Le tecnologie di comunicazione hanno da sempre affascinato gli artisti. Dalle teorizzazioni futuriste sull’uso creativo della radio alle performance satellitari degli Anni Settanta e Ottanta. Questo è il primo di una serie di focus che aiutano a capire in che modo Internet venga usato (e abusato) dagli artisti contemporanei.

Quando le macchine sono accese e le tue dita sono sulla tastiera, tu sei connesso con uno spazio che è al di là dello schermo. E questo spazio esiste solo quando le macchine funzionano. È un nuovo mondo in cui puoi entrare. Non riguarda le cose, riguarda le connessioni”. Robert Adrian X, artista canadese pioniere nell’uso artistico delle reti, riassumeva così, con una definizione di rara efficacia, i temi fondamentali che caratterizzano l’incontro fra l’arte e il mondo delle telecomunicazioni. L’attenzione si sposta dall’oggetto al processo, portando gli artisti a sperimentare in modo trasversale e collaborativo, sfruttando al massimo le possibilità di comunicazione a distanza offerte da telefoni, fax, sistemi satellitari e reti telematiche.

FUTURADIO E SEVENTIES

Anche se si possono individuare esperienze che precorrono di alcuni decenni l’arte telematica vera e propria – pensiamo all’uso della radio da parte dei futuristi, alle teorizzazioni di Bertolt Brecht ma anche alla serie Telephone Pictures di László Moholy-Nagy e alle sperimentazioni della Mail Art – è a partire dagli Anni Settanta che l’utilizzo dei mezzi di comunicazione prende piede tra gli artisti, con opere e mostre oggi considerate caposaldi del genere. A partire dalle performance di Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz come Satellite Arts Project (1977), in cui due gruppi di ballerini danzavano insieme sullo stesso schermo nonostante si trovassero a decine di migliaia di chilometri di distanza, oppure Hole in Space, un happening che fece incontrare sullo stesso marciapiede, grazie a uno schermo e a una connessione satellitare, cittadini di New York e Los Angeles, aprendo letteralmente “un buco” nello spazio-tempo.

Robert Adrian X, The World In 24 Hours, 1982. Photo credit Sepp Schaffler
Robert Adrian X, The World In 24 Hours, 1982. Photo credit Sepp Schaffler

… E POI ARRIVA INTERNET

Negli Anni Ottanta molti altri artisti, come il già citato Robert Adrian X e Roy Ascott, si impegnarono in una ricerca approfondita e articolata del nuovo ambiente interconnesso, con progetti come The World In 24 Hours (1982) e Le Plissure du Texte (1983), che indagavano precocemente l’idea di ipertesto e mettevano in discussione la divisione tra autore e spettatore, incoraggiando la partecipazione e l’interazione.
L’arrivo di Internet, e in particolar modo del World Wide Web, ha successivamente stimolato la nascita di una corrente artistica in grado di accogliere l’eredità di queste pionieristiche sperimentazioni e convogliarle in un movimento d’avanguardia. Parliamo della Net Art, sorta alla metà degli Anni Novanta e caratterizzata da un approccio radicale e intelligentemente critico nei confronti delle nuove tecnologie e dei loro effetti sulle persone e sulla società.

DECOSTRUIRE LA TECNOLOGIA

La promessa di un mezzo di comunicazione più democratico e partecipativo, capace di stimolare la nascita di un’arte collaborativa, immateriale e libera da intermediari istituzionali, è al centro delle opere e delle discussioni di artisti come Vuk Ćosić, Alexei Shulgin, Heath Bunting, Jodi.org, Olia Lialina, 0100101110101101.org ed etoy, solo per citarne alcuni.
Nei loro progetti, che presero la forma di software, browser, siti web, performance e installazioni, il dispositivo tecnologico non smette mai di essere decostruito, smontato, usato in maniera imprevista, nel tentativo di tenere in vita una cultura digitale alternativa rispetto a quella dettata dalle grandi corporation, sempre più aggressiva e omologante. Un approccio, questo, che la Net Art ha ereditato dalle avanguardie storiche e che non ha mancato di estendere e rinnovare, lasciando alle nuove generazioni un bagaglio vastissimo di progetti e riflessioni che si rivela oggi, in un momento storico in cui la tecnologia è pericolosamente pervasiva e ogni giorno più opaca, di grandissimo valore. Un valore artistico e culturale, ma anche e soprattutto etico.

Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #52

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.