Inpratica. Critica come fraternità (II): Gian Maria Tosatti

Dopo il caso Marta Roberti, il ciclo di interventi “Critica come fraternità” torna sul ciclo delle Sette Stagioni dello Spirito di Gian Maria Tosatti.

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Gian Maria Tosatti, 3_Lucifero (Sette Stagioni dello Spirito, 2015)

Gian Maria Tosatti, 3_Lucifero (Sette Stagioni dello Spirito, 2015)

Il punto fondamentale di questa fraternità è la costruzione di uno sguardo comune sulle cose, sulla realtà in cui viviamo immersi, sui processi che influenzano le nostre vite e i nostri comportamenti. Troppo spesso, infatti, trascuriamo il fatto che nessun tempo nuovo – nessuno – può nascere, emergere e costruirsi pienamente conservando intatte vecchie visioni, prospettive, interpretazioni. Gli artisti, questi fratelli dileggiati e ignorati nell’Italia disgraziata di questi anni, stanno costruendo faticosamente uno sguardo sul mondo – uno sguardo che si nutre ovviamente, come è sempre avvenuto, di una tradizione vissuta intensamente e internamente e non “penetrata archeologicamente” (nessuno spazio è dunque concesso, in questo senso, a esotismi di sorta).
La forza tremenda di queste operazioni risiede dunque nella capacità di sganciarsi dalla noia di un tessuto sfilacciato e di un sistema disfunzionale, con i loro codici linguistici e con i loro tic comportamentali, per riagganciare finalmente la storia dell’arte e della cultura, l’identità italiana. Gian Maria Tosatti è un buon esempio di questo approccio.
Vorrei soffermarmi sul ciclo (una sequenza, una serie: paragonabile in questo a un romanzo di formazione in divenire, individuale e collettivo) che lo sta impegnando negli ultimi due anni: le Sette Stagioni dello Spirito. E, in particolare, sul tipo molto specifico di “stato d’animo” che queste installazioni monumentali fatte di niente riescono miracolosamente a catturare. Questa megaopera che coinvolge l’intero tessuto urbano di Napoli (un “corpo a corpo con la città”), si condensa sempre in luoghi ex, luoghi affascinanti perché marciti, che hanno avuto una funzione e un’esistenza e adesso non ce l’hanno più: la caratteristica fondamentale di questi lavori è dunque la riattivazione di spazi abbandonati. Ma qui l’abbandono non scompare, non evapora: piuttosto, si cristallizza. Non si tratta di arte didascalicamente sociale, che “fa partire” progetti di vago coinvolgimento comunitario; questa operazione – chirurgica – consiste piuttosto in una dolorosa, spiacevole attivazione del presente: visualizzazione di questo tempo profondo, e sua analisi. Autopsia.

Gian Maria Tosatti, 1_La peste (Sette Stagioni dello Spirito, 2013), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano

Gian Maria Tosatti, 1_La peste (Sette Stagioni dello Spirito, 2013), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano

Il tentativo riuscito di Tosatti è quello di sospendere il tempo spettrale che stiamo vivendo: costringe lo spettatore a fronteggiare le sue paure, eliminando ogni rumore di fondo, ogni simulazione, ogni spettacolo consolatorio (Io, per esempio, la prima volta che sono stato in 2_Estate sono letteralmente scappato, e ho considerato questo effetto un successo assoluto; da cultore di horror cinematografici e letterari, mi sentivo intrappolato in uno spazio infestato da cui volevo uscire a tutti i costi, insostenibile e terrificante, e questo credo esattamente fosse il senso del lavoro; poi sono risalito, e me la sono goduta appieno). Un’opera riuscita deve perciò coinvolgere integralmente l’essere umano annullando di fatto la dimensione dello “spettatore”: deve farsi percepire cioè come pericolosa.
E l’aspetto più interessante di queste opere è che esse non restituiscono propriamente alla vita gli spazi che occupano, ma restituiscono in modo più sottile la loro vita oltre la morte (la “ex-vita”, appunto), la loro condizione fantasmatica: rendono cioè percepibili le presenze, gli strati della nostra memoria conflittuale e rimossa e delle nostre vite collettive precedenti. Come ho scritto a proposito di 3_Lucifero: “Ciò che lo spettatore prova, irretito da questa esperienza, da questo apparato, da questo dispositivo, è infatti: serena, misurata, pacata tristezza. (Qualcosa di simile, per dire, a ciò che proviamo entrando nella Sagrestia Nuova di Michelangelo.) E, a mio parere, non c’è quasi nulla di così italiano – maestosa proprio perché inafferrabile, struggente proprio perché equilibrata – come questo tipo di tristezza artistica” (Gian Maria Tosatti. Lucifero, la terza delle Sette Stagioni dello Spirito).

Gian Maria Tosatti, 2_Estate (Sette Stagioni dello Spirito, 2014), ex Anagrafe Comunale, Piazza Dante

Gian Maria Tosatti, 2_Estate (Sette Stagioni dello Spirito, 2014), ex Anagrafe Comunale, Piazza Dante

Vengono in mente, così, sia Anna Maria Ortese, sia Dante, Michelangelo, Pasolini, de Chirico, Malaparte: riferimenti costanti di Tosatti, e al tempo stesso indizi precisi della sua idea di italianità artistica, una costellazione a partire dalla quale ridisegnare la rotta. Considerando dunque un ciclo attraverso cui un artista italiano sta finalmente elaborando la propria personale “angoscia dell’influenza” (Harold Bloom), confrontandosi con i suoi predecessori e gli ‘artisti forti’ di altre epoche – e fuoriuscendo dalla noia mortale di riferimenti up-to-date, circuiti curatorial-mercantili e frigide manutenzioni dell’esistente -, direi che è ora che di riesumare, rivitalizzare e rimettere al centro il concetto di rilevanza storico-artistica, frutto di ambizione, responsabilità e coraggio: molto importante è il fatto che esistano spiriti con cui confrontarsi e pianificare e studiare (la “fraternità”). Ecco, credo che non ci sia quasi nulla di più prezioso del vivificare la conoscenza con l’umanità; si tratta tutto sommato di capire le cose, e di agire di conseguenza: solo di questo.

Christian Caliandro

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