Le cabine telefoniche di New York raccontano le storie degli immigrati. L’opera di Aman Mojadidi

Fino al 5 settembre, un’installazione di arte pubblica occuperà un angolo di Times Square. L’artista di origine afghane Aman Mojadidi ha portato le voci degli immigrati nel cuore di New York.



Aman Mojadidi, Once Upon a Place, in New York's Times Square. Courtesy of Brian William Waddell_FT SET for Times Square Arts.
Aman Mojadidi, Once Upon a Place, in New York's Times Square. Courtesy of Brian William Waddell_FT SET for Times Square Arts.

Secondo uno studio del Pew Research Center, entro l’anno 2065 un americano su tre sarà immigrato oppure figlio di immigrati. A New York City, già oggi, un terzo dei residenti è di origini straniera e sono circa 800 le lingue parlate nei diversi quartieri della città. Uno scenario, questo, all’interno del quale diventa impossibile non porsi il problema dell’accoglienza e dell’integrazione, soprattutto ora che alla Casa Bianca c’è un presidente come Trump, paladino di una politica fondata su nazionalismo e intolleranza.

INSTALLAZIONI DI ORIGINI AFGHANE

In questo contesto, assume particolare rilevanza l’installazione Once Upon a Place dell’artista americano di origini afghane Aman Mojadidi (1971), un’opera interattiva che dalla fine di giugno coinvolge i passanti a Duffy Square, la parte a nord di Times Square. Qui, l’artista, in collaborazione con l’associazione Times Square Arts, ha piazzato tre cabine telefoniche all’interno delle quali è possibile ascoltare, dalla viva voce dei protagonisti, una storia di immigrazione. Sono oltre 70 le narrazioni disponibili, di durata variabile tra i 2 e i 15 minuti: un’antologia vivente che i passanti possono consultare in qualsiasi momento, sia grazie ai file audio che ai materiali stampati che si trovano nelle cabine al posto del tradizionale elenco telefonico.

UN LUOGO PUBBLICO MA INTIMO

Le storie, che sono state raccolte da Mojadidi durante un periodo di residenza durato parecchi mesi, rappresentano un tentativo di generare un sentimento di curiosità e di empatia, sottolineato anche dalla scelta della cabina telefonica: un ambiente chiuso e intimo, che evoca vicinanza con l’interlocutore nonostante sia collocato nello spazio pubblico. Nei mesi di ricerca e preparazione, l’artista ha esplorato 18 quartieri della Grande Mela, da Jackson Heights al Queens, da Westerleigh a Staten Island, dal Bronx a Manhattan, e ha parlato con decine di persone per le quali l’esperienza dell’immigrazione ha rappresentato una svolta di vita decisiva. Alcuni sono arrivati negli Stati Uniti alla ricerca di asilo politico e di sicurezza personale, mentre altri rincorrevano il sogno di una vita migliore o di un’opportunità lavorativa. Insieme, tutte queste storie, un grande mosaico umano, mettono in evidenza come la ricchezza della cultura americana sia la risultante di questa caleidoscopica diversità.

– Valentina Tanni

www.timessquarenyc.org

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.