L’antico tempio di Baal Shamin a Palmira si sbriciola sotto i colpi della dinamite. L’Isis mette in atto la distruzione della cultura pre-islamica: e il mondo resta a guardare

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Il tempio di Baal Shamin di Palmira

Il tempio di Baal Shamin di Palmira

Venti di odio, ignoranza e scelleratezza agitano ancora le sabbie del deserto siriano, tra le antiche colonne di Palmira. Se Khaled Asaad, il capo archeologo dell’antica città romana, non fosse stato decapitato dalle milizie dell’Isis la scorsa settimana, sarebbe morto di dolore nel vedere l’antico tempio di Baal Shamin sbriciolarsi sotto i colpi della dinamite.
Gli attivisti dalla regione sono stati tra i primi a riportare il destino, triste quanto prevedibile, del tempio con quattro colonne corinzie, svettanti sul fronte sino a sabato scorso. Anche se l’Osservatorio siriano per i diritti umani con base in Inghilterra sostiene che l’edificio sia stato distrutto un mese fa.

L'interno del tempio di Baal Shamin a Palmira

L’interno del tempio di Baal Shamin a Palmira

Dedicato ad una delle divinità più prominenti del pantheon dell’antica Siria, il tempio risalente al I secolo d.C. sorgeva a pochi passi dall’anfiteatro romano di Palmira, diventato palcoscenico di pubbliche esecuzioni capitali, da quando lo scorso maggio i soldati dell’autoproclamato Stato Islamico hanno innalzato la bandiera nera sull’antica oasi siriana.
Lo scorso venerdì, il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, aveva bollato l’operato dell’Isis come la più brutale e sistematica distruzione di siti antichi dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Ma ancora una volta, sono solo parole. E i capi di stato si limitano a guardare. Con sdegno, ma sempre di stare a guardare si tratta.  Mentre un uomo di più di ottant’anni è stato lasciato da solo a proteggere, a costo della sua stessa vita, un patrimonio di cui dovrebbe sentirsi responsabile l’umanità tutta.

Marta Pettinau

 

 

 

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  • E’ sconcertante l’inerzia, l’atteggiamento impotente dell’Occidente. Dopo lo scellerato intervento, ovviamente per propri interessi geopolitici, durante la primavera araba nel 2011 che individuava nei governi di allora, senza nessun distinguo, dalla Tunisia alla Libia fino all’Egitto e poi alla Siria i capri espiatori della causa della guerra civile, dando il via ad un appoggio indiscriminato alle opposizioni, senza rendersi conto che le opposizioni erano e sono frantumate per ragioni endemiche in una miriade di fazioni e quindi non in grado di costituire una valida alternativa ai “regimi” di allora. In questo modo si è di fatto spianata la strada all’ Isis, l’unica per forza, organizzazione e numero in grado di sfruttare a proprio vantaggio il caos e l’anarchia che si sono generati con la guerra civile facendosi breccia in quei territori. Il risultato è quella che vediamo sotto i nostri occhi : riversamento per via terra e via mare di un flusso vertiginoso e problematico di rifugiati in Europa e distruzione sistematica di ogni traccia del passato ; dai siti archeologici, tra i quali anche patrimoni dell’ Unesco, ai musei, dai templi fino agli addetti fisici alla conservazione del patrimonio.

  • Angelov

    Un guerra giocata “di sponda”, dove sono più importanti le ripercussioni che suscita del danno reale che provoca: se si utilizzano i mezzi della statistica, in fondo il numero delle vittime è di molto inferiore di quanto avvenga in una guerra tradizionale; per cui sarebbe più lecito definirla una Guerra Culturale, combattuta da un piccolo ma compatto gruppo di combattenti contro un’alleanza disarticolata di Stati, che conflitti interni altrettanto culturali, impediscono di unirsi per sventare questa minaccia, che con il trascorrere del tempo, risulta essere sempre più pressante ed incontenibile.

  • Dennis Grossi

    Ciao Marta, la tua riflessione è profonda e dolente. Mi hai commosso. Povero Khaled al-Asaad…Potrei sbagliarmi ma credo che se si sceglie la guerra come strumento estremo della politica estera per ottenere vantaggi geopolitici, economici ed energetici, la si dovrebbe a maggior ragione intraprendere per difendere esempi di tale e rara bellezza. Il sito di Palmira ha un valore enorme. Nel guazzabuglio che si è creato tra Siria ed Iraq, ad oggi, l’unico intervento che sarebbe in grado di proteggere questo ed altri siti di archeologica bellezza sarebbe appunto un intervento armato. Un intervento dai costi relativi enormi ma forse risibili rispetto al valore assoluto del sito. Il problema è umano. Manchiamo di sensibilità e lungimiranza. Se chiedessi ai miei vicini di casa di rinunciare alla macchina per il corrispettivo di 10 litri di carburante dovendo percorrere alternativamente, ipotizziamo, circa 150 km spostandosi a piedi o in bici o tramite mezzi pubblici, destinando le risorse risparmiate ad un intervento armato orientato alla salvaguardia del sito di Palmira, sono convinto che la stragrande maggioranza di loro se ne fregherebbe di Palmira! Questa a mio avviso è un evidenza. Applicata a grandi numeri, è la causa che spinge i governi a non intervenire. Non sono i crudeli capi di stato i colpevoli, che dissentendo dalla massa, decidono arbitrariamente di non intervenire. La guida di una nazione è proiezione del suo tessuto sociale, umano, culturale, ecc…I capi occidentali non spendono risorse in un intervento militare? Vuol dire che sono la stragrande maggioranza degli occidentali a non considerare prioritaria questa dispendiosa possibilità. Guardiamoci in faccia. C’è gente che farebbe la colletta per garantire alla propria squadra di calcio un terzino sinistro dal piede felpato. A parole ti dicono che Palmira si dovrebbe salvare ma nessuno farebbe anche solo un piccolo sforzo per difendere lo sconosciuto Tempio di Baal Shamin. Che Allah abbia in gloria l’appassionato Khaled al-Asaad.