Basta coi doppioni. L’editoriale di Renato Barilli

È mai possibile che nello stesso momento, in Italia, ci siamo due mostre sulla grafica di Toulouse-Lautrec? Perché non ci si coordina, facendole circuitare? E intanto si continuano a buttar via denari invece di promuovere i nostri grandi del passato.

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Henri de Toulouse Lautrec, Le photographe Sescau, 1896

Henri de Toulouse Lautrec, Le photographe Sescau, 1896

DUE VOLTE TOULOUSE-LAUTREC
Il nostro attivo e operoso Ministro dei Beni e delle Attività culturali Franceschini, che spende tante energie per imprese talvolta dubbie, ne dovrebbe riporre una parte per istituire una Consulta Nazionale (o basterebbe la normale funzione del comitato di settore?) rivolta a coordinare le mostre imbastite dalle nostre istituzioni pubbliche o private, in modo da evitare inutili doppioni o sovrapposizioni, con relativi costi e investimenti di denaro che si potrebbero spendere meglio altrove.
Faccio subito un esempio sconcertante. Mentre scrivo sono in atto due mostre relative all’opera grafica di Toulouse-Lautrec, in sostanza equipollenti e intercambiabili, in quanto dedicate in massima parte alle incisioni e litografie del grande artista francese, e si sa bene che le opere di questa natura, in cui del resto risiede il meglio della sua produzione, poggiano per natura intrinseca su tirature in parecchi esemplari, e dunque è lecito una specie di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Una di queste è visibile all’Ara Pacis di Roma, l’altra a Pisa, a Palazzo Blu, entrambe a dire il vero ben condotte, tanto che non vedrei ragioni per invitare il pubblico a una visita preferenziale dell’una o dell’altra.

Alberto Burri, Cellotex Eor 1, 1985 - Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Cellotex Eor 1, 1985 – Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

PERCHÉ NON ESPORTIAMO IL NOSTRO OTTOCENTO?
Evidentemente in ciascuno dei due casi si è avuto un esborso di denaro (forse, in entrambi i casi, pubblico), il che si sarebbe potuto evitare o ridurre ricorrendo semplicemente a un’oculata circuitazione dei due eventi.
D’altra parte, fino a qualche decennio fa, l’esposizione di maestri del nostro Ottocento era considerata “out of bounds”, roba da lasciare a sedi espositive sprovvedute e minori, fuori del giro che conta, ma poi c’è stato, giustamente, uno sblocco, e ora le mostre su Fattori, Boldini, De Nittis si moltiplicano. Beninteso, nessuna di queste è quella buona e definitiva, magari pronta a prendere la via dell’estero.
Questa incapacità di allestire monografie decisive riguarda perfino i nostri artisti, vedi il caso di Burri, che anche nel suo centenario ha avuto bisogno della consacrazione “fuori casa” del Guggenheim.

Giovanni Boldini, La divina in blu, 1905 ca., acquerello su carta. Collezione privata

Giovanni Boldini, La divina in blu, 1905 ca., acquerello su carta. Collezione privata

MUSEI O AFFITTASALE?
Aggiungo, e mi collego a una mia precedente reprimenda come sempre destinata a cadere nel vuoto, che il fantomatico comitato qui ipotizzato dovrebbe vigilare e se possibile limitare il ricorso alla formula facile di trasferire presso di noi le collezioni dei musei stranieri quando chiudono per ristrutturazione, ricorrendo all’espediente di farsi finanziare attraverso gli affitti imposti ai nostri musei.
Non si dica che in questi casi gli introiti compensano gli affitti: un Ministero serio si dovrebbe far carico anche della rilevanza educativa di questi trasferimenti, e non solo di loro eventuali profitti in termini strettamente di cassetta.

Renato Barilli
critico d’arte militante

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #29

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  • contro la critica italiana

    Barilli ma lei dove vive, scusi?
    E chi se ne frega delle due mostre di Toulouse Lautrec?
    Le sembra normale invece che all’improvviso l’Italia si sia scoperta astrattista con una pletora di estroflessioni e monocromi a suo tempo di legittima prima battuta con Fontana e Manzoni , poi di seconda con artisti come Castellani (spacciato ora come un grande quando ha fatto indefesso lo stesso artigianato per cinquant’anni ) e Bonalumi eccetera tutti ben saldi sul pilota automatico, e poi tutti gli altri, una schiera di comprimari followers collaterali dal primo mediocre seguace della scia all’ultimo più rozzo e più “cane”, con pezzi di dubbia provenienza, in molti casi indebitamente “restaurati ” e viene da pensare fatti per l’occasione , Pezzi che fino non molti mesi fa valevano spesso pochi euro e ora pompati con gli steroidi, spiattellati dovunque e più, questa si una vera indigestione.
    Non è più scandaloso questo?
    Società finanziarie che foraggiano gallerie e collezioni che interessano solo un manipolo di ricchi parvenu, manipolando artificiosamente il mercato?
    Galleristi e mercanti mediocri e ossessivi che fanno tutti all’improvviso arte aniconica masochisticamente affollando delle stesse schifezze e degli stessi fondi di magazzino gli spazi contigui, come è avvenuto alla recente Artefiera con effetti fortunatamente revulsivi e in certi caso di caduta delle vendite per sovraesposizione.
    Un’arte che non guarda nemmeno il presente di allora , che rifiuta di considerare le crisi e le questioni di oggi?
    Lei nei suoi libri ha sciorinato capitoli introduttivi con immancabili tiritere sull’avvento dell’elettromagnetismo e la sua influenza sul pensiero e sulle arti, ma le pare che quello che si vede oggi in certe fiere in certe gallerie in certe riviste è un’arte che parli dei reali elettromagnetismi di oggi? Che rispetti la complessità dei tempi?
    Caro Barilli se la prenda ora anche con Goldin così la sequenza di banalità è completa. Evidentemente il grande pericolo per arte e cultura odierna sono impressionisti e alcuni postimpressionisti :))
    il vero scandalo non sta invece forse in questo: un’arte che si accontenta della modulazione del proprio essere autoreferenziale per una clientela di usurai che preferiscono il vuoto-il niente-il nero-lo spazio perchè non fanno problema, perchè non dicono un bel nulla?
    Il vero scandalo non sta forse anche in lei, ormai pensionato e fuori dai giochi , che neanche ora. dimostra il coraggio dell’indipendenza intelettuale di vedere dove stanno i reali problemi? é questo il finale di partita?

    • Giovanna Rossi

      Barilli

      • Giovanna Rossi

        Mi perdoni, ma come fa a non notare differenze tra le due mostre, che poi sono a 300 km di distanza, dunque chi visita Roma certamente, non visita Pisa. A Roma c’è solo la grafica e mancono dei manifesti fondamentali, come il terzo di Aristide Bruant e quello delle catene Simpson. A Palazzo Blu, oltre ad esserci la grafica in tutto il suo splendore ci sono anche 35 tra dipinti e disegni, di cui 20 di Lautrec. Capolavori dal Pushkin di Mosca.
        Ho queste info perchè ho visto le mostre e acquistato il catalogo della mostra pisana, primo in Italia con le schede complete dell’opera grafica di Lautrec e da studiosa è per me utilissimo.
        Inoltre Palazzo Blu appartiene a una Fondazione privata, non è stato speso 1 euro pubblico !
        Se non nota la presenza di 35 dipinti in più rispetto alla mostra romana, forse non ha visto le mostre ?
        Se parla di spreco di denaro pubblico, forse non conosce i meccanismi, e mi perdoni, ma non conosce neanche l’artista ?!