Lettera aperta a Goffredo Fofi

Questo lunedì, nella rubrica Inpratica curata da Christian Caliandro, riprende la parola Gian Maria Tosatti. E lo fa con una lettera aperta a Goffredo Fofi, in risposta a un suo articolo apparso su “Lo Straniero”. Il punto è: sappiamo come sta messa l’Italia. E ormai è abbastanza inutile analizzarla, denunciarla, inalberarsi. Ora è tempo di fare qualcosa.

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Pietro Marcello, Bella e Perduta, 2015

Pietro Marcello, Bella e Perduta, 2015

COME AL SOLITO, MANCA LA PARS CONSTRUENS
Caro Goffredo (mi permetto il caro perché ti conosco da quindici anni, ma più o meno da dieci non ho avuto più occasione d’incontrarti), sì, condivido parola per parola, lettera per lettera, virgola per virgola questo tuo ragionamento. Non è originale, ma fila molto bene. Direi che è un’ottima sintesi, un ottimo ripasso per quelli che questa situazione la conoscono bene e un ottimo modo di raccontarla a chi, invece, non è consapevole pur essendone profondamente e costitutivamente coinvolto. Dopodiché?
Sì, perché sono veramente stufo di questi articoli in cui in modo più o meno preciso facciamo la disamina delle responsabilità degli italiani, dei politici italiani o degli intellettuali italiani. Marcuse ha intavolato questi temi quando tu eri un ragazzo e io probabilmente ero un arteriosclerotico nella reincarnazione precedente… Charles Wright-Mills lo ha anticipato quando tu giocavi con i trenini di latta e io – sempre nella reincarnazione precedente – magari perseguitavo i comunisti nell’America maccartista o venivo perseguitato perché scoprivo assieme ai miei compagni beat che il mondo era “una festa, dove si apriva ogni cuore e scorreva ogni vino”. Ora, io sono in stato avanzato della mia reincarnazione successiva, sono un intellettuale italiano che si sta facendo vecchio nella merda che tu ben definisci e non ho affatto voglia di rimestarla parlandone ancora e ancora senza costruire una scaletta per uscire dalla pozza.
Sono arcistufo degli articoli in cui è presente solo la parte destruens. E magari sono anche pieni di amici, come la Morante e la Ortese, i cui soli nomi mi commuovono, ma poi mi fanno pensare che non saranno questi eroi a tirarci fuori dal pantano attuale.
A tirar fuori me e tutti noi non sono neanche i miei colleghi che non hanno fatto veramente niente in questi anni per tentare di fare squadra, fare cordone, fare argine a questa deriva andante. E non è un caso, forse, se tra tutte le branche dell’arte che citi e che nomini, non hai nemmeno distrattamente incluso le arti visive.
Ma non ci tira fuori neanche il tuo articolo. Perché manca di una parte costruens. E penso che chi omette questa dai suoi ragionamenti è complice del sistema che tu additi come il “lato oscuro della forza“.

