In memoria di Umberto Eco. L’editoriale di Michele Dantini

Proseguiamo la serie di omaggi, ricordi e riflessioni a seguito della morte di Umberto Eco. Dopo l’intervista che Obrist ha realizzato l’anno scorso con il professore, ora è il turno di Michele Dantini. Che legge la svolta narrativa di Eco come un “esilio interno”.

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Umberto Eco nella sua biblioteca

Umberto Eco nella sua biblioteca

FINE DI UN’EPOCA
Non sono né sono mai stato un incondizionato ammiratore di Umberto Eco, al contrario. Ma sono colpito dalla notizia della sua scomparsa, così inattesa e – vogliamo dirlo? – allegorica sotto aspetti determinati. È un’intera stagione della storia culturale italiana recente che ci lascia con Eco, la stagione dei “novissimi”, della vorace acculturazione, dei propositi (tutt’altro che peregrini) di “civiltà industriale” e di un’avanguardia giocata su piani di “ordinarietà” istituzionale.
Il rifiuto dell’istrionismo vieux jeu; l’attenzione sempre desta per la congiuntura storica, senza velleità di evasione; l’ampiezza di interessi, giunta più di recente a includere l’arcano, l’ipererudito, il bizzarro. La chiarezza di scrittura, che ha reso Eco uno tra i rari public intellectual italiani, capaci di variare dal trattato teorico, che forse oggi ci interessa meno, all’editoriale o al pezzo di costume concepito pur sempre come microsaggio storico-antropologico. Infine l’attitudine all’asciuttezza – quell’asciuttezza che nella prefazione a una delle tante serie di saggi Eco riconduceva a un “afascismo” antropologico di Alessandria, sua città natale, e della provincia piemontese; e che talvolta poteva persino confinare nell’avarizia di coinvolgimento e di emozione.
Tutto questo ci mancherà, come pure l’orgoglio a suo modo regale dell’uomo di lettere di fama internazionale, giunto per merito d’ingegno ai vertici della società, umanista e scienziato insieme; pronto a portare coraggiosamente in piazza gli stracci del potere politico e a rivendicare alla cultura una giurisdizione autonoma.

Umberto Eco, Il nome della rosa

Umberto Eco, Il nome della rosa

IL ROMANZO COME ESILIO
Ammetto di non avere mai avvertito la necessità di approfondire la conoscenza di Eco romanziere, disinteressato come sono ai giochi celibatari dell’intelligenza combinatoria. Se d’altra parte Eco è sempre rimasto un fine storico e allegorista del tempo presente, questo non è accaduto invece agli emuli ed epigoni, sin troppo versati nell’arte dell’omaggio, persi tra cruciverba e bibliofilie da caminetto invernale.
Tuttavia, vorrei ribadire, questo “ritiro di interesse” in cui oggi si attarda l’ala più mediatizzata della scuola semiologica per più versi tradisce l’insegnamento di Eco: che ancora con il Nome della rosa, dunque alle origini della svolta narrativa, ci ha lasciato il romanzo storico dell’Italia contemporanea. Lo ha sigillato nell’enigma medievale, è vero, o nella convenzione del giallo archeologico: ma questo che importa? Vale invece la pena osservare che proprio la migrazione dal saggio (o dal trattato) al romanzo implica al tempo per Eco una scelta di esilio interno, di silenzio metaforico dell’intellettuale e abbandono – per impossibilità e scacco sopraggiunti – della propensione “militante”.

LE CONSEGUENZE DI UNA SCELTA
Credo dobbiamo ancora misurarci affermativamente con l’impasse descritta da Eco, trarne conseguenze e implicazioni. L’”esilio interno” è diventato un po’ il destino delle generazioni successive: azzardato per loro confidare nell’attenzione di istituzioni politiche e sociali. D’altra parte ricerca e movimenti possono cooperare reciprocamente: occorre però comprendere in che termini e a quali condizioni.

Michele Dantini

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  • Whitehouse Blog
    • Michele Dantini

      Caro Luca,

      tu non manchi mai di procurarci cocenti delusioni. In questo tuo esercizio di appropriazione, che adesso propaga anche verso l’Huffington, ti sei dimenticato una cosa fondamentale: Eco studiava, non ha fatto altro che studiare tutta la sua vita. Era un uomo di scienza, non uno sciocco istrione. Un caro saluto MD

      • Whitehouse Blog

        Caro Michele,
        non capisco a cosa tu ti riferisca. La mia è solo un’aggiunta alla riflessione. Intrappolato in un ‘identità che tutti possono vestire, non credo di essere istrione. Luca Rossi potresti essere anche tu, per quello che ne so io. “Sciocco” certamente: è l’unico modo per partecipare in modo onesto e leale ad un confronto. Le soluzioni più “intelligenti” trovano subito gli anticorpi. Se sei così magnanimo e comprensivo, tanto da rispondermi, perché non mi abbracci, non mi includi invece di sparare fango? Un caro saluto :) LR

  • Concordo con la visione di md, oggi bisognerebbe “non diventare Umberto Eco”.

    • Whitehouse Blog

      Le solite schermaglie tra artisti e sedicenti tali (ormai unico pubblico del sistema dell’arte nostrano) su chi ce l’abbia più lungo. In ogni caso dobbiamo tarpare ogni slancio, riportare tutto a mediocrità. Solo il piglio accademico-fresh di Dantini, sostenuto da amici iperscolarizzati, va bene. Continuate così, prima o poi avrete anche voi il vostro piccolo, piccolo incarico ministeriale.

      • Non sono iperscolarizzato e non cerco un incarico ministeriale nel mondo dell’arte. Ho sempre cercato di starne fuori. Faccio un lavoro che con l’arte centra poco e sono contento perché così l’arte è un hobby, unico modo per farla in maniera seria senza condizionamenti, liberamente.

    • Whitehouse Blog

      Diventare Eco è una provocazione, un ideale a cui tendere. Nel senso di sviluppare senso critico, capacità di fare le differenze. Capire – come diceva Eco- che il problema non è tanto cosa, ma come. Non tanto l’oggetto ma il metodo.

      • Non posso che concordare … Ma è un principio molto generico che non attribuirei in maniera esclusiva ad Eco. Esiste molta arte cd processuale .. E lo dicono anche le maestre a mia figlia a scuola!

  • Luigi Bonfante

    Sicuramente l’Eco giovane aveva una vis militante che è andata scemando. Ma uno dei grandi temi in senso lato “etici” o “politici” che non mi pare non abbia mai abbandonato è capire e smascherare i meccanismi della menzogna. E questo stimolo potrebbe essere utilissimo anche nel mondo dell’arte oggi.

    • Whitehouse Blog

      Giusto, io direi stimolare la capacità di fare le differenze . Il mondo dell’arte oggi è una grande opportunità mancata, almeno in Italia, per via di operatori e protagonisti improvvisati, provenienti da altre discipline e formati in modo anacronistico.

  • Angelov

    Il concetto di “esilio interno”, come condizione che renda possibile la creatività, se mi pare di aver capito bene, è un modo nuovo di definire una condizione ed una scelta che infondo già conoscevamo.

    • Whitehouse Blog

      ogni luogo è internazionale

      • Angelov

        beh, si…dipende
        così almeno si vorrebbe,
        ma per abolire ciò che è provinciale,
        dubito che con la sola volontà lo si possa fare…

      • Lella

        che frase petalosa

  • sergio falcone

    Con tutto il rispetto per chi se n’è andato e per l’autore comunque di valore, a me Umberto Eco non ha mai convinto.

    Ho letto sul sito de la Repubblica: “Addio a Umberto Eco, l’uomo che sapeva tutto”. Una evidente forzatura (di comodo?). Quale essere umano può vantarsi di sapere tutto, ma proprio tutto? Boh!?!

    E leggo ancora che fece parte del Gruppo 63. Bene, che fine fece l’impegno degli intellettuali cosiddetti “impegnati”? e quello suo in particolare?

    Infine, per deliziare il volenteroso lettore:

    Piergiorgio Bellocchio, UN’ECO E’ UN’ECO E’ UN’ECO E’ UN’ECO

    http://www.quodlibet.it/images/pubblicazioni/Anteprima%20da%20Diario%20Bellocchio-Berardinelli..pdf