Massimiliano Gioni e la Grande Madre a Milano. L’intervista

Da Olga Frobe-Kapteyn a Virginia Woolf, da Jung a Freud, dalla Grande Madre alla Biennale di Enwezor: il curatore e neo-padre racconta come si sono intessute le trame del percorso più esteso che la Fondazione Trussardi abbia mai realizzato. Una forza auto-generatrice propria del progetto.

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La Grande Madre (Ward) - veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 - photo Marco De Scalzi - Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

La Grande Madre (Ward) – veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 – photo Marco De Scalzi – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

A Palazzo Reale, lungo il primo piano del secondo cortile, si estendono ventinove sale che si districano come pianeti a tratti diacronici, provenienti dalla stessa cosmogonia d’origine. Tra i decori, i manufatti, i tendaggi e le diverse calibrature della luce, che filtrano con diverse intensità, la Grande Madre accoglie nel proprio ventre e infine trasforma il visitatore in un viandante, in un viaggio assunto fra ere, convenzioni e contraddizioni dell’essenza femminile. Una trama che solo le rotondità metalliche di Koons, gli archivi digitali di Yoko Ono, i muscoli danzanti di Giannina Censi, le metonimie di Louise Bourgeois, le sciarade di Pipilotti Rist, le nostalgie dell’Accardi e le logiche di Massimiliano Gioni riescono a esplicare.

Come si è trasformata l’idea, il concetto sotteso a La Grande Madre, da quando hai immaginato la rappresentazione della fonte primaria del nutrimento umano, e dunque possibile collegamento tematico con Expo 2015, a oggi?
Quando si lavora a una mostra – particolarmente una mostra a tema così ampia – uno degli aspetti più belli consiste proprio nel vedere come il soggetto si trasforma, ampia e arricchisce nel corso della ricerca. Così, se all’inizio il collegamento tra maternità e nutrimento era forse il sottotesto più ovvio e più esplicitamente legato al tema di Expo, mano a mano che lavoravamo alla mostra i temi, le suggestioni e le atmosfere si sono intrecciate e complicate in modo spero assai più interessante per gli spettatori, per gli artisti e per le opere d’arte che – inserite in una conversazione più ricca – diventano esse stesse più enigmatiche e complesse.
In parole povere, a poco a poco la mostra è diventata una riflessione sulla maternità come il luogo simbolico nel quale si sono combattute molte lotte tra emancipazione e tradizione nel corso del Novecento. Quindi la mostra si è aperta a raccontare non un’immagine stereotipata della maternità – che è poi un’immagine molto spesso creata dagli uomini per fini e scopi che nulla hanno a che vedere con la maternità – ma a osservare come attraverso la maternità si sono stabilite varie relazioni tra donne e potere nel corso del Novecento. Quindi in un certo senso la mostra è diventata una riflessione su chi ha il diritto di decidere del proprio corpo e dei propri desideri e chi e come li può rappresentare. È diventata una mostra sulla fuga dall’anatomia vista come destino.

La Grande Madre (Lucas, Schütte) - veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 - photo Marco De Scalzi - Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

La Grande Madre (Lucas, Schütte) – veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 – photo Marco De Scalzi – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Quale dichiarazione di poetica vuole esprimere l’apertura del percorso con l’archivio di Olga Frobe-Kapteyn, che dagli Anni Trenta del Novecento ha raccolto per tutta la sua vita migliaia di idoli della maternità preistorica?
Olga Frobe-Kapteyn raccoglierà in vita sua migliaia di immagini, ma il nucleo dedicato alla Grande Madre nel suo archivio consiste di “solo” 350 immagini. La storia di Olga Frobe-Kapteyn mi sembrava esemplare per diverse ragioni. Innanzitutto è un personaggio da Europa visionaria di inizio Novecento, nel quale si mescolano spiritualismo, anarchia, psicologia: un personaggio da romanzo. In secondo luogo è una figura che, come molte donne dell’epoca, si ritrova in una posizione di marginalità: è un’artista e una psicologa dilettante – e forse le donne erano costrette a essere “dilettanti” perché gli uomini dovevano occupare invece i ruoli di protagonisti e professionisti.
In questa posizione laterale, però, Olga Frobe-Kapteyn si ritaglia un ruolo assai influente: fonda ad Ascona il ciclo di conferenze Eranos, al quale partecipano moltissimi intellettuali tra cui Carl Gustav Jung e Gershom Scholem, Herbert Read, Karl Kerenyi e Mircea Eliade. E si imbarca anche nella creazione di un vastissimo archivio di immagini che confluiranno poi all’Istituto Jung di New York e al Warburg Institute di Londra. La sua prima grande ricerca iconografica, che include 350 immagini di divinità materne, viene presentata ad Ascona nel 1938 e nello stesso anno a New York. È da questa raccolta di immagini che lo psicologo junghiano Erich Neumann partirà per scrivere il suo studio intitolato appunto La Grande Madre.
Ecco, mi piace anche che una figura apparentemente marginale in realtà avesse avuto la capacità di influenzare così tante persone, intrecciando le fila di moltissimi progetti di ricerca.

