Il gallerista Juan Garcia Mosqueda respinto alla frontiera. E Chamber a NY inaugura senza di lui

Argentino, ma da 10 anni a New York è stato trattenuto all’aeroporto e respinto. La galleria Chamber da lui fondata inaugurerà senza il suo titolare, che nel frattempo ha scritto una lettera che sta facendo il giro del web.

Juan Garcia Mosqueda
Juan Garcia Mosqueda

Primi effetti del trumpismo? O solo una ritorsione un po’ kafkiana di un sistema interessato a respingere più che a includere? A fare le spese delle politiche non sempre prevedibili del sistema di immigrazione americano è stato il gallerista Juan Garcia Mosqueda, argentino di origine benché residente da oltre dieci anni nella Grande Mela. Di ritorno da un breve soggiorno nel suo paese natale lo scorso 24 febbraio, gli è toccato in sorte quello che mai avrebbe potuