Fare promozione ad un evento culturale mediante affissioni. La cosa più normale del mondo in Europa, uno sport estremo da noi. Ecco cosa è successo alla fiera Roma Contemporary

Ogni tanto Roberto Casiraghi e Paola Rampini, direttori della fiera Roma Contemporary che tra pochi giorni prenderà avvio nella capitale, si rammaricano della ancora troppo scarsa attenzione delle gallerie romane nei confronti della rassegna. Ma potrebbe essere, al contrario, che siano loro, gli organizzatori, a non aver bene interpretato la città. Siamo ovviamente nell’ambito del […]

Ogni tanto Roberto Casiraghi e Paola Rampini, direttori della fiera Roma Contemporary che tra pochi giorni prenderà avvio nella capitale, si rammaricano della ancora troppo scarsa attenzione delle gallerie romane nei confronti della rassegna. Ma potrebbe essere, al contrario, che siano loro, gli organizzatori, a non aver bene interpretato la città.
Siamo ovviamente nell’ambito del paradosso. Paradosso che prende avvio da un problema annoso, quello delle affissioni. Già più volte, in passato, abbiamo avuto modo di sottolineare il grosso danno di immagine (e l’enorme ammanco economico) specie nelle aree artisticamente e architettonicamente pregiate che la capitale d’Italia subisce lasciando un comparto strategico come quello della pubblicità esterna nelle mani del crimine (più o meno organizzato) e dell’abusivismo. Il danno ovviamente è un danno che subiscono anche le realtà imprenditoriali serie che provano a farsi pubblicità in maniera regolare. Proprio come hanno fatto quelli di Roma Contemporary i quali, appunto, paradossalmente, non sapendo interpretare la città e convinti di essere in una capitale europea, sono andati all’ufficio affissioni del comune, hanno portato le loro locandine, hanno pagato 10 giorni di affissioni. Dal 15 al 24 maggio. I manifesti sono stati vidimati e affissi dagli addetti comunali il 15. Il 16 erano tutti (tutti!) ricoperti da affissioni abusive di concerti, eventi vari, politici (spesso membri del consiglio comunale stesso!). Tutti ovviamente impuniti (cosa ci vorrebbe, se un concerto o un locale notturno si pubblicizza in questo modo, obbligarlo a chiudere, sequestrargli la licenza?) nell’ambito di una illegalità diffusa e odiosa che fa scappare gli investitori, anche culturali, dalla città.

Il problema ovviamente non è solo per gli organizzatori di Roma Contemporary, ma è significativo come chi organizza eventi culturali che, per definizione, hanno bisogno di promozione e comunicazione, non possa contare su un mezzo efficace come l’affissione esterna, a Roma. “La differenza rispetto a Milano è enorme, ce ne siamo resi conto dovendo promuovere la nostra fiera ad ottobre. A parità di investimento hai molto meno e non hai garanzie oppure, viceversa, per avere gli stessi risultati devi investire molto di più” ci hanno raccontato gli organizzatori di Affordable Art Fair, prevista per l’autunno sempre negli spazi del Macro Mattatoio dopo alcune edizioni svoltesi nel capoluogo lombardo. Alle volte ci si domanda perché i grandi investimenti vanno a finire lontano dal nostro paese e si scomodano i massimi sistemi, quando magari la risposta sta nelle piccole cose. In questo caso, poi, neppure tanto piccole visto che equivale ad un miliardo di euro l’anno il giro d’affari presunto della mafie che –non contrastate o spesso, è terribile dirlo, facilitate dall’amministrazione comunale- sovraintendono al settore di affissioni e cartelloni a Roma.
E quando le affissioni comunali sono poi offerte dal Comune in cambio-merce o sottoforma di sostegno ad una rassegna (“invece di darti tot mila euro di contributo, ti pago questi tot mila in affissioni”), allora è ancora peggio. Perché il Comune truffa sapendo di truffare il proprio partner: offrendo un servizio che non esiste, che non funziona, che nessuno è interessato a far rispettare ed a tenere lontano dall’aggressione degli abusivi. Abusivi che nella stragrande maggioranza dei casi, guarda caso, sono proprio i rappresentanti del Comune e i loro partiti politici.

www.romacontemporary.it

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