Padiglione Messico, 56° Biennale d’Arte di Venezia. Città anfibie e miraggi acquatici, tra politica e natura

Un tempo Città del Messico era piena di laghi. Tutti prosciugati in nome dell'urbanizzazione. I due artisti del Padiglione Messico alla Biennale di Venezia hanno messo in dialogo questa storia con l'opposta realtà della Laguna

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Due luoghi lontani e diversi, connessi per mezzo di un elemento sacro: l’acqua. Venezia e Città del Messico si incrociano e si corrispondono, in un balzo geografico e concettuale, fra chilometri di contraddizioni. La chiave è nel progetto “Possessing Nature” degli artisti Tania Candiani e Luis Felipe Ortega, a cura di Karla Jasso, protagonista del Padiglione messicano alla 56° Biennale d’Arte. Due isole anfibie, due terre che con l’orizzonte acquatico hanno stabilito relazioni forti, ma diametralmente opposte. L’una, per sempre legata ad un mare che abbraccia e pervade, è città galleggiante, figlia delle maree, eterna e scenografica creatura flottante; l’altra, un tempo scandita da lagune, ha scelto la via della bonifica, prosciugando con arroganza ogni bacino lacustre per costruire i suoi agglomerati urbani durante il dominio coloniale.

56° Biennale di Venezia - Padiglione Messico - Tania Candiani and Luis Felipe Ortega, Possessing Nature, 2015 - Photo by Andrea Martínez and Luis Felipe Ortega

56° Biennale di Venezia – Padiglione Messico – Tania Candiani and Luis Felipe Ortega, Possessing Nature, 2015 – Photo by Andrea Martínez and Luis Felipe Ortega

Per la prima volta insieme, Candiani e Ortega firmano un’installazione monumentale, che idealmente mette in connessione questi due mondi diversi: di là l’eco dell’acqua, nel nome dell’urbanizzazione, di qua l’acqua come unico riferimento possibile. Al centro dello spazio ai Giardini si erge una possente installazione, un sistema idraulico che convoglia le acque della laguna verso uno specchio digitale, su cui sono proiettate immagini di paesaggio, cartografie, dettagli o vedute aeree. L’acqua sfiora le visioni elettroniche e le modifica, delicatamente, quasi dissolvendole, per poi tornare all’origine, tra i fondali dell’Arsenale, in un circolo continuo e ottuso. Il corpo meccanico, simbolo di una tecnologia invasiva, viene offerto allo sguardo grazie al disvelamento del congegno interno: là dove il potere politico occulta e l’azione dell’uomo viola, questo frammento di natura antropizzata si rivela e si denuncia, accompagnando lo spettatore lungo una struttura plumbea, soverchiante, magica e insieme inquietante.

Helga Marsala

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