Marco Donnarumma è un artista italiano attivo a livello internazionale. Le sue opere intrecciano da sempre arte e tecnologia, muovendosi nell’ambito della New Media Art a 360 gradi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso e di offrire qualche consiglio ai giovani artisti che vogliano seguire la sua strada.

Marco Donnarumma (Napoli, 1984) è un artista, performer, regista teatrale, studioso e compositore, attualmente residente a Berlino. La sua ricerca mescola performance, suono e biotecnologia, ragionando criticamente sui limiti del corpo e sulle ibridazioni possibili, con l’obiettivo di scardinare preconcetti, stereotipi e sovrastrutture di potere presenti tanto sui corpi quanto sulle tecnologie. Le sue opere entrano in dialogo con lo spettatore lasciando un impatto fisico ed emotivo in grado di smuovere coscienze e riflessioni. Ha esposto e si è esibito in musei, festival, teatri e istituzioni culturali di tutto il mondo.

INTERVISTA A MARCO DONNARUMMA

L’arte, in un rapporto collaborativo con scienza e tecnologia, non può limitarsi allo sfruttamento di tali discipline: siamo in un periodo storico in cui è necessario produrre una nuova coscienza riguardo a ciò che definiamo come progresso. Quali responsabilità dovrebbe assumersi una forma d’arte che sceglie di indagare questi temi?
La responsabilità penso sia quella di affrontare la relazione arte-scienza-tecnologia da un punto di vista critico e con uno spirito atto ad affrontare sia i benefici quanto le implicazioni della tecnologia e di alcune narrative scientifiche sulla cultura e la società. Penso sia palese, oggi più che mai, come lo sviluppo tecnologico sia sempre più utilizzato come mezzo di sfruttamento centralizzato: un pugno di multinazionali monitora persone, abitudini, desideri ed estrae dati per rendere la macchina capitalistica continuamente più produttiva. Questa macchina, allo stesso tempo, per mantenersi produttiva deve sfruttare sempre più le popolazioni vulnerabili e le loro risorse. È un processo pericoloso e distruttivo dal punto di vista ambientale, sociale e individuale.

In che modo un artista può reagire a questa situazione?
La responsabilità artistica è affrontare queste problematiche senza scrupoli, con linguaggi sempre nuovi, sperimentali, volti alla creazione di conoscenza diversa che mina il sistema corrente di knowledge production e i modi in cui è stato imposto. Credo che questa sia sempre stata una responsabilità degli artisti che lavorano con la tecnologia e che ora, nel 2021, sia diventata una questione ancora più urgente e necessaria. Ai miei occhi, questa è un’epoca storica in cui chi si rifiuta di affrontare queste responsabilità diventa partecipe delle pratiche di sfruttamento.

Sei di origini napoletane, ma lavori principalmente in contesti internazionali. Come vedi il rapporto dell’Italia con la New Media Art? Pensi che oggi un artista italiano emergente debba necessariamente andare all’estero per avere delle possibilità di crescita in questo campo?
Vivendo all’estero dal 2007, conosco solo a grandi linee la scena italiana. Quello che conosco è un panorama artisticamente ricco di individui, gruppi e reti che è cresciuto da una storia importante di Media Art in Italia e continua ancora adesso localmente e all’estero. Ad esempio, un’esperienza formativa importante per me a livello artistico, lavorativo e umano è stata lavorare con il gruppo dietro al Live Performers Meeting quindici anni fa, in quanto, fra altre cose, mi permise di conoscere presto realtà internazionali e di stabilire relazioni con loro. Un’altra faccia della medaglia della scena in Italia riguarda le entità – educative, culturali e artistiche – che supportano e disseminano la Media Art.

