Trekking urbano con buoni risultati per la Biennale di Istanbul 2015. E un video clip a riassumere le 20 sedi di Beyoglu

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Biennale di Istanbul 2015, Beyoglu 3

Prima di iniziare il tour non ci credevamo. Sì, certo, gli organizzatori indicano la necessità di impiegare ben 3 giorni per vedere tutta la mostra, ma noi, gente che qualche biennale impervia l’ha ben vista, faremo senz’altro prima: niente da fare! Il percorso è davvero impegnativo, volutamente impegnativo. “Non ho deciso io le location” ha dichiarato Carolyn Christov-Bakargiev, ma che fossero tantissime e ben ramificate nella città sì. E così l’addetto ai lavori e l’appassionato sono costretti, in una Istanbul rovente, a mappare palmo a palmo tutto il distretto di Tophane – a Beyoglu – e dintorni entrando in ex banche, in caveau, in numerose stanze d’albergo (anche queste, come i caveau, tendenzialmente sotterranee, in una necessità di verticalità forse alla ricerca dell’acqua, ovviamente salata, come da titolo di tutta la manifestazione), in case private, in garage, in negozi, in scuole attive oggi o attive tanto tempo fa.

LE SEDI
Una tale varietà di venues (l’incedere intimo-urbano ha fatto ricordare a più di qualcuno la Quarta Biennale di Berlino, quella pensata dal trio Gioni-Cattelan-Subotnik) che le sedi più convenzionali come l’Istanbul Modern – la parte requisita dalla Biennale è quella inferiore, al piano superiore restano le collezioni – o l’Arter risultano forse più statiche e pesanti. Con l’eccezione di “The Channel”, una piccola sezioncina in un vicolo cieco dell’Istanbul Modern che è il o meglio uno dei manifesti curatoriali di questa edizione della kermesse turca.

I NOMI DA NON PERDERE
L’escursione, comunque, vale la pena e la sudata. Innanzitutto si scopre quella che probabilmente è, non da oggi ma da qualche anno, la zona più interessante della città, in bilico ormai perenne tra sfascio e gentrificazione incombente. Le strade sono labirintiche e diventa quasi divertente cercare le immancabili hostess della Biennale con tanto di cartello “chiedi a me” dedicato agli smarriti art lovers. Un paio di sedi (Casa Garibaldi, l’orfanotrofio francese), ci sono ma in realtà non ci sono. Simboliche di una biennale fluida che ogni tanto si fa sfuggente. Non mancano picchi notevoli che rispondono ai nomi della premiata coppia Janet Cardiff&George Bures Miller (due marionette gestite da un servomeccanismo, lui suona sul piano una musica tristissima, lei danza come una pazza. In una suite d’hotel), di Walid Raad (sul tema dello ‘storage’ delle opere d’arte), di Anna Boghiuguian (che all’ingresso della Scuola Greca sintonizza tutta la mostra sul tema del sale con una grande installazione), di Michael Rakowitz che esattamente come fa, da un’altra parte e in un altro modo, Theaster Gates (il quale si trasforma letteralmente in un artigiano turco ricostruendo un vero pottery shop) rende omaggio alle maestranze intese come la pelle della città. E ultimo, ma assolutamente non ultimo, Francis Alys che fa cantare come uccellini dei bambini tra le rovine di Ani, città armeno-turca oggi abbandonata che un tempo era così potente da rivaleggiare con Istanbul, Bagdad e il Cairo. Impossibile non pensare alla atroce foto di Bodrum, scattata ieri proprio in Turchia e, attraverso le prime pagine di tutti i giornali del mondo, già nella storia del fotogiornalismo di guerra.

IL NOSTRO VIDEO
Tutto questo abbiamo cercato rudimentalmente di sintetizzarvelo anche in una serie di clip filmate che trovate nel video qui di cui ci scusiamo per la qualità men che amatoriale.

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