Eugenio Viola, Curator at Large al Madre di Napoli, Curator del PICA Perth Institute of Contemporary Arts e ora anche Chief Curator del Mambo a Bogotà, ha ideato per il PAC di Milano una mostra che punta i riflettori sull’arte australiana, in tutta la sua complessità, discutendo il complesso momento storico che stiamo vivendo. Fanno parte del progetto ben trentadue artisti, sia emergenti che affermati, di età e diverse generazioni: un melting pot che ritrova un punto di unione nella visione corale della società.
A partire da Mike Parr (1945), star indiscussa dell’arte contemporanea internazionale, che ha iniziato la sua carriera da autodidatta negli anni ’70 ed è famoso per le sue performance al limite della resistenza fisica e mentale. In occasione del vernissage della mostra, Parr ha realizzato l’azione site-specific Towards A Black Amazonian Square, ispirata al Quadrato Nero (1915) del maestro del suprematismo Kazimir Malevič. L’artista, bendato, cerca, senza riuscirci, di riprodurre l’opera di Malevič: si tratta di una performance che ha ripetuto migliaia di volte, con risultati sempre diversi.

DALLA SCULTURA ALLA VIDEOARTE

Patricia Piccinini partecipa invece con con Kindred (2018) una scultura surreale che è simbolo di una maternità iperrealistica, meravigliosa realizzazione in silicone, fibra di vetro, silicio e capelli. Un parallelismo tra la maternità umana e quella animale, dove la dinamica della protezione materna si ripete, rendendo questi due mondi non più distanti ma interconnessi. Fiona Hall, con l’installazione site-specific Lay Me Down (2018-19) ripercorre i punti bui della nostra storia, evocando il genocidio rappresentandolo con una distesa di bottiglie di vetro e plastica pitturate a mo’ di scheletro, a rappresentare il dominio e l’abominio dell’uomo. È presente in mostra anche Marco Fusinato, artista che rappresenterà l’Australia alla prossima Biennale di Venezia del 2021, con l’installazione dai forti toni politici This Is Not My World (2019).
Tante, in generale, le opere che lasciano il segno: dalle due tele di Vernon Ah Kee, Lynching I e Lynching II, che parlano dell’identità aborigena con una forza comunicativa prorompente, fino ad arrivare a Tony Albert, che con Native (2019) esplora l’eredità del colonialismo e la costruzione della diversità.
Tra i numerosi video, segnaliamo infine Mother Tongue (2017) di Angelica Mesiti: un canto di bambini, immigrati da diverse parti del mondo, accompagna lo spettatore come una nenia, ricordandoci che la musica crea unione nella differenza. Che pur mantenendo la propria identità culturale si può far parte di un progetto universale, un unicum che azzera le differenze e ci fa diventare una cosa sola.

– Francesca Francone Maitreya

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Francesca Francone Maitreya
Francesca Francone Maitreya è architetto dal 2000 e giornalista pubblicista dal 2001. Si è laureata al Politecnico di Milano e ha conseguito nel 2002 un Master in Arte contemporanea, curatela e arti visive all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha esordito come giornalista e conduttrice per Telelombardia, E! Entertainment, Mediolanum Channel. E’ stata inviata a Mediaset e in Rai. Per Discovery Real Time SKY, ha presentato “Tutto in un week-end”, format TV di viaggi, Arte e Architettura (le sue passioni) ed il programma “Il Navigatore” per Radio 24. Attualmente segue nuovi progetti in ambito artistico e musicale, continuando con entusiasmo le sue attività di presentatrice e produttrice.