Carnet d’architecture. Marco Petroni

Nuova puntata della rubrica “Carnet d’architecture” curata da Emilia Giorgi. Questa volta la penna è in mano a Marco Petroni. Che parla di cultura e politica del progetto architettonico. Ma per arrivarci parte da Roberto Bolaño e Arto Lindsay.

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Jerzy Seymour, Extra National Assembly - esterni

Jerzy Seymour, Extra National Assembly – esterni

OUVERTURE: ROBERTO BOLAÑO E ARTO LINDSAY
I detective selvaggi è uno dei romanzi più densi e sofferti di Roberto Bolaño, scrittore cileno scomparso nel 2003. Un’opera letteraria che pone i lettori di fronte a un accumulo di storie, tassonomie, cibi, militanze politiche che ci proiettano nella confusa sofferenza di un mondo in profonda crisi e globalizzato, senza più confini e in preda a continui deragliamenti. Un universo che Roberto Bolaño ha avuto il merito di convertire in una calda vicenda di uomini e donne, le cui sconfitte, i cui sconfinamenti, la cui dispersione e sparizione sotto il rullo compressore della Storia non hanno impedito loro di intraprendere un autentico viaggio esistenziale.
Un movimento che procede per strappi, per abbattimento delle frontiere e che costituisce un meraviglioso grimaldello per entrare, pure, nelle dinamiche della cultura del progetto. Attraverso una raccolta, un collage di indizi è possibile spingersi in territori già esplorati e ancora densi di sviluppi possibili. Colonna sonora di questo esercizio indiziario alla maniera di Bolaño è Invoke, album meticcio di Arto Lindsay del 2002.

Superstudio, Atti Fondamentali

Superstudio, Atti Fondamentali

L’APERTURA DI SUPERSTUDIO
Ad aprire le danze alcune considerazioni su Superstudio, gruppo fiorentino di architetti radicali che alla fine degli Anni Sessanta danno vita a una deflagrante contestazione del sistema del progetto funzionalista, squarciando il senso della semplificazione modernista e aprendo a nuove possibilità la cultura del progetto contemporaneo. Una visione critica del reale stimolata da un’apertura alla complessità, a un livello conoscitivo più avanzato.
Le contraddizioni e i paradossi sociali rappresentano il materiale, le tossine che “si fanno carico di trasformare ‘in bene’ (in possibilità creativa) ciò che fino a ieri era considerato un elemento di disturbo”. La molteplicità dei linguaggi e dei comportamenti apre nuove opportunità e prefigura che un altro mondo è possibile. Slogan che sarà ripreso dai movimenti no global riuniti a Seattle nel 1999.
Sono, in modo particolare, gli Atti Fondamentali del 1971-73 a traghettare l’architettura fuori dai confini che le competono e ad affrontare, utilizzando il video, le molteplici relazioni con la vita, l’educazione, la cerimonia, l’amore e la morte. Superstudio usa gli strumenti dell’ironia e il desiderio di costruire più che edifici, nuovi immaginari, che si alimentano in una zona di frontiera, in un territorio meticcio sospeso tra arte e architettura e pronto a tentare incursioni nel campo della politica, sociologia e filosofia.
Cercavamo di distruggere”, afferma Adolfo Natalini, uno dei fondatori del gruppo, “il sistema esistente per preparare le condizioni per linstaurazione di un nuovo sistema libero dal colonialismo culturale, dalla violenza e dal consumismo. Inseguivamo lutopia di un mondo liberato e di una ‘vita senza oggetti’. Nel 1973 abbiamo ritenuto concluso il nostro compito. Non avevamo vinto la guerra ma solo qualche battaglia”.

Dirty Art Department

Dirty Art Department

IL PROGETTO COME ATTO POLITICO
Proprio come l’alter ego di Bolaño, Arturo Belano, uno dei protagonisti di Detective selvaggi, la spinta antagonista di Superstudio assume quasi i contorni di uno spettro, di un fantasma che si aggira nelle pieghe della cultura del progetto, non tanto per la baldanza soggettiva dei suoi componenti ma per oggettiva ed efficace visionarietà che, non a caso, vede ancora oggi la ripresa dei sistemi di rappresentazione critica del progetto come attività di ricerca e di costruzione di mondi, del loro dilatarsi tra la piccola e la grande scala, del loro utilizzare spesso più linguaggi, e accettare l’indeterminatezza e la continua evoluzione.
Si tratta di una dimensione allargata dello spazio urbano che si muove in un continuo oscillare tra sistemi e strutture più o meno formalizzati, autentiche distopie che aprono a un bisogno di domanda/assenza piuttosto che alla solidità della risposta preconfezionata.
Si muovono in questa zona di ostinata indeterminatezza alcune esperienze contemporanee suggerite da Carl Di Salvo nel saggio Adversarial Design. Una riflessione che non cerca una ricostruzione storica dell’antagonismo nel progetto ma prova a comprendere le qualità sociali e politiche della progettazione, indicando ricerche focalizzate sul concetto di bene comune e sul ruolo del progetto nella formazione di una consapevolezza collettiva.
Il saggio si sviluppa nel tentativo di rispondere a due interrogativi sostanziali: c’è un modo per il progetto di essere politico? Se sì, quali modalità ci sono e come funzionano? Riprendendo alcuni principi espressi dalla politologa belga Chantal Mouffe nel saggio Sul politico. Democrazia e rappresentazione dei conflitti, Di Salvo afferma che il design costituisce un mezzo per generare relazioni antagoniste ritenute essenziali per creare un’esperienza politica.

Dirty Art Diagram

Dirty Art Diagram

UNO STRANO MASTER AD AMSTERDAM
Cambiamo musica con l’EP di Chet Faker, Thinking in Textures, e proviamo ad analizzare un ultimo indiziato, ovvero Jerzy Seymour e il suo Dirty Art Department. Si tratta di un esperimento nato nell’ambito del ripensamento dei contenuti formativi proposti dalla Sandberg University di Amsterdam. Un master vissuto come spazio aperto, come modello di comunità composto da studenti provenienti da ambiti disciplinari variegati come architetti, artisti, economisti, poeti, urbanisti, anarchici o semplicemente menti curiose chiamati a partecipare alla progettazione di uno spazio collettivo inclusivo dove i processi di trasmissione di conoscenza partecipano alla costruzione della “comunità che viene”.
Any Space Is The Place, il claim del Dirty Art Department, sembra proprio agganciarsi a possibilità inespresse che possono aiutare la creazione di contesti collettivi in cui il progetto trova una sua valenza “antagonista”. I ventidue studenti trascorrono due anni tra l’occupazione di spazi dismessi dove immaginare nuove funzioni provvisorie, curare format espositivi transdisciplinari, ma soprattutto organizzare incontri con gli abitanti di zone della città di Amsterdam minacciati da fenomeni di gentrificazione.
La cultura del progetto diviene così strumento politico per l’invenzione e l’indagine di nuove possibilità attraverso un metodo poetico e irrazionale che scavalca la precarietà delle esistenze e la miseria degli obiettivi funzionali. Indizi, tensioni che segnalano come la cultura del progetto debba ritrovare una sua missione di laboratorio in cui provare a sperimentare un senso di comunità minacciato dalla frammentazione e precarizzazione delle esistenze.

Marco Petroni

“Carnet d’architecture” è una rubrica a cura di Emilia Giorgi

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