Street art come bene comune. Tutela, legalità e restauro

Restaurare i murales deteriorati, imbrattati, cancellati? Dal caso di Banksy a Napoli fino alla scena romana. Riflessioni sul vandalismo, l’incuria e il naturale deterioramento delle opere di strada. Mentre cambia la street art, sempre meno illegale, cambia anche la maniera di prendersene cura…

Print pagePDF pageEmail page

I vandali colpiscono Okurimono, opera di Fin DAC del 2014 - Roma - foto Giorgio Benni

I vandali colpiscono Okurimono, opera di Fin DAC del 2014 – Roma – foto Giorgio Benni

NAPOLI, BANKSY E LA MADONNA CON LA PISTOLA
L’unica testimonianza del passaggio di Banksy in Italia è a Napoli. In origine erano due opere, entrambe ispirate al rapporto tra sacro e profano, con quella cifra dissacrante che ha reso celebre l’artista senza volto di Bristol. Una rivisitazione in chiave consumistica dell’estasi di Santa Teresa, con annesse cibarie da fast food, era in via Benedetto Croce: un writer (dissennato) coprì completamente lo stencil con una grossa tag. L’altra è ancora integra, in buone condizioni, e si trova su un muro in piazza dei Gerolomini, a due passi dal Duomo: anche questo uno stencil, detto la Madonna o l’Angelo “con la pistola”. Accostamento ludico ed estremo, tra iconografia religiosa e simboli malavitosi.

Banksy a Napoli, la Madonna con la pistola

Banksy a Napoli, la Madonna con la pistola

Il Banksy napoletano superstite è ormai meta di continui pellegrinaggi, fra appassionati del genere e semplici curiosi: un’attrazione turistica, che la città vorrebbe giustamente tutelare. È così che l’Osservatorio Internazionale sulla Creatività Urbana, ubicato proprio a Napoli, ha più volte sensibilizzato amministrazioni e opinione pubblica sul destino e l’importanza  del gioiellino street: come proteggerlo da eventuali vandalismi? Come ritardarne il naturale processo di deterioramento? È ipotizzabile un intervento di restauro? Ha risposto nei giorni scorsi il Comune, per voce dell’assessore alle politiche giovanili Alessandra Clemente: “Molti sono i giovani che visitano l’opera di Banksy condividendo i selfie col suo “angelo” sui social ed anche così si fa promozione della nostra città. Prolungare la vita di quell’opera è un dovere di noi amministratori, perché la street art, quando è di tale livello, è un vero e proprio bene comune”.

Roma, il murales contro il femminicidio vandalizzato

Roma, il murales contro il femminicidio vandalizzato

OPERE CONSUMATE, MA ANCHE VANDALIZZATE. UNO SGUARDO SU ROMA
Street art sempre più istituzionalizzata, dunque. Tra progetti di riqualificazione urbana, che affidano agli artisti muri e intere palazzine, e ipotesi di recupero conservativo. Sono lontani i tempi in cui, associando vandali, taggaroli e artisti talentuosi, la lotta contro l’arte di strada procedeva senza scrupoli e senza distinzioni.
Ma sul tema “tutela” si apre una questione di fondo: ha davvero senso contrastare la natura dei murales, nati per esporsi ai rischi dell’ambiente urbano? Ha senso contrastare fenomeni atmosferici e insidie varie, incluse aggressioni o normali stratificazioni? Il decadimento è messo in conto, come pure la sovrapposizione di altre opere, tag o scritte irrispettose. In certi casi un fatto di lotte tra crew (e non mancano le tensioni fra artisti autorizzati e writer indipendenti), in altri semplice maleducazione, invidia, bullismo da marciapiede.

