Giunto al settimo anno di attività, il progetto Dolomiti Contemporanee mantiene fede ai suoi intenti: rinsaldare il legame tra paesaggio, gesto creativo e comunità locale. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con il suo ideatore, Gianluca D’Incà Levis.

Dolomiti Contemporanee entra nel settimo anno di attività. Nel 2011 il progetto era stato presentato come “uno spazio d’azione culturale”. Con il passare del tempo, quali nuove sfumature di significato hanno arricchito questa definizione?
Spazio è una delle parole chiave della pratica di Dolomiti Contemporanee, insieme a paesaggio, idea, critica, azione, rinnovamento.
Lo Spazio, come lo intendiamo, è il luogo del senso (se gli si vuol conferire senso, invece di limitarsi ad attraversarlo), in cui un’idea rinnovativa si dispiega, attraverso un’azione critica che rinnova il paesaggio. Muovere il paesaggio e non limitarsi a osservarlo: coltivarne attivamente l’identità significa modificarlo: è diverso dal raccontarlo.
Questa prassi utilizza diverse tecniche: l’arte contemporanea è la principale, insieme a una progettualità strategica che apre le reti, e che è figlia di una stessa mentalità rideterminante. L’arte è un costrutto determinante, non una pratica ausiliaria che dona costumi plastici al mondo.
Il progetto DC era chiaro sin dall’inizio, non credo abbia sfumature di sorta: è semplice e chiaro. Stagliato profilato netto, come le crode sul cielo. Questo cielo cerebrale e pulsionale, che fabbrichiamo ogni giorno in ambiente.

Come è cambiato il progetto nel tempo?
Il progetto non è cambiato, è rimasto uguale a sé stesso. È cresciuto, si è evoluto, perché abbiamo saputo ampliare le reti, maturandolo in termini di credibilità e sostenibilità. I budget continuano a essere assolutamente insufficienti, rispetto ai costi teorici di gestione di questa macchina complessa, policentrica. Eppure siamo al settimo anno di DC, il progetto è sano e solido. Questo metodo, dunque, tanto inconsueto e sperimentale, funziona.

Fuocoapaesaggio, Forte di Monte Ricco, Giulia Pellegrini. Foto di Nicola Noro
Fuocoapaesaggio, Forte di Monte Ricco, Giulia Pellegrini. Foto di Nicola Noro

L’essenza di Dolomiti Contemporanee è nella volontà di rivitalizzare e rilanciare luoghi carichi di memoria, ma abbandonati o in disuso. Ed è una pratica che si sta rivelando vincente. Che tipo di riscontri avete avuto da parte del territorio?
La riflessione sul paesaggio e sulla necessità di rigenerare siti preziosi e semiestinti si è arricchita negli anni di molti contributi, da parte di artisti, pensatori, ricercatori, architetti e designer, e via dicendo. Nel dibattito culturale su temi quali ambiente e natura, uomo e paesaggio, opera e contesto, abbiamo una posizione chiara. Il paesaggio viene costruito ogni giorno dall’uomo. L’artista contemporaneo è un uomo costruttivo (talvolta). Il paesaggio va rideterminato ogni giorno attraverso attività intellettuale e culturale e prassi operative. Il paesaggio non è uno stato: è un moto.
Le partnership culturali e i palinsesti artistici di qualità sono una parte del metodo DC. L’altra parte, altrettanto importante, consiste nell’instaurare relazioni dirette e attive con il territorio e con le comunità di riferimento, rispetto ai quali la rigenerazione di siti-risorsa può essere un’opportunità di sviluppo e di riuso di un potenziale sopito.

Quali forme di dialogo avete innescato con la comunità locale?
A Borca, a Pieve di Cadore, nel Vajont ed a Casso, come in ognuno degli altri siti moribondi riattrezzati a cantiere da DC, si coltivano le relazioni con le persone, la socialità e gli enti del territorio. Non sarebbe possibile sostenere i progetti, in termini economici e di penetrazione socio-culturale, senza l’attivazione di queste reti. DC ha 500 partner: essi sono il vero e primo paesaggio socio-ambientale che necessariamente va incluso in una prassi condivisa.
Molto spesso gli stessi lavori degli artisti generano connessioni e link significativi, anche a livello locale, consentendoci di socializzare un intento che non è solo artistico e curatoriale, ma culturale, pervasivo e intrinseco a quel paesaggio-territorio che si contribuisce a ripensare, valorizzare, costruire.
La memoria è necessaria, nei luoghi della storia. Un uomo immemore non è un uomo. Ma nemmeno può egli venire imprigionato al ricordo, positivo o negativo che sia. A questo servono la cultura e il contemporaneo: ad andare avanti.