Che cosa intendi?
Queste entità sono numerose, ma quello che noto è quanto sia difficile per molte di loro, in particolare quelle che supportano pratiche sperimentali, creare piani a lungo termine che possano avere un impatto durevole sul panorama culturale italiano. Purtroppo, penso che la mancanza di tutela e incentivi per le entità educative, culturali e artistiche sia inevitabile, data la triste e stagnante politica italiana da decenni a oggi, e questo mi rattrista. Non è un caso che molti artisti italiani attivi e riconosciuti nella scena della Media Art mondiale vivano all’estero.

Humane Methods [℧R] di Fronte Vacuo live a Kontejner. Photo Damir Zizic
Humane Methods [℧R] di Fronte Vacuo live a Kontejner. Photo Damir Zizic

NEW MEDIA ART E ARTISTI EMERGENTI

Nei progetti di New Media Art ‒ soprattutto quelli più complessi come il tuo Amygdala ‒ è fondamentale la collaborazione con altre istituzioni, team e centri di ricerca. Come dovrebbero muoversi gli artisti emergenti?
Purtroppo sembra che la collaborazione interpersonale e interdisciplinare come metodologia artistica non sia più tanto in voga, dato che la società – e l’educazione – neoliberista che domina in Europa e nei Paesi industrializzati anglofoni ha radicalizzato il pensiero pubblico verso il mito dell’individualità. Vedo che per molti artisti – emergenti e non – rimane pressante il dovere coltivare una forte personalità conforme ai mezzi di (mis)comunicazione social di oggi. Si può diventare virali su Instagram come artista singolo e con lavori che catturano subito gli sguardi che scorrono le timeline, ma creare arte che rimane nei libri di storia, beh quello è un altro paio di maniche.

Cosa consiglieresti, quindi?
Il mio consiglio è sempre: capire quali sono le abilità e conoscenze che gioverebbero a un dato progetto; imparare quello che interessa di più; trovare altre persone che condividono una visione simile, ma apportano al progetto un set di capacità diverse e importanti; sviluppare idee e crescere insieme. Una cosa fondamentale che non viene insegnata è che l’artista indipendente deve essere il manager di sé stessa/o. Quindi è importante sviluppare una conoscenza di come funziona la scena in cui si vuole lavorare, quali sono i fondi pubblici che possono essere utili a un dato progetto e come ottenerli, quali entità – centri di ricerca, scienziate/i, altri artiste/i – possono essere strette alleate e fare rete.

Anche tu cerchi la collaborazione con altri artisti?
Coltivare una pratica artistica fondata su sperimentazione, partecipazione, ascolto e condivisione è indispensabile per poter immaginare nuovi modi di vivere insieme e allenarsi a viverli, mentre la civilizzazione come la conosciamo corre verso il baratro. Questa è stata, ad esempio, la motivazione che, nel 2019, ha spinto me, Margherita Pevere (bioartista) e Andrea Familari (artista multimediale) ad affiancare ai nostri rispettivi percorsi artistici individuali in un percorso collettivo, il nostro artist group Fronte Vacuo.

Qual è oggi il rapporto tra New Media Art e sistema dell’arte?
Pressoché inesistente. La Media Art nacque come pratica inquisitiva rispetto alla tecnologia e, come tale, la disciplina è stata – circa fino alla fine degli Anni Novanta – ostica e non appetibile per il mercato dell’arte e i collezionisti, e viceversa. Lentamente, negli ultimi 15/20 anni, il ruolo dello sviluppo tecnologico è diventato sempre più autoritario nel definire come viene percepita la Media Art sia da parte degli artisti che della società.

Spiegati meglio.
L’invenzione delle Creative Industries – la nozione che le discipline artistiche abbiano un valore di incentivazione del progresso tecnologico ed economico che va estratto – è stato il colpo finale. Tutto questo ha smussato gli angoli critici della Media Art fino a renderli quasi invisibili e, di conseguenza, ha contribuito a rendere la disciplina un po’ più appetibile per il mercato dell’arte. Oggi alcune opere di Media Art sono vendute e acquisite da gallerie e musei, in maggioranza opere di sound art e di video o digital art, che sono quelle che più si prestano al tipico formato venduto sul mercato (cioè oggetti), ed esistono numerosi lavori interessanti fra questi. Purtroppo però rimangono eccezioni.

