Mentre il fenomeno NFT assume proporzioni epocali, è bene riflettere sulle origini non recenti dell’arte digitale e ricordarsi l’imprescindibile ruolo giocato dagli artisti, lasciati sempre più ai margini della questione

Nonostante i computer siano entrati nel mondo dell’arte oltre sessant’anni fa, ancora oggi quando si parla di “arte digitale” il discorso finisce sempre per situarsi nel contesto della novità. L’evento è ciclico: non appena una tecnologia cattura l’attenzione dei media, il dibattito parte da zero, rigenerandosi identico a se stesso. Si ragiona di materialità e immaterialità, di unicità e riproducibilità, di manualità e automazione, di vendibilità e non vendibilità come se fossimo nel secolo scorso. Dimenticando decenni di ricerca artistica e teoria dell’arte, oltre a ignorare tutte le forme di mercato che già si applicano da decenni su opere immateriali, mixed media e computer based. L’abbiamo visto succedere con le installazioni interattive negli Anni Ottanta, con la Net Art negli Anni Novanta, in tempi più recenti con l’arte che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale, e quest’anno con la blockchain.
Quando si tratta di mettere insieme arte e tecnologia, il mondo dell’arte dimostra di soffrire di una strana forma di amnesia culturale che impedisce al dibattito di evolversi e lo condanna all’eterna ripetizione. Dopo decenni di fotografia, arte concettuale, performance e videoarte – solo per citare alcune delle forme d’arte che con la loro stessa esistenza hanno messo in crisi il mercato – ci ritroviamo ancora a discutere sulla supposta “copiabilità” di un file digitale. Come se la proprietà di un’opera non fosse da sempre, in ogni caso, legata a un documento legale, di cui l’NFT rappresenta un’evoluzione, con pregi e difetti.

Michael A. Noll, Gaussian Quadratic, 1962 65 © AMN 1965
Michael A. Noll, Gaussian Quadratic, 1962 65 © AMN 1965

LA QUESTIONE NFT

Nel caso dei Non-Fungible Token, uno strumento che fino a pochi anni fa era conosciuto e utilizzato solo da un ristretto gruppo di crypto-entusiasti, intenti a scambiarsi online l’equivalente digitale di figurine rare, l’entrata trionfale nel mondo dell’arte è stata siglata da un numero. Questo numero, ripetuto come un mantra in ogni articolo sulla cosiddetta “crypto-arte” – definizione improvvisata che non identifica uno stile né un movimento – è 69 milioni. Ossia la cifra shock che un collezionista ha pagato a Christie’s per un NFT di Beeple, artista sconosciuto al sistema ma seguito da milioni di persone sui social. La notizia fa il giro del mondo, uscendo su tutti gli organi di stampa, dai quotidiani più blasonati ai blog con pochi lettori. Da quel momento, l’espressione “arte digitale” torna di moda e viene inserita in frasi stereotipate sul supposto futuro dell’arte nei “mondi virtuali” (sic), in mezzo a considerazioni di seconda mano sul tema della riproducibilità, dell’aura e dell’autorialità (con buona pace di Walter Benjamin e Michel Foucault), e a discutibili affermazioni sulla garanzia assoluta che questo strumento offrirebbe ai collezionisti. Per la prima volta nella storia dell’arte, il dibattito è trainato solo ed esclusivamente da considerazioni economiche e legali, con articoli che non fanno altro che mettere in fila numeri, record di vendita e tecnicismi sul funzionamento degli smart contract, accanto alle segnalazioni di un numero sempre crescente di truffe.

ARTISTI FUORI DAL SISTEMA

In mezzo a tutta questa confusione, però, tra memoria corta, malafede e speculazione, c’è un aspetto che emerge prepotente. Se smettiamo per un attimo di guardare solo in superficie, sforzandoci di superare la spessissima coltre dell’hype, vediamo brulicare tante comunità di artisti che sono alla ricerca di modalità di riconoscimento e sostentamento al di fuori del sistema tradizionale. Una nuova generazione di autrici e autori che non si fida del mercato così come l’ha conosciuto (a ragione, viene da dire), e che non si ritrova nei valori che le “vecchie” istituzioni esprimono. Questo legittimo desiderio di autonomia e di disintermediazione; questa prepotente necessità di un’alternativa, mi pare l’unica domanda importante che il mondo crypto pone oggi alla comunità dell’arte. Ed è una domanda che non possiamo e non dobbiamo ignorare.

Nicholas Negroponte con l'Architecture Machine Group , M.I.T., Seek. The Jewish Museum, New York 1970
Nicholas Negroponte con l’Architecture Machine Group , M.I.T., Seek. The Jewish Museum, New York 1970

ARTE E DIGITALE IN 13 DATE

1965 – Michael A. Noll, pioniere della computer art e della computer grafica, ottiene dalla Library of Congress il copyright per Gaussian-Quadratic. È la prima volta che avviene per un’immagine realizzata con il computer.

1970 – Al Jewish Museum di New York apre Software – Information Technology: Its New Meaning for Art, una mostra a cura di Jack Burnham che tematizza la processualità del software e l’importanza dei sistemi informatici per la società del futuro, nonché per l’arte contemporanea.

1985 – Al Centre Georges Pompidou di Parigi apre Les Immatériaux, mostra curata da Jean-François Lyotard e Thierry Chaput sul tema del rapporto tra materiale e immateriale, anche in relazione all’emergere dei nuovi sistemi di telecomunicazione.

1989 – A Karlsruhe, in Germania, viene fondato lo ZKM | Center for Art and Media, uno dei primi musei al mondo interamente dedicati all’arte multimediale e interattiva, oltre che ai rapporti tra arte e scienza.

1996 – La galleria Postmasters di New York, in occasione della mostra Can you digit?, vende opere di artisti digitali su floppy disk.

1998 – Olia Lialina apre Art.Teleportacia, “the First Real Net Art Gallery” con la mostra “Miniatures of Heroic Period”.

2001 – Steve Sacks fonda a New York la Bitforms Gallery, una galleria privata che vende solo opere digitali, software based, net art e new media art.

2002 – Il museo Guggenheim di New York acquisisce net.flag di Mark Napier e Unfolding Object di John Simon. Sono le prime opere di Net Art comprate da un museo.

2011 – L’artista Rafaël Rozendaal mette a punto un contratto standard per la vendita di siti web d’artista. Il contratto è tuttora in uso in numerose gallerie.

2012 – L’artista Carlo Zanni lancia il progetto P€OPLE ¥rom MAR$, un servizio su invito che permette di acquistare opere video, new media art, sound art e software based art in edizioni limitate e illimitate.

2013 – La casa d’aste Phillips organizza Paddles ON!, un’asta di successo in collaborazione con Tumblr interamente dedicata ad artisti che usano le tecnologie digitali.

2013 – Viene fondata la Transfer Gallery a Brooklyn. La galleria vende quasi esclusivamente file digitali, tra cui software, videogiochi e gif animate, mettendo a punto specifici contratti.

2015 – Harm van den Dorpel e Paloma Rodríguez Carrington fondano la left gallery, che vende online file digitali in vari formati usando sia carte di credito che valuta crypto.

Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #63

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020).