Borondo, Logout Project, opera prodotta da 999gallery, coperta da tag

Borondo, Logout Project, opera prodotta da 999gallery, coperta da tag

Che fare? Restaurare? Sorvegliare? Intervenire? Di bellissimi murales offesi, coperti da sgorbi e devastati per sfregio, ne abbiamo incontrati diversi, a Roma durante i sopralluoghi per la nuova app, progettata da Artribune con Toyota e attesa per fine aprile 2015: dal Batman astratto di 108, a uno degli intensi wall painting dello spagnolo Borondo, passando per una scena  dalla “Divina di Commedia” raccontata da Guy Denning. Esempi random, da una lunga serie di attacchi, alcuni dichiaratamente vandalici, altri riconducibili alle consuete dinamiche tra writer.
Ed esistono, in questo quadro, casi felici in cui l’opera è stata recuperata spontaneamente, grazie al lavoro e all’autofinanziamento di associazioni volontarie o comitati di quartiere (vedi i ritratti cinematografici di Diavù, all’Ex Cinema Impero, o il murale collettivo contro il femminicidio a San Lorenzo). Casi in cui l’opera sviluppa un valore simbolico importante, per la comunità di riferimento e la collettività.
E poi c’è l’azione del tempo, la più implacabile, che per molte opere fa parte de gioco: il tromp l’oeil concettuale del collettivo Sbagliato, prodotto a Roma da 999gallery, è un’affissione sul muro di una palazzina, pensata per consumarsi lentamente. Oggi ridotta a brandelli. Una perdita, che appartiene alla logica di molte opere en plein air.

Lucamaleonte e Hitnes, Catalogo, dettaglio - prima della cancellatura totale

Lucamaleonte e Hitnes, Catalogo, dettaglio – prima della cancellatura totale

CANCELLATURE D’ORDINANZA. QUANDO L’AMMINISTRAZIONE NON VIGILA
Ma se la sparizione naturale resta, per forza di cose, inevitabile, quella causata dall’’indifferenza delle amministrazioni appare particolarmente odiosa. Un esempio su tutti, ancora a Roma, è quello dello splendido “Catalogo” di Lucamaleonte & Hitnes, composizione botanica di grande raffinatezza, prodotta nel 2013 in un sottopasso di Ostiense. E imbiancata poco dopo, durante i lavori di consolidamento e ristrutturazione del ponte ferroviario di via delle Conce. Adesso, in quel punto, c’è uno strato di intonaco grigio, disteso senza scrupoli su un’opera d’arte, per altro autorizzata. La questione della tutela, qui, non lascia dubbi: qualcuno poteva e doveva controllare. Sempre di imbrattatori, in certi casi, si tratta: che sia un pischello armato di bomboletta o l’imbianchino di un cantiere edile.

Il Batman di 108 coperto da tag

Il Batman di 108 coperto da tag

DALL’ILLEGALITÀ ALLA DIMENSIONE SOCIALE
Nel mezzo di una questione che rimane aperta, ci si ritrova dinanzi all’originaria diatriba: street art come pratica illegale – e dunque selvatica, libera, antisistema, resistente al controllo e dunque alla tutela – oppure street art socialmente metabolizzata, tra meccanismi della committenza, rispetto delle regole, pianificazione urbanistica, finanziamenti, produzioni ufficiali. In quest’ultimo caso, restauro, protezione e conservazione diventano ipotesi possibili. Certamente divergenti, rispetto all’identità di un genere politically uncorrect per definizione, ma anche naturali: cambiano i linguaggi e le prospettive, l’immaginario collettivo e la stessa attitudine di legislatori ed amministratori. Cambia la cultura, tout court.

Mr. Klevra a Tor Marancia per Big City Life - progetto di riqualificazione urbana condotto da 999gallery

Mr. Klevra a Tor Marancia per Big City Life – progetto di riqualificazione urbana condotto da 999gallery

E mentre viene meno il senso che fu, ne emergono di nuovi. Il processo di riqualificazione delle molte borgate metropolitane; il lavoro svolto dal basso, tra artisti, cittadini e associazioni; i percorsi educativi con i residenti, per la difesa del patrimonio e la conquista del senso civico; l’azione condotta nell’ambito dell’edilizia popolare e scolastica, delle carceri o degli ospedali; lo sforzo di rivalutare luoghi di confine o di disagio sociale: tutti fattori che disegnano una geografia diversa, mediata dall’azione dell’arte lungo le arterie dello spazio pubblico. La vocazione politica della street art, oggi, passa prevalentemente da qui. Un valore comune, uno spostamento di metodo, un’altra maniera d’essere incisivi. Agendo, oltre l’illegalità, in direzione del cambiamento.

Helga Marsala

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community