Fuocoapaesaggio, Forte di Monte Ricco, installation view. Foto di Giacomo De Donà
Fuocoapaesaggio, Forte di Monte Ricco, installation view. Foto di Giacomo De Donà

Al Forte di Monte Ricco, uno dei luoghi rivitalizzati, è in corso una mostra collettiva che si intitola Fuocoapaesaggio. Ci racconti qualcosa in più?
Il Forte di Monte Ricco è il cantiere più recente. La struttura si trova a Pieve di Cadore, paese natale di Tiziano Vecellio. Restaurata da Comune e Fondazione Cariverona, è stata riaperta dopo un secolo e affidata a Fondazione Tiziano e Fondazione Museo dell’Occhiale. Il progetto DC per il rilancio della struttura e la costruzione di una sua identità contemporanea attraverso un cantiere-residenza d’arte, è stato accolto e condiviso da Comune ed enti gestori. La nuova struttura entra in dialogo con le altre già operative in DC. La stessa Fondazione Cariverona, insieme a diversi enti territoriali, ragiona in termini di politiche integrate nella gestione dei diversi spazi da essa stessa recuperati: vi è un progetto di Distretto Culturale Evoluto, che possa rilanciare il territorio attraverso una politica che metta in rete spazi e contenuti.
Fuocoapaesaggio è dunque una mostra collettiva d’arte contemporanea, ed è anche il primo moto generato in questo sito finalmente restituito alla collettività: un moto nuovo, che ancora una volta propone una visione rinnovativa insieme ad una piattaforma condivisa e sviluppata alla scala del territorio.

Come sono stati individuati gli artisti che compongono la mostra e in cosa consiste l’iniziativa Tiziano contemporaneo?
La mostra vede la partecipazione di 21 artisti, alcuni dei quali già presenti nella Collezione di Fondazione Cariverona (Fondazione Domus), curata da Luca Massimo Barbero.
Gli artisti sono stati individuati da me e Giovanna Repetto, curatrice in DC, sulla base di una selezione accurata. Sono artisti bravi, ecco il criterio adottato nella scelta. E in linea con l’attitudine DC.
Tiziano contemporaneo è una sezione della mostra, e un progetto che porteremo avanti in altri siti e modi. Tiziano è nato a Pieve di Cadore. E non è mai morto. Lavorare sulla sua eredità, nella sua terra, è un’opportunità stimolante, attraverso la quale si può ribadire ancora l’importanza del contemporaneo nella cura e nell’attualizzazione di qualsiasi valore e significato.

Capanna bassa, studio dell'artista Giorgio Orbi. Foto Giacomo De Donà
Capanna bassa, studio dell’artista Giorgio Orbi. Foto Giacomo De Donà

Restando in tema di artisti, come li scegliete, quali rapporti intrecciate con loro e come vivono la sfida di misurarsi con luoghi “non espositivi”?
In sei anni di attività, quasi seicento artisti sono passati per il progetto. La maggior parte ha potuto lavorare attraverso le Residenze, attivate in una quindicina di siti. Li scegliamo talvolta accogliendo autocandidature, molto più spesso individuandoli noi, attraverso la conoscenza del loro lavoro e di loro stessi: da noi la Residenza non è un’application. È necessario dapprima venire a esplorare i siti, così peculiari, e a comprendere le modalità d’azione del nostro progetto, che vanno condivise. Se questo avviene, semplicemente si è subito dentro. Gli artisti fanno un enorme lavoro, insieme a noi. Non sono ospiti: sono parte determinante di un meccanismo complesso, al tempo stesso istantaneo e strategico, che altera i caratteri dei luoghi che affronta, trasformandoli in cantieri della produzione culturale rinnovativa. Due esempi per tutti: Simone Cametti, che da tre anni trasforma un ambiente della Colonia di Borca in una casa, in cui periodicamente vive con la famiglia. L’implicazione di fondo è esistenziale, non estetica. Giorgio Orbi, che viene a va da Borca da oltre un anno: il suo progetto si nutre di DC, e a sua volta lo nutre. C’è reciprocità, sempre, nei rapporti umani e intellettuali, come nei progetti che portiamo avanti. Senza reciprocità, non c’è spazio. E nemmeno senza impegno personale.

