Designed in Africa

Dal Vitra Design Museum al Guggenheim di Bilbao, e poi il CCCB di Barcellona. La mostra “Making Africa” racconta di un continente creativo e produttivo. Soprattutto nel design. Perché è ora di smetterla di pensare all’Africa in termini di folklore e riciclo. C’è molto altro al di là del Mediterraneo.

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Omar Victor Diop, Mame, dalla serie The Studio of Vanities, 2013 - © Victor Omar Diop, 2014 - courtesy Magnin-A Gallery, Paris

Omar Victor Diop, Mame, dalla serie The Studio of Vanities, 2013 – © Victor Omar Diop, 2014 – courtesy Magnin-A Gallery, Paris

UNA MOSTRA SULL’AFRICA. PER SFATARE QUALCHE MITO
Solo qualche anno fa – era il 2008 – Renzo Martens tratteggiava con il film documentario Episode III – Enjoy Poverty uno degli j’accuse più penetranti ed energici contro l’Occidente postcolonialista. Reo, secondo l’artista olandese, di imporre una visione egemonica nella costruzione dell’identità e delle miserie africane, relegando i diretti interessati a un ruolo di stereotipata comparsa. Uno scenario, questo, che oggi altri interpreti della scena culturale internazionale rileggono in chiave diversa.
È proprio il ribaltamento del punto di vista di Martens quello che la mostra Making Africa – appena chiusa al Vitra Design Museum di Wiel am Rhein e in partenza prima per il Guggenheim di Bilbao, poi per il CCCB di Barcellona e poi ancora in altre sedi – usa come premessa necessaria per spiegare l’effervescenza di una scena artistica e progettuale mai così fertile: i 650mila smartphone disseminati sul territorio africano rappresentano per i curatori Amelie Klein e Okwui Enwezor – direttore, quest’ultimo, della Biennale d’Arte di Venezia 2015 – il primo strumento abilitante per riaffermare una possibilità di espressione finora negata.

QUESTO È DESIGN, NON ARTIGIANATO ETNICO
Che la propulsione in atto nella vita economica e culturale del continente – seppure a macchia di leopardo, intendiamoci – fosse in stato di grande accelerazione se n’erano del resto accorti in molti, complici i dati relativi alla crescita di Pil, infrastrutture e di una classe media oramai dotata di un peso numerico e politico sostanziale.
E il design? Da sempre cartina di tornasole sensibile alle flessioni geopolitiche, la disciplina del progetto con base in Africa appare finalmente in grado di parlare con una voce autonoma, coinvolgendo gli interlocutori occidentali non solo sul piano della riproposizione di un artigianato etnico di maniera, ma anzi sul terreno dell’innovazione linguistica, grazie a una gamma eterogenea di progetti, industriali o vicini all’art design.
Trevyn McGowan, fondatrice con il marito Julian della più importante design gallery africana, la Southern Guild di Cape Town, spiega ad Artribune le ragioni di questa ritrovata centralità: “L’Africa è veramente sul radar globale in questo momento, perché il design esprime un forte ritorno verso una sensibilità legata alla terra, al primordiale. La lingua del design sta privilegiando una narrativa che è in cerca di un approccio più autentico – fatto a mano, limited edition, su misura piuttosto che in serie e senz’anima. L’artigianato è nato in Africa – il luogo dove l’uomo ha realizzato i primi oggetti – e c’è un senso di orgoglio al riguardo”.

Cheick Diallo, Sansa Armchair

Cheick Diallo, Sansa Armchair

QUALCHE NOME DA TENER D’OCCHIO
Ma dove cercare, allora, i protagonisti di questo fermento? Cominciamo dal Mali, dove Cheick Diallo produce sedute in metallo e tessuto che danno vita a forme scultoree sinuose e aeree. Lunghissima la lista dei musei dove i suoi pezzi sono stati esposti, e rilevante anche quella dei suoi distributori, tra cui si annovera anche la trendsetter milanese Rossana Orlandi. Continuiamo quindi con il Sudafrica, l’epicentro del design del continente (ricordiamo che lo scorso anno Cape Town è stata designata World Design Capital, prima nominata tra le capitali dell’Africa). Qui il duo Dokter and Misses disegna mobili dal forte impatto grafico ispirati ai pattern geometrici dei tessuti tradizionali, mentre Gregor Jenkin mette a punto (anche in collaborazione con William Kentridge) soluzioni formali innovative che stravolgono i canoni tipologici di tavoli, armadi, orologi.
In Kenya, il brand Kitengela lavora il vetro soffiato ricavandone un catalogo eterogeneo di complementi e illuminazione in bilico fra tradizione e modernità. Ancora, in Botswana Peter Mabeo coinvolge progettisti internazionali di prim’ordine rivisitando in chiave contemporanea il gusto etnico locale per una produzione destinata quasi esclusivamente all’export.

GLI OCCIDENTALI COME PARTNER
Ed è proprio la capacità di coinvolgimento di partner occidentali che mette in luce un altro indicatore di interesse: in maniera più massiccia che in passato, gli occidentali scelgono l’Africa come terreno per progettare o parlare di progetto, spostando di fatto il baricentro della discussione in un territorio che fino a poco tempo fa era del tutto escluso.
È il caso di Design Indaba, piattaforma per il design sudafricano che affianca alla fiera annuale con cinquecento espositori una conferenza internazionale mai come quest’anno frequentata da un nutrito parterre internazionale, con relativa copertura mediatica. Mentre, sul versante dei consumi sofisticati, fa già parlare di sé l’imminente apertura del concept store Alara a Lagos, progettato nientemeno che dalla star dell’architettura britannica (ma originario del Ghana) David Adjaye.

Giulia Zappa

http://makingafrica.net/

Articolo pubblicato in versione ridotta su Artribune Magazine #25

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