Come, invece, fra i 139 artisti selezionati, gli uomini raccontano la Grande Madre? Quali sentimenti sono posti a confronto?
Il punto di vista maschile nella storia, e nella storia dell’arte, spesso coincide con il punto di vista dei vincitori che hanno prevalso sui vinti. Lo si vede soprattutto nella prima parte della mostra, dedicata alle avanguardie: futuristi, dadaisti e surrealisti faticavano a riconoscere l’importanza e l’apporto delle donne sia come artiste che come intellettuali. E non a caso della maggior parte delle artiste attive in quel periodo si conosce a fatica il nome, le opere sono andate distrutte perché non considerate rilevanti, e spesso le donne che hanno scelto di abbracciare la carriera artistica piuttosto che la famiglia sono state stigmatizzate come eccentriche, pazze, folli, degenerate.
La situazione cambia in tempi più recenti, e l’esempio che mi piace citare perché spero che sia di buon augurio è quello del fotografo Nicholas Nixon, di cui esponiamo per intero la serie The Brown Sisters: quaranta foto scattate alla moglie e alle sue tre sorelle ogni anno per quarant’anni. È un inno alla sorellanza, e il nostro augurio è che in futuro si possa vivere in un mondo dove prevalga lo spirito di convivenza e armonia, piuttosto che la necessità di sopraffare chi è diverso da noi. Nell’arte ma soprattutto nella vita.

La Grande Madre (Harrison, Fritsch) - veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 - photo Marco De Scalzi - Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

La Grande Madre (Harrison, Fritsch) – veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 – photo Marco De Scalzi – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Quale lavoro, quale opera conclude il percorso e quale il motivo di questa scelta?
Nell’ultima stanza si incontrano varie opere che affrontano la perdita e l’assenza della madre. L’immagine simbolo forse è una piccola fotografia di Roland Barthes in braccio a sua madre: come è noto, è dalla perdita della propria madre che Barthes parte per scrivere il suo straordinario libro sulla fotografia Camera chiara, che è un saggio nel quale si mescolano semiotica, retorica dell’immagine e confessione autobiografica. È un libro che rivela l’unione indissolubile tra fotografia e affetto e tra fotografia e memoria, che è uno dei temi che si intreccia al tema più generale della maternità in questa mostra.
In fondo una storia dell’arte del Novecento non può prescindere dall’essere una storia della fotografia come tecnologia della memoria e del ricordo. In un certo senso, La Grande Madre è un grande album di famiglia, colmo di centinaia di storie individuali che apprendiamo passando in rassegna immagini e fotografie: queste storie individuali si intrecciano alla storia corale e sociale, alla storia con la S maiuscola.

Come sta proseguendo il tuo dialogo con il Comune di Milano, che alcuni mesi fa ti auguravi si sarebbe dimostrato fluido? Quali, a tuo modo di vedere, i principali punti di forza e di debolezza del sistema pubblico?
Il dialogo con il Comune di Milano è stato proficuo, intenso, e devo dire che entrambe le parti hanno messo reciprocamente in campo e a disposizione il proprio know how e le proprie capacità. Credo che questo rapporto abbia funzionato per la complementarietà dei soggetti: noi come fondazione privata siamo sicuramente più agili e veloci nell’agire – ormai in tanti anni abbiamo sviluppato una discreta abilità nel realizzare progetti quasi impossibili sulla carta – ma da parte sua il Comune si è dimostrato un interlocutore aperto e sensibile, e con il suo staff ci ha garantito quella solidità che ha poi permesso di portare a termine l’impresa titanica che è stata l’organizzazione e l’allestimento di questa mostra.

La Grande Madre (Szapocznikow, Lassnig, Dumas) - veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 - photo Marco De Scalzi - Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

La Grande Madre (Szapocznikow, Lassnig, Dumas) – veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 – photo Marco De Scalzi – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Qual è stato il ruolo di Beatrice Trussardi nello sviluppo di questo progetto? Il dialogo con lei è stato più intenso rispetto al passato?
L’avventura della Fondazione Trussardi per me è iniziata nel 2003 quando Beatrice Trussardi mi ha chiamato a essere direttore dell’istituzione e insieme abbiamo deciso di trasformare la Fondazione e di inventarci questa idea di museo itinerante, che a ogni mostra sceglie un luogo e uno spazio diverso nel quale invitare gli artisti a mettere in scena le loro opere. Quindi è da più di dieci anni che continua un dialogo serratissimo nella scelta dei luoghi, delle strategie, dell’identità della Fondazione, dei suoi progetti.
Forse in questo caso, visto il tema, era anche naturale che ci fosse un dialogo più stretto con Beatrice Trussardi, che sin dall’inizio, da quando abbiamo iniziato a pensare a un progetto che coincidesse con Expo, ha fortemente voluto che le donne fossero riconosciute in un ruolo centrale in occasione di questo evento.

Proporzionalmente, come si è bilanciato il supporto economico del gruppo bancario coinvolto con quello offerto dalla Famiglia Trussardi e del Comune di Milano? Si potrebbe definire un nuovo modello di gestione delle risorse pubblico-private?
La Fondazione Nicola Trussardi produce tutte le proprie attività attingendo a un budget proprio, che viene annualmente stanziato dal Gruppo Trussardi. Chiaro però che per una mostra di questa portata e dimensioni le nostre sole risorse non sarebbero state sufficienti, e quindi abbiamo organizzato un’attività di fundraising. Devo dire che in BNL Gruppo Paribas, main sponsor dell’esposizione, non abbiamo trovato solo uno sponsor che ha contribuito economicamente alla realizzazione della mostra, ma un ulteriore partner che ha sposato il progetto nella sua essenza più profonda.

La Grande Madre (Bourgeois) - veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 - photo Marco De Scalzi - Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

La Grande Madre (Bourgeois) – veduta della mostra presso Palazzo Reale, Milano 2015 – photo Marco De Scalzi – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Potresti esprimere un pensiero, un augurio che accompagni il pubblico durante la visita de La Grande Madre?
Se è vero che di mamma ce n’è una sola, immagino che ciascuno attraversando la mostra si porterà i ricordi e le immagini della propria maternità. La mostra certo è molto più dura dell’immagine stereotipata della maternità alla quale ci abitua la pubblicità, ma forse proprio questo aspetto lunare e misterioso può aiutare a capire il potere ancora magico del dare la vita.

Al di là del percorso espositivo di Palazzo Reale, quale il tuo giudizio, il tuo parere sulla biennale di Enwezor, che lo stesso Baratta ha letto come la chiusura di una trilogia insieme alla tua edizione e a quella della Curiger?
In un certo senso la mostra di Enwezor è opposta ma complementare alla mia, anche se sono ovviamente molto diverse: la Biennale del 2013 raccontava di mondi personali e immaginari, era una mostra sulle immagini interiori e sullo stupore di vedere e descrivere il mondo in tutta la sua complessità. Enwezor invece vuole raccontare il mondo attraverso la politica e gli attori del suo dramma sono collettivi: la massa, il popolo, la storia.

Ginevra Bria

Milano // fino al 15 novembre 2015
La Grande Madre
a cura di Massimiliano Gioni
Catalogo Skira
PALAZZO REALE
Piazza del Duomo 12
[email protected]
www.fondazionenicolatrussardi.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/46981/la-grande-madre/

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  • >>>kos.scarpa.kos

    >>>la mostra “Matrioske” è del 2004. L’underground a volte arriva per primo…
    A proposito di grande madre – ecco la presentazione della mostra:
    “La mostra è da leggere come un percorso di immagini poste una nell’altra similmente alle bamboline matrioske, serie di oggetti allineati in una prospettiva che trova punti di fuga all’interno, creando un illusorio scorcio rovesciato. Gli oli di Christin rappresentano volti e frammenti di corpi femminili ritratti in pose simmetriche, frontali, costruiti attraverso un uso analitico del dettaglio pittorico. Presenze che il lento procedere della pittura trasforma in mute suggeritrici che invitano lo spettatore ad un incontro di sguardi. E’ lo stesso occhio notturno e inquieto che pare generare le sirene di terra, le grandi madri scheletriche di Scarpa Kos. Alla matrioska dell’icona-volto-donna ne segue una seconda che frantuma l’identità femminile in un teatrino popolato da gotiche creature intente a inscenare pantomime: la grande madre scheletrica contiene una risata dai molti seni, la sirena anfibia cerca di sollevarsi da terra sbattendo le alette atrofizzate. Eppure nei loro sorrisi ironici ritroviamo la dissacrante nudità del quotidiano. Un’altra matrioska è aperta. L’intreccio produce rimandi e assonanze: l’iconografia della dea-madre generatrice ma anche possibile distruttrice di ciò che rimane in suo dominio, la mise en abîme di una matrice visiva.

    Il femminile contenitivo che crea e prevede la pluralità dei generi è svolto matrioska dopo matrioska, collocato in sequenza sulle pareti quasi a voler affermare, nella catena logica delle associazioni, una discendenza matrilineare dell’immagine”.