Ci fai qualche altro esempio?
Gli artisti Nicolò Colciago e Stefano Comensoli sono partiti il 19 luglio a piedi da Garbagnate Milanese con il progetto Dislivello: in 20 giorni di cammino raggiungeranno Borca. Un viaggio attraverso il paesaggio, una spedizione coprodotta e attrezzata da DC e dai suoi partner (Spazienne, Salewa, Tabacco Editore, Tuttosport Longarone), che prevede, anch’essa, una grande convinzione, un grande impegno personale.
Nei siti in cui le Residenze e i progetti sono più strutturati, la modalità d’azione preferenziale è quella laboratoriale.
Come nel caso di Progettoborca, dove in questo momento sono attivi diversi Lab: il progetto LFS trasforma le ex celle frigorifere di un ambiente dismesso dell’ex Villaggio Eni in un Laboratorio di Fotografia Sperimentale. Il progetto PBLab trasforma le vecchie coperte prodotte da Lanerossi in capi artistici di moda. L’Archivio Progettoborca ordina e rielebora migliaia di vecchi documenti dimenticati e da noi rinvenuti, trasformando la memoria in strumento operativo. Non si espongono opere a Borca: si lavora sul corpo di una eccezionale creatura addormentata, per svegliarla un’altra volta, per rialzarla, qui in mezzo al bosco delle cime.
Stesso approccio sperimentale e laboratoriale hanno le attività legate ad architettura e design: un workshop di autocostruzione dal titolo Abitare Condiviso verrà realizzato ad agosto a Borca, per il secondo anno consecutivo. Esso coinvolgerà tra gli altri Simone Sfriso, Edoardo Narne, Werner Tscholl, Casabella, l’Università IUAV di Venezia e Proviaggi Architettura.

Dislivello, un progetto di Nicolò Colciago e Stefano Comensoli
Dislivello, un progetto di Nicolò Colciago e Stefano Comensoli

Per quanto riguarda gli sponsor, voi collaborate con soggetti sia pubblici sia privati. Che linea tenete e quali difficoltà avete incontrato e continuate a incontrare su questo fronte?
Per quanto riguarda il privato, sostanzialmente, non abbiamo sponsor, solo partner. Questa differenza è tutto, per noi. Uno sponsor mette danaro, e può convincersi in tal modo di aver “acquistato” una porzione del progetto. Però il progetto non è in vendita. Non vogliamo il danaro di uno sponsor, vogliamo la fiducia del territorio, e il territorio è anche il suo sistema produttivo, persone e aziende e imprese. Ogni partner ci dà, a vario titolo, e sempre gratuitamente, materiali, logistiche, lavorazioni, supporti di vario tipo. Anzi, non ci dà nulla: fa la cosa insieme a noi, partecipandola. Cos’ha in cambio? Nulla. O forse molto. Partecipa a un’impresa ardita e difficile, perché comprende che quest’impresa non è inutile, ma necessaria, per salvare una parte del Patrimonio perduto nel Paesaggio che dorme, per rimettere in rete risorse, per dare impulso alle cose. Per lo stesso motivo, gli enti pubblici ci finanziano. Gli enti pubblici sono strutture al servizio del territorio e delle persone. Se dunque alcune persone lavorano bene a favore del territorio, questi enti sono tenuti a partecipare all’impresa. In tal modo, servono il territorio, ed è questo che devono fare. Di certo non servono noi. Anche loro lavorano insieme a noi. Il pubblico, insieme ad alcuni partner strutturali, ci garantisce i budget per coprire i costi incomprimibili. Su 7-800mila euro di costi stimati per realizzare una stagione di DC, circa il 10% viene coperto con questi budget. Il resto lo fa la rete condivisa.

L’estate sta entrando nel vivo. Illustraci il calendario delle vostre attività a breve termine.
I progetti sono decine, impossibile raccontarli tutti qui. La piattaforma di rigenerazione dell’ex Villaggio Eni è raccontata nel website www.progettoborca.net.
Il Concorso Artistico Internazionale Two Calls, che cambierà faccia alla Diga del Vajont, su www.twocalls.net. Le informazioni su tutto il resto si trovano sul nostro sito.
Al Nuovo Spazio di Casso al Vajont, inaugureremo il prossimo 5 agosto una nuova mostra collettiva, che si realizza grazie al rapporto con il collezionista Giorgio Fasol e include una ventina di artisti già presenti nella Collezione AGI Verona, e un mastro gelataio.
Poi abbiamo un gran numero di progetti in divenire, per il futuro. Ma non li raccontiamo ora: siamo presenti, spingiamo forte questo tempo presente.

Arianna Testino

www.dolomiticontemporanee.net

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CuratoreGianluca D’Incà Levis
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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.