Andrea Mastrovito, The Modern Prometeus, 2012

Andrea Mastrovito, The Modern Prometeus, 2012

È TEMPO DI PENSARE INSIEME
Non ce l’ho con te, Goffredo. Non più che con tutti noi altri. Ma penso che la nostra responsabilità, quando prendiamo una penna in mano per attaccare, sia quella di schierare un esercito e non di fare una lamentazione. Altrimenti non stiamo affatto attaccando, stiamo facendo finta, spariamo a salve, e diventiamo ancora più collaborativi con quel che ci affossa perché diamo solo l’impressione che ci sia qualcuno a combattere la guerra che tu per primo, scrivi, non si sta combattendo più.
Le guerre non si combattono coi morti. Non sarà Ballard a salvarci, non sarà Anna Maria Ortese, non sarà Elsa Morante. Sì, potranno ispirarci. Ma poi servono i vivi per andare in battaglia. Vivi che magari non saranno i migliori eroi possibili, ma saranno comunque i migliori che possiamo permetterci.
Ma fintanto che non schiereremo i nostri eserciti, non li riconosceremo, non caleremo la nostra scala di eroi, non li legittimeremo col nostro riconoscerli, non penso che la situazione cambierà.
E perdonami se uso con tanta disivoltura la desueta parola “eroe”, ma lo sai quel che diceva Brecht nel suo Galileo: “Fortunata la terra che non ha bisogno di eroi”. E quest’Italia è una terra sfortunata, sfortunatissima. Lo hai scritto talmente bene che io non saprei fare di meglio. E allora, se siamo d’accordo, converrai anche tu con me che questo non può che essere il tempo degli eroi. Ma siamo noi che dobbiamo eleggerli e, forse, più di tutto, noi dobbiamo, con ciò, responsabilizzarli.
Per cui sì, facciamola la disamina del male. Ma poi basiamo il senso stesso dei nostri articoli con l’analisi del bene, delle forze costruttive che agiscono in questo momento nell’ambiente culturale del nostro paese. E non accetto, come mi è già capitato, di sentir dire che non ce ne sono o non sono sufficientemente forti. Chi lo afferma è evidentemente un ignorante e un pavido. Anche nei giudizi si deve avere il coraggio di sbagliare. Io l’ho fatto, più di una volta. Si deve avere il coraggio di credere in uomini o donne che con una mano combattono e con l’altra reggono una stampella, perché sono cresciuti nell’era della debilitazione mentale. Ma soprattutto dobbiamo spingere questi uomini e noi stessi a combattere assieme, perché le battaglie non si vincono solo con gli eroi, ma con le strategie militari (o militanti?!). Gli italiani (ma non solo), invece, vogliono brillare da soli, vogliono vincere da soli, talvolta. Dimenticandosi che, un tempo, invece di guardare alla propria carriera o alla propria originalità/vanità, scrivevano manifesti per “condividere” i propri intenti, i propri assalti a una società che sotto vesti diverse ha sempre avuto una controparte oscurantista cui l’arte – che Beuys definiva la “scienza della libertà” – si è opposta.
Ora, credo che come sempre e forse più di sempre ci sia bisogno di fare squadra, di costituire una forza intellettuale che sia utile prima di tutto a noi stessi, per essere intellettuali migliori, migliori critici, migliori artisti. Possiamo conoscere nuovi compagni di battaglie leggendo un articolo, compagni che non sapevamo di avere al fianco. Possiamo infoltire il nostro esercito e fare in modo che “nostro” voglia dire l’esercito intellettuale di quella parte d’Italia che vuole ricostruire un’identità culturale per questo paese senza fare la fine della generazione precedente, che è passata senza spostare una piuma, senza modificare di un grado la traiettoria di degrado civile e ancor prima “umano” in cui siamo stati lanciati.

Socíetas Raffaello Sanzio, Orestea, 1995

Socíetas Raffaello Sanzio, Orestea, 1995

FACCIAMO I NOMI…
Allora Goffredo, smettiamola di scrivere questi pezzi contro. Perché è uno sparare nel mucchio, uno sparare alla cieca. E cominciamo ad avere il coraggio di inserire i vivi e direi pure gli “effettivi”, cioè quelli che non sono ancora irrimediabilmente invecchiati e rincoglioniti, quelli che hanno già vent’anni o ancora trent’anni, oppure in ultima analisi quaranta, nei nostri discorsi allo stesso modo di come ci ben figurano sempre i morti. Non parliamo di come la cultura italiana è malmessa, parliamo di come di quale vitalità alternativa (o “disperata”) stiamo esprimendo, parliamo di chi lo sta facendo e di come ci sta riuscendo e forse magari aiutiamolo presentandogli un compagno di battaglia semplicemente accostando i loro nomi in un ragionamento… Questo credo dovrebbero i critici o qualunque intellettuale, anche un artista – perché pare che scrivano anche loro!! – quando affrontano un ragionamento critico.
E allora diciamolo che in Italia c’è una scena critica che attiene all’arte contemporanea che avrebbe delle teste di primo livello se fossero in grado di fare rete, di intrecciare i loro ragionamenti, che potrebbero arricchirsi proprio perché procedono da prospettive diverse. Mi viene da pensare a Christian Caliandro, che sta tentando da anni una rilettura trasversale della storia italiana contemporanea attraverso il lavoro degli artisti visivi in connessione però con quelli che operano nelle altre discipline. Mi viene da pensare ad Alessandro Facente, che ha inventato un modo di fare curatela che sistematizza il senso stesso di quell’aspetto del curatore d’arte contemporanea che è il punto di vantaggio rispetto a tutti gli altri critici, ossia l’essere un compagno di strada interno al percorso di costituzione dell’opera, l’essere un “embedded curator” come dice lui. Mi viene in mente Claudio Zecchi che con maniacale attenzione ha studiato la fragilità delle connessioni reali (e non presunte!!) fra comunità e quella che oggi è diventata la vera prima linea nell’ambito contemporaneo, ossia l’arte cosiddetta “relazionale”. E poi me ne vengono in mente altri, ovviamente, che stanno scavando per trovare le chiavi di una riconnessione fra l’arte e la società dopo trent’anni di diserzione, ma per ragioni di sintesi non posso citarli ora tutti.

