Musei privati. Anatomia di un fenomeno culturale

Cosa sono i musei privati? Quanti sono? Perché nascono? E soprattutto, che ruolo possono giocare all’interno dell’offerta artistica territoriale? Alcune riflessioni a margine di un rapporto

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Private Museum Report - la distribuzione geografica

Private Museum Report – la distribuzione geografica

LA CRESCITA DELL’ARTWORLD
Il mondo dell’arte ha conosciuto negli ultimi anni, se si esclude il nostro Paese, un periodo di fortissima espansione. In questo trend, un ruolo molto rilevante è stato giocato da attori privati (collezionisti, galleristi ecc.). I motivi di questo forte interesse sono molteplici e più volte sono già stati evidenziati: dalla sempre più rilevante concentrazione di ricchezza all’arte come asset di investimento alternativo fino alla desiderabilità sociale di cui l’arte (e la cultura nelle sue massime espressioni) è sempre portatrice.
Con riferimento a tali fenomeni è da sottolineare come, per ciò che concerne il settore, il ruolo dell’iniziativa privata stia man mano sostituendo un interventismo pubblico che ha invece contrassegnato epoche passate. Un recente report che analizza i musei privati nel mondo, offre nuove prospettive di analisi di un fenomeno che è sicuramente destinato a crescere nei prossimi anni, sia secondo una prospettiva meramente numerica (numero di musei, numero di opere presenti in collezione) sia secondo una prospettiva qualitativa e artistica.

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

MUSEI PRIVATI: DOVE E QUANDO
Stando al Private Museum Report [che potete scaricare qui gratuitamente, N.d.R.] nel mondo sono presenti circa 319 musei privati, dislocati principalmente in Europa, Asia e Nord America. Tale distribuzione geografica non sorprende: l’Europa ha una lunga tradizione di musei privati e l’Asia, soprattutto a partire dal 2000, ha avuto in questo senso una grandissima attività. Non stupisce quindi che, guardando alla distribuzione nazionale, il podio sia detenuto da un Paese asiatico, la Corea del Sud, sul cui territorio si contano 45 musei privati, seguita da USA (43) e Germania (42); l’Italia in questa classifica è al quinto posto (con 19 musei).
Nonostante la prassi del museo privato (nato in Italia con la famiglia de’ Medici) sia ormai risalente nel tempo, è soltanto da pochissimi anni che ha raggiunto livelli di sviluppo sensibili: secondo il report, il 53% dei musei inseriti all’interno dello studio è nato tra il 2000 e il 2010, e la percentuale sale al 67% se si guarda al solo fenomeno italiano.

PERCHÉ MOSTRARE LA PROPRIA COLLEZIONE
Importante allora comprendere i motivi per cui tale fenomeno è esploso: le dinamiche economiche che hanno inciso sull’andamento del mercato artistico sono sicuramente condizione essenziale affinché un fenomeno come quello dei musei privati abbia avuto un tale sviluppo, ma, come dicono i matematici, è condizione necessaria ma non sufficiente.
Le motivazioni che portano un individuo ad avviare una collezione d’arte (e in particolar modo di arte contemporanea) non sono le medesime che portano quell’individuo alla condivisione di quella collezione con il pubblico. Una delle risposte più frequenti, tra quelle riportate dai proprietari dei musei all’interno del report, è l’esigenza di supplire a una mancanza dell’intervento pubblico. L’Italia (occorre dirlo?) è proprio in cima alla lista.

Punta della Dogana

Punta della Dogana

COUNTRY FOCUS: L’ITALIA NONOSTANTE TUTTO
Proprio all’Italia è dedicata una parte del Report (i country focus sono Italia e Cina) e a tal riguardo è doveroso riportare alcuni estratti: “Come mostra un report del 2013, i musei pubblici italiani non sono riusciti a generare un livello adeguato di profitti. Nel 2013, i musei italiani e le aree archeologiche hanno generato soltanto profitti per 30 milioni di euro. Questo ‘scivolone’ non è certamente imputabile a una mancanza di visitatori o turisti. Circa 47 milioni di turisti hanno quell’anno visitato l’Italia e circa 400mila persone ha visitato la Biennale di Venezia”.
Sono dati che conosciamo, che ci diciamo spesso, ma è piacevolmente disarmante rileggerli con la lucidità di chi non è coinvolto, con l’approccio schietto e depauperato dalle iperboli mediatiche che vengono utilizzate per il settore culturale italiano.
Non resta che guardare ai privati che, nonostante tutto, decidono di dedicare tempo, energie e risorse a interventi di questo tipo. Dopotutto, “l’Italia nonostante l’Italia” potrebbe essere un bel titolo per un libro sulla storia del nostro Paese.

Stefano Monti

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