Marco Donnarumma, Amygdala. Installation view at Baltan Laboratories, Eindhoven. Photo dell'artista
Marco Donnarumma, Amygdala. Installation view at Baltan Laboratories, Eindhoven. Photo dell’artista

ARTISTI E MERCATO

È possibile per un artista lavorare senza il sostegno del mercato? E come?
È importante che i giovani artisti siano consapevoli di queste dinamiche storiche presto nella loro carriera, così da poter fare scelte meditate. Di artisti che lavorano criticamente nella Media Art senza essere interessati a vendere ce ne sono tanti e penso che siano proprio loro che stanno scolpendo la cultura a lungo termine. Se può confortare, la mia carriera (come quelle di molti altri artisti della mia generazione) prova che il mercato dell’arte non è necessario per delineare un percorso solido e crearsi una vita basata (anche economicamente) sulla ricerca e la pratica artistica.
I miei lavori sono esposti in musei, messi in scena in teatri statali, invitati a festival e presentati in centri culturali in tutto il mondo. Penso che quello che conta sia, prima di tutto, la solidità e la coerenza di una data visione artistica e poi tanta, tanta perseveranza. Naturalmente anche il contesto di vita è rilevante; c’è chi ha la possibilità di lavorare in vista di una carriera artistica e chi – per condizioni economiche, familiari, fisiche – per farlo deve affrontare molte più difficoltà. E qui ritorniamo al bisogno di strutture che incentivino, coltivino e supportino i giovani.

Quali sono le istituzioni migliori (magari anche sostenibili, attraverso borse di studio) per formarsi come new media artist?
Non saprei dire quali siano le migliori in assoluto, ma indico qui una lista delle istituzioni dove insegnano colleghe e colleghi che stimo molto: Media Arts Cultures program; Kunsthochschule für Medien Köln; Media Art and Design alla Bauhaus-Universität Weimar; Creative Computing Institute dell’UAL, Londra; Media, Art and Performance Studies alla Utrecht University; Master di ArtScience alla Royal Academy of Art a The Hague.
Un’altra cosa da non sottovalutare per la formazione sono le internship con artisti internazionali, in particolare quelle ottenibili attraverso programmi di scholarship come l’Erasmus. Sono opportunità ottime perché permettono di lavorare a stretto contatto con artisti, e molte includono finanziamenti economici per gli studenti.

LA CARRIERA DI MARCO DONNARUMMA

Adesso facciamo un tuffo nel passato, sei tu il giovane new media artist emergente. Com’è stato il tuo percorso, quali soddisfazioni e quali difficoltà hai incontrato?
Tante le soddisfazioni e tante le difficoltà, ma non rinnego mai la decisione che presi di dedicarmi all’arte. Sono nato a Napoli, ma cresciuto in periferia sud di Milano, il cosiddetto hinterland, in casermoni austeri creati da Ligresti negli Anni Ottanta, uno dei tanti progetti di speculazione edilizia del tempo. Ora il paese è stato migliorato molto sia a livello strutturale che sociale, grazie soprattutto al lavoro degli abitanti stessi, e non c’è paragone con quegli anni. Ma all’epoca era il tipico paese creato asfaltando campi, “ideato” in seguito alle grandi immigrazioni, e lasciato a sé stesso senza infrastrutture. Uno di quei posti che a tanti, come me, ispirava solo disagio e la voglia di andare via. La particolare estetica di quel posto – palazzi grigi, risaie, cemento grigio e tramonti rossi – è rimasta sempre con me. Dico questo perché la mia grande prima soddisfazione fu riuscire a lasciare quel posto, poi Milano e poi l’Italia, attraverso il mio lavoro artistico e con il supporto della mia famiglia, con i mezzi finanziari che c’erano a disposizione.