Alessandro Bulgini, Primo tentativo di spostare l'isola, 2015

Alessandro Bulgini, Primo tentativo di spostare l’isola, 2015

… ANCHE QUELLI DEGLI ARTISTI
E sul versante degli artisti ovviamente non posso non notare che quella stessa attitudine dei critici è stata incarnata dal lavoro di autori che in alcuni casi sono addirittura giganti e che hanno dato corpo, forma, vitalità a quell’inscindibilità e appunto contemporaneità fra presente della scena, presente della rappresentazione e presente del mondo che ha scosso completamente ogni diaframma, ogni distanza, che ha (re)introdotto l’arte come elemento di sintesi all’interno delle nostre vite in modo quasi aggressivo. Parlo di Romeo Castellucci, che all’epoca del triumivirato con Chiara Guidi e Claudia Castellucci ha resuscitato per l’Europa la meccanica stessa della tragedia col ciclo dell’Endogonidia e che tra The Four Seasons Restaurant e il riallestimento di Orestea ci ha messo davanti esattamente lo stato dell’artista come traduttore dello spirito del tempo e corifeo, come a richiamarci a un ruolo storico abbandonato da troppo tempo. E poi penso al teatro e al cinema di Pippo Delbono, in cui teatro e vita sono definitivamente fusi, in cui l’esperienza artistica è esperienza di osmotica decodificazione della stessa nostra presenza in un hic et nunc che non è più paradigma del teatro, ma tempo assoluto di quell’idea beuysiana di uomo come scultura sociale.
E queste forme si trovano nel progetto enorme – e per questo inversamente proporzionale alle risorse economiche impiegate per realizzarlo – di Alessandro Bulgini che col suo B.A.R.L.U.I.G.I. e il suo Taranto Opera Viva non solo ha fatto “brillare il niente di questo momento storico” come dice lui (e far brillare qualcosa significa di nuovo dare prometeicamente luce agli uomini!), ma addirittura ha dato corpo a quell’atto titanico della battaglia, in una forma tanto umana, quanto più capace di creare adesione nel popolo (come quando legò una barchetta all’isola di Taranto Vecchia e remò fino a farsi sanguinare le mani per portare l’isola stessa fuori dal bacino inquinato dall’Ilva). E poi penso ad Andrea Mastrovito, che ha trasformato in santi una generazione di ragazzi spersi, ha costruito specchi in cui potersi guardare vedendosi concretamente martiri di un tempo oscuro e in una sottile istigazione alla rivolta che è bella e limpida come un ragionamento della Morante.

