuys! Quindi secondo te anche Buchloch è di destra?Come si fa ad essere di destra e accusare Beuys proprio su un punto del genere? Meno male che hai detto di aver letto Clair…

    2) Tu dici di non organizzare mostre e io dico meno male! Infatti sarebbe davvero megllo un esperto in statistica (finalmente hai avuto una bella idea) se dobbiamo continuare a sorbirci Biennali pretenziose dove curatori settari ed egocentrici invece di presentarci la varietà reale del mondo ci impongono selezioni posticce e spesso opportunistiche! le biennali dovrebbero tentare di mostrare quanto si sta facendo in arte oggi ma sono diventate il punto di vista privato di una cricca di curatori.

    3) tu non fai parte di una corporazione? come no ne fai parte eccome (e anche tutti voi di Artribune!), tu sei un addetto ai lavori e se in italia non ci fossero migliaia di pretesi artisti tu non avresti un lavoro e il sito zero visite! quindi tutto va bene viva tutta l’arte contemporanea anche se il grosso è un cumulo di idiozie?
    Non era così che era nata exibart, mi pare e la cosa mi delude.
    Ma questa è Artribune e se non ci fossero tanti illusi niente inserzioni e il bilancio andrebbe a remengo: ma sapete perchè? non perchè artribune non è di qualità e non sia spesso interessante ma perchè l’arte contemporanea interessa solo a chi vuol farne parte!

    • me.giacomelli

      Confermo, manca solo il braccio destro teso. Bel tono squadrista, complimenti. Ribadisco giusto quel che a te pare un dettaglio: non sono un critico d’arte, ma un giornalista. Buon versamento di bile.

      • antonio

        Giacomelli ti commenti da solo. Chiunque puo leggere cosa ho scritto e qual’è la tua risposta: probabilmente non hai capito neanche di chi e di cosa sto parlando.
        Se c’è qualcuno di piu intelligente che riesca a spiegarmi perchè dovrei alzare il braccio si faccia avanti perchè abbiamo già un caduto sul campo, picchiato da me cattivo squadrista.

        • Nunzio

          antonio :
          1 “qual è” si scrive senza apostrofo
          2 qualcuno ti ha mai detto che la cultura è come la nutella: meno ne hai più la
          spandi?
          3 giacomelli non è caduto. ti ha solo guardato mentre ti catapultavi da solo in fondo al baratro.
          4 ti dico io perchè dovresti alzare il braccio: per proteggerti, stai per sbattere la testa. e gli squadristi non erano cattivi. erano solo scemi.
          5 se hai un parco vicino vatti a fare una passeggiata ora. consiglio mio. consiglio amico.

          • Antonio

            Carro nunzio non sei riuscito a entrare in Merito. A quanto ho skritto riprovaci forse ce la fai

      • LorenzoMarras

        Giacomelli Lei ha il dovere di rispondere al commento di Antonio perche’ L’articolo in questione l ha firmato Lei e se è’ vero che il medesimo si presta ad essere interpretato come fazioso e per certi versi anche squadristico, laddove ad esempio, si indirizza in modo pressoche’ ideologico verso una fantomatica quanto inesistente “Arte Contemporanea” , a maggior ragione è necessario spiegare in modo altrettanto dettagliato le ragioni giustamente avverse.
        Altrimenti si insinua il dubbio che lei voglia cavarsela con una battuta e che magari, Antonio, non sia dalla parte del torto.

        cordiali saluti.

        • me.giacomelli

          Caro Lorenzo,
          non è il mio articolo a essere squadristico, a meno che non mi sia perso qualcosa. Io ho posto delle domande a Jean Clair, il quale ha ritenuto di non dover rispondere. Nell’ultimo suo intervento, Antonio ha esordito qualificandomi come “critico da newsletter”: non essendo un critico d’arte (“da newsletter” non ho capito cosa significa), ho qualche difficoltà a rispondere nel merito, posto che il merito esista in quelle righe. Infine, preferisco che la discussione – come è avvenuto – prosegua intorno ai temi che Clair solleva, e non in una polemica che rischia, se possibile, di diventare ancora più sterile.
          Marco Enrico

          • LorenzoMarras

            Giacomelli , rispetto il suo pensiero e la sua scelta a non rispondere anche se rimango del parere che sarebbe stato opportuno farlo, proprio per le note che ha esposto sopra.
            Cordiali saluti.

  • Non ho letto il libro e francamente non spenderei nemmeno i soldi – ed il tempo – per farlo. Clair appartiene a quella casta di intellettuali il cui puzzo di elitarismo si sente a chilometri. La sua posizione è quella di un nobile subito dopo la Rivoluzione Francese: defraudato dal proprio potere, spiazzato dal mondo che va altrove, messo a lato nella storia, spara contro chiunque minacci di entrare nel proprio castello, fermamente convinto di essere in possesso delle chiavi che aprono le porte della storia o del bello.
    Le persone come lui sono boiardi del conservatorismo. Che scattarino pure dai pulpiti in cui sono. Ma davvero prestiamo orecchie ad altri pensatori. Il mondo va altrove, come hanno capito in anticipo i veri rivoluzionari come Szeemaan.
    Trovo poi di una volgarità inaudita l’idea (di Clair o di Arbasino) di esporre le copie delle opere per il grande pubblico. Volgare ed antidemocratico che si decisa chi si e chi no, in base a criteri che loro hanno deciso: non si capisce perché uno studioso possa vedersi Kaspar Friedrich da vero e povera gente come noi solo le fotocopie. E allora perché non abolire i musei, che nascono storicamente proprio per rendere per tutti l’arte? E’ una posizione da stato etico, da veri fascisti. E di queste persone, francamente, ne faccio a meno.

  • ch

    …mi scappa una domanda a voi che qui vi agitate.. Vi siete accorti che negli ultimi dieci anni di alta critica il vecchio Walter Benjamin viene sempre preceduto dall’aggettivo (epiteto di poco complimento visto che di cultura si parla) ‘nostalgico’??…

  • me.giacomelli

    Non per tarparvi le ali, ci mancherebbe, ma vi segnalo che Stefano Chiodi ha recentemente tradotto per Abscondita “La responsabilità dell’artista”, libro di Jean Clair che in Francia è uscito nel 1997. Magari riprendiamo la discussione in calce alla recensione che ne faremo su Artribune nelle prossime settimane. Così chi ha partecipato avrà avuto modo di leggere anche questo “Inverno della cultura”.

  • me.giacomelli

    Rispondo, anzi integro qui l’ultimo intervento di Cristiana (purtroppo, dopo un certo numero di repliche dirette, il sistema non le consente più), che cita Tomaso Montanari e l’ultimo suo libro.
    Mi permette di sottolineare il fatto che a Jean Clair avrei voluto chiedere anche qualcosa riguardo a Montanari (lo si legge in una delle domande qui sopra); che il libro “A cosa serve Michelangelo” parte sì dalla triste questione del (non)Michelangelo, ma per ampliare lo sguardo in maniera ahinoi deprimente; che lo stesso Montanari l’abbiamo intervistato (lui ha risposto, eh sì…): http://www.artribune.com/2011/07/ma-a-che-serve-michelangelo/
    Mi associo infine all’augurio: buone letture!

  • Jean Clair FOR PRESIDENT!!!!

    Lui sì che ha detto come stanno le cose, per me ha ragione su tutto.

    BRAVO! (pronunciato alla francese)