Un’altra soddisfazione?
Un’altra soddisfazione, per il me stesso giovane artista, fu raggiungere l’autonomia economica lavorando come artista indipendente; può sembrare banale, ma la carriera da artista indipendente – senza gallerie, senza essere residente in un teatro, senza un’istituzione fissa –, oltre a essere emozionante e ricca, è anche dura e complessa, un costante ottovolante di alti e bassi. Anche quando si arriva a un livello di stabilità finanziaria e “di mercato”, se sei indipendente gli alti e bassi sono sempre lì.

Quanto è stata importante la decisione di restare sempre indipendente per lo sviluppo della tua ricerca?
Il fatto di poter rimanere indipendente – e qui intendo indipendente anche dai trend e dai cicli di hype – è, in sé, un’altra soddisfazione perché, oltre alla libertà di creazione, si ha la possibilità di estendere la propria pratica in direzioni periferiche, verso temi che non vengono affrontati spesso nell’arena socio-culturale perché troppo abietti, oscuri, o non facilmente categorizzabili. Essere indipendenti non vuol dire non collaborare, anzi, significa avere molta flessibilità nelle modalità di collaborazione, con altri artisti, con centri di ricerca e istituzioni.

Humane Methods [ΔNFANG] di Fronte Vacuo live a Romaeuropa Festival. Photo Giada Spera
Humane Methods [ΔNFANG] di Fronte Vacuo live a Romaeuropa Festival. Photo Giada Spera

ARTE E TECNOLOGIA DOPO L’EMERGENZA

Come vedi nel futuro post pandemico l’evoluzione della relazione tra arte, scienza e tecnologia?
La pandemia ha reso chiaro che il potere statale (almeno in Europa e nei Paesi anglofoni) vede la cultura come un piccolo tassello della propria macchina economica, e quindi la tratta come tale. Cosi ci troviamo dopo un anno di pandemia con quasi nessun cambiamento rispetto all’inizio: chiusure quasi totali di musei e teatri, aiuti ridicoli agli artisti, e nessun piano per la crisi economica che seguirà. Questo mi fa rabbia. Non solo perché tantissimi artisti, come me, non possono condurre il proprio lavoro da più di un anno; ma anche perché, mentre un piccolo numero di artisti si può mantenere con risparmi, insegnamento, o piccoli fondi, moltissimi non ce la stanno facendo. Stiamo assistendo a una lenta erosione del tessuto connettivo della società e le conseguenze peggiori, se la situazione non cambia, arriveranno post pandemia, quando l’urgenza sarà passata e si tornerà al “business as usual”, senza preoccuparsi di ciò che è stato distrutto.

Un aspetto positivo lo possiamo individuare?
Vedo un interesse crescente verso aree di ricerca artistica che, partendo dalla relazione arte, scienza e tecnologia, esplorano pratiche di “caring”: cosa vuol dire prendersi cura l’uno dell’altro senza limitarsi agli essere umani, ma aprendosi al pianeta di cui facciamo parte insieme a tantissime altre creature viventi? Quali sono le responsabilità e le questioni etiche da indagare per poter affrontare quest’epoca di grave distruzione e violenza ai danni di qualsiasi cosa vivente e non, e soprattutto a danno delle entità più vulnerabili? Environmental art, hybrid live art, bioart e biotecnologia sono discipline che penso, con il dovuto approccio critico e transdisciplinare, avranno molto da dire su questo nei prossimi anni.

‒ Christian Nirvana D’Amato

https://marcodonnarumma.com

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Christian Nirvana Damato
Christian Nirvana Damato (Foggia, 1994) è un Visual Artist la cui ricerca si focalizza sul rapporto uomo/tecnologia/media. Le implicazioni di questo rapporto si mescolano a livello teorico in maniera interdisciplinare: i suoi interessi spaziano tra neurobiologia, neuroestetica, visual and media studies, filosofia, culture digitali e nuove tecnologie. Attualmente studia al corso specialistico di Arti Visive e Studi Curatoriali alla Naba di Milano.