Pippo Delbono e Bobò, Barboni, 1997

Pippo Delbono e Bobò, Barboni, 1997

Penso a Giorgio de Finis che ha mandato in pensione l’idea di museo novecentesca e ne ha aperto uno del XXI secolo che serve a costruire tessuto sociale in una città che sembra la Tebe di Creonte. Penso ad amici che mi hanno deluso, a Giuseppe Stampone e ad Arcangelo Sassolino, che non hanno saputo dialogare quando ne hanno avuto l’occasione, ma che non per questo non hanno dato forma ad una lingua nuova, una lingua tangibile, adottabile, titanica. Penso a Davide Dormino, che porta in giro per l’Europa un rito collettivo che mira a prendere posizione, a “dire”, attraverso una scultura in cui c’è una sedia vuota che si aspetta che tu ci salga in piedi sopra. Penso a Silvia Giambrone che continua costantemente a porre nella sua arte una questione di genere che ci illudiamo spesso essere superata solo perché è invecchiata o perché ci sono nuove questioni di genere che ci appassionano di più sui social network mentre le vecchie ferite restano aperte. Penso a Pietro Marcello, al suo film che ancora gioca su questa compenetrazione assoluta tra realtà e finzione come elemento linguistico, come meccanismo tremendo per dirci che le storie che ci raccontiamo sono esse stesse la realtà. E poi ce ne sono altri che ancora dimentico, e forse ci sono anche io, col mio aver messo a ferro e fuoco Napoli, costruendoci un romanzo visivo di formazione attorno al cittadino, a migliaia di singoli cittadini, per tre interi anni della loro vita, e magari pure per aver portato il mio paradiso a Forcella rischiando una pallottola. Tutti questi artisti, e altri ancora, ma non tutti, non quelli che fanno i vetrini colorati o i complementi d’arredo, con le loro opere ci stanno costantemente spingendo a prendere posizione in un’Italia che si è ammalata di conformismo, è morta di omologazione (ne parla Pasolini egregiamente negli Appunti per un film su San Paolo) ed ora è fatta di persone “tutte uguali” proprio come i defunti.

Ecco, questo allenamento a riconsiderare la realtà come il campo di una immaginazione che “deve” diventare prassi, azione, è la cura, o parte della cura, alla situazione che tu denunci. E personalmente penso che sia molto più importante confrontarci ora sulla cura e su chi cura piuttosto che sulla malattia. Anche perché siamo morti. La malattia è finita. Adesso dobbiamo decidere se vogliamo resuscitare facendoci forza o se stiamo bene così.

Gian Maria Tosatti

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  • Whitehouse Blog

    E’ interessante il tempo che Tosatti ha impiegato per scrivere questa lettera. Che cosa fa durante il giorno questo artista? Risponde a Fofi. Fare? Che cosa fai tu Gian Maria? Aprire luoghi chiusi e praticare l’ennesima archeologia del ready made? Che valore ha il tuo lavoro oltre la ristretta cerchia dei tuoi amici addetti ai lavori? Che fare? Creare un Clan alla Celentano con i soli tuoi amici? Roba da anni 60. Tu con Caliandro e Co state cercando di fare questo, creare l’ennesima fazione, l’ennesima “famiglia italiana”, l’ennesimo partito per difendere i vostri interessi. E costoro cosa stanno facendo se non proporre gingilli costosi e pretenziosi (salvare il mondo?) per ricchi? Non è in fondo tutta ikea evoluta? Cosa può fare l’arte se non esiste un valore dell’arte pubblico, riconosciuto e condiviso? Ed è per questo che cercate di creare un partito-famiglia autosufficiente dove ognuno sostiene l’altro. L’arte di valore è già sotto i nostri occhi, è già a casa vostra e a casa di tutti gli italiani. Il punto è vedere l’opera dove apparentemente non c’è. Quindi gli artisti o chi si professa tale hanno già le gambe tagliate. https://www.change.org/p/claudio-parisi-presicce-lasciare-coperte-le-statue-di-roma?utm_source=guides&utm_medium=email&utm_campaign=petition_week_one

    • – ha ragione Tosatti quando fa i nomi di chi sta cercando di fare qualcosa per migliorare la situazione attuale e quando dice che gli eroi del passato non possono essere quelli del presente

      – ha ragione lr quando dice che Caliandro & Co stanno cercando di fare squadra secondo una vecchia logica e che l’arte di valore è sotto i ns occhi

      – non ha ragione Tosatti quando la sua conclusione è ancora una volta un nulla di costruens (ormai a questi articoli siamo tanto abituati…)

      – non ha ragione lr perchè non dice come si fa a riconoscere l’arte di valore sotto i ns occhi (seguo da anni il lavoro di lr; da ultimo ho visto myduchamp ma non mi aiuta nella vita di tutti i gg: a che serve – in senso lato ovviamente – che il foglio di polistirolo mi ricordi gli achrome o altre opere?)

      Ecco il punto o meglio una domanda (la domanda), quella che dovremmo porci continuamente, estremamente semplice, davanti a tutto (è quella che feci a caliandro tanto tempo fa ma la sua risposta non mi convinse e non replicai perchè capii dal tono della risposta che la strada era la solita, chiusa): che cosa mi offre questa cosa (opera, frigorifero, mouse, il signore che incontro per strada, la notizia sui giornali, il videogioco…) nella mia vita quotidiana? E questa domanda deve essere fatta avendo sempre in mente il grande contributo che ci ha dato l’arte fino ad oggi (guardare il mondo con occhi e pensieri diversi).
      Non ci vuole molto miei cari…

      • Whitehouse Blog

        Caro Coda, grazie della tua domanda che io raccolgo con entusiasmo, contro ogni snobismo di primo e secondo livello :)
        Bisogna finirla con questo clima di omertà che gira intorno al nulla.
        L’intuizione di Duchamp (nel 1913/17) è che l’attenzione dell’arte si sposta dall’oggetto alla mente dell’uomo: ossia l’opera nasce da una visione critica sulle cose e non da un’oggetto-feticcio. L’oggetto ha ancora senso se diventa un testimone di questa visione critica della realtà. Questo anche in modo “disimpegnato”, penso ad un artista che amo molto come Martin Creed. Il disimpegno consapevole non è disimpegno, ogni opera consapevole è anche politica. Il punto è vedere l’opera la dove apparentemente non c’è. Nel polistirolo, ma anche in casa, in ufficio, nella nostra vita privata. L’arte e il polistirolo sono solo palestra e bilanciere: https://www.youtube.com/watch?list=PLJR5mUBRtPuUoHZVIHRqsXiroG_LXm_Lg&v=m4Z6Q8uXSAw

      • paolocarniti

        l’arte è un prodotto di consumo per cui come tutti i prodotti serve ad essere consumata

    • Change.org

      Una petizione che raccoglie 22 sostenitori in 3 settimane dovrebbe far riflettere chi l’ha lanciata: genio incompreso circondato da un mondo cattivo cattivo oppure…?

  • Monica Biancardi

    Caro Gianmaria, ( spero che il “caro” non ti disturbi poiché, seppur pochissimo, ci conosciamo)

    scrivo in merito alla lettera pubblicata all’ indomani del pezzo scritto da Goffredo Fofi su Lo Straniero poiché, come te, conosco Goffredo da vent’anni e, sempre come te, da circa un quindicennio non ci frequentiamo.

    Condividendo il non prolifico decantare “ tiemp bell è nà vot’”, come si dice a Napoli ( città che le parti in causa conoscono, chi meno, chi peggio),

    trovo che l’articolo scritto da Goffredo debba essere letto. o meglio: invito tutti a leggerlo.

    Tra le varie, Goffredo scrive che l’odierno “oppio dei popoli” è la cultura e di conseguenza, il culturificio ha preso il posto ( concedimi lo scherzo) dell’ inflazionata religione, in un momento storico dove vige una complicità da cui trarre vantaggio “complicità di fatto – di tutti, non solo degli intellettuali – con lo stato di cose presente.”

    Non trovo necessario ricorrere ad alcuna citazione, avendo scelto di discutere sul pezzo fofiano che non fa bastian contrario ma, seppur nella critica, ha un’idea. ed è proprio qui che mi fermo e affermo : bisogna avere sempre un’idea nel momento in cui ci si espone. un’idea che porti qualcosa al fruitore. perché l’idea, se reale, è necessaria e generosa.

    Non mette in chiaro, per chi legge, citare dei nomi. poi solo alcuni, quasi tutti maschili. Chiara Guidi e Claudia Castellucci ( ex compagna una e sorella di Romeo l’altra), che entrambe stimo tanto, avendo fotografato tanti spettacoli della Societas, compresa la citata tragedia Endogonidia, non sono che due donne in un panorama italiano ricco e vasto di creatività femminile. ma perché ghettizzare?

    Emulare, criticare, battere sempre e comunque i piedi a terra senza avere la capacità poi di restituire un’ idea, non restituisce nulla. anzi crea inutili polemiche. l’intellettuale, come tu affermi di essere, ha la missione di rimettere sempre tutto in discussione, al pari dell’archeologo e dello scienziato. e lì risiede la sua originalità. se non lo facesse, non sarebbe tale ma solo un essere pieno di certezze…….che orrore!

    Il mio è solo un invito alla riflessione su quel che scrivi “ penso alla nostra responsabilità quando prendiamo una penna in mano per attaccare…”.

    e a leggere il pezzo di Goffredo che ha insegnato piccoli e grandi ad alfabetizzarsi, facendo della comunanza, della militanza diversa da quella che oggi si fa da casa, attraverso la propria “originalità/vanità”. e te lo dice una che, prima d’insegnare nell’ Urbe, ha insegnato per tanti anni nel napoletano rione della Sanità, che non ha nulla di “meno” a quello di Forcella che tu citi, coinvolgendo centinaia di ragazzi del quartiere in operazioni artistiche che hanno restituito loro moltissimo. e soprattutto fiducia in loro stessi e alle loro famiglie acciaccatissime.

    spero di non alimentare null’ altro che un invito alla riflessione.

    Colgo l’occasione per pubblicare l’immagine di una delle più ricche e belle biblioteche europee, sede distaccata della Crociera in Roma, aperta nientemeno che solo due giorni a settimana per poche ore. causa mancanza fondi.

    Vogliamo fare una cosa utile tutti insieme: organizziamo con l’aiuto di Artribune una cordata di firme affinchè noi cittadini italiani, studiosi e studenti, possiamo fruirne regolarmente?
    Monica Biancardi

    • Gian Maria Tosatti

      Cara Monica,
      l’articolo di Goffredo non solo l’ho letto, ma ho anche scritto all’inizio della mia lettera che lo condivido parola per parola. Un articolo che più di tutti quelli che ho letto ultimamente è capace di far la sintesi dello status quo.
      Ed è proprio per questo che rispondo a Goffredo. Perché perdere tempo con chi ha un’idea frammentaria, scoordinata e maldestra della realtà non mi sembra la cosa più utile da fare. Dunque, nel rispondere, riconosco a Goffredo acume e capacità di sintesi eccezionali. E il mio non è fare il bastian contrario. E’ dire, che non mi basta la sua analisi. Come lo si dice ad un amico, non per criticare, ma per rilanciare. Come ho scritto in fondo alla mia lettera, l’analisi è relativa ad una malattia. E per quel che mi riguarda la malattia è finita. Siamo morti di quella malattia. La mia generazione lo è senza dubbio. Quella di Goffredo ancora di più – sia per ragioni anagrafiche che per responsabilità.
      Ora, la domanda è: abbiamo delle linee nuove, delle energie nuove, dei “Nuovi Argomenti” per citare il titolo di quella che per decenni è stata una colonna della cultura italiana e che ora non lo è più da un pezzo?
      Io credo di sì. Credo che ci siano e penso che una rinascita debba partire da quegli argomenti e dalla narrazione che ne viene fatta. Perché essa è proprio la chiave d’accesso agli argomenti stessi. E la narrazione spetta ai poeti.
      Ho fatto quasi tutti nomi maschili. Sì, è vero. Ma è la mia lista personale e nemmeno intera… l’ho scritto. Potrei aggiungerne altri: Mariangela Gualtieri, ad esempio, per citare una donna importantissima, o Silvia Calderoni. Ma la lista resterebbe sempre lacunosa e certamente mai definitiva, perché solo mettendo assieme i nostri pantheon di poeti potremo fare una lista condivisa e condivisibile davvero. Forse nemmeno allora definitiva, ma precariamente avanzata. Solo che se nessuno cita mai le energie belle di questo tempo penso sarà difficile arrivare ad un panorama, ad una formazione di scacchi che possa giocare la sua partita sul tavolo del presente.
      E, scusami Monica, ma sì, parlare sempre degli argomenti e non parlare mai di chi li sviluppa è un atto di profonda gelosia di cui la scena intellettuale del nostro paese si macchia continuamente. Mi perdonerai, ma io non sento MAI qualcuno dire che qualcun altro è bravo. Non si parla bene di sé perché è maleducazione, ma non si parla nemmeno bene di nessun altro così da non mettere mai nessuno davanti a noi. Che tristezza! E’ una miseria profonda del nostro ambiente culturale. Io personalmente amo molto, invece, dare la parola, dare l’occasione di aver voce in capitolo riconoscendo il valore dell’altro in occasioni pubbiche come un articolo, un saggio o una lettera aperta. E’ un fatto di generosità. Un esercizio che voglio continuare a praticare. Perché il suo opposto, ossia l’aridità gelosa, ci ha impoveriti in modo feroce.
      Riconoscere il valore degli altri e dei loro percorsi porta l’attenzione nostra e dei nostri lettori verso prospettive nuove, sconosciute e dunque arricchenti. Citare un artista o un percorso significa scambiare una conoscenza.
      Non è una cosa rivoluzionaria. Non è una cosa originale. Non è una cosa nemmeno particolarmente nobile. Ma è l’opposto della meschina omertà verso tutto quello che ci sta attorno.
      Monica cara, io mi sono veramente stufato di sentir parlare dell’Italia solo per via negativa. Dicendo solo cosa non va e perché. Io ho voglia di sentire cosa va. Ho voglia di sentire voci che mi incantino e mi facciano migliorare. Per farlo posso solo calare le mie di figure. Posso dire che voci sono per me esseniziali oggi, aspettando poi che qualcuno risponda parlandomi delle sue voci, facendomi scoprire nuovi “eroi” così come da ragazzo un professore o un compagno mi facevano scoprire Anna Maria Ortese o Elsa Morante.
      Ma niente.
      E anche tu, perdonami, finisci per rispondere a me. Per ridurre il dialogo ad un discorso a due. Mi dici cosa secondo te non va nel mio ragionamento. Mi inviti a pensare cosa non torna, proprio come Goffredo ha fatto nel suo articolo. Ma io ora ho fame di eroi… ho fame di poeti… ho fame di un’Italia nuova, con un pensiero nuovo, che non ha tempo di pensare a cosa non va – perché se stiamo a guardare, ormai, non va più niente -, ma ha un’idea di paese e di popolo che guarda a domani, guarda ad un XXI secolo che dovremmo avere noi per primi il coraggio di aprire.

      Con affetto.

      • Whitehouse Blog

        Caro Gian Maria, anche io ti scrivo da amico e con il desiderio di crescita per tutti. Ma tu cosa stai facendo di diverso rispetto alla “malattia” del nostro tempo? Proponi un linguaggio che rielabora l’arte povera, partecipi alla solita galleria di rito, cerchi delle alleanze strategiche per creare l’ennesima opera e l’ennesimo progetto destinato ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Ti prego, dimmi dove sta la tua cura per la malattia. Grazie.

      • christian caliandro

        io veramente questa cosa non la capirò mai: ma perché non li leggete gli articoli prima di commentarli?

        • Whitehouse Blog

          Caro Christian, l’articolo l’ho letto. Ma non potete venirmi a raccontare che voi siete i paladini della cultura quando vi comportate nello stesso modo rispetto le persone e le dinamiche che criticate. E in più ignorate in modo premeditato quelle energie che potrebbero veramente cambiare punto di vista sulle cose. Queste questioni sono vecchie, io stesso le portai alla ribalta nel 2009; qui si tratta di passare dalla parole ai fatti. Ma senza “fare” quello che fanno coloro che critichiamo, semmai con la pesunzione di essere migliori. Riflettete durante le riunioni di Redazione, cerchiamo di collaborare.

  • Angelov

    Non capisco perché la Redazione non abbia pubblicato direttamente questo bellissimo articolo di Fofi; forse per ragioni di copyright?
    Si tratta in effetti di un’articolo che mette a fuoco, in uno stile abbordabile, questioni importanti della contemporaneità.
    Se così fosse, un grazie a Tosatti per averlo segnalato.

    • christian caliandro

      l’articolo è nel link: chi vuole lo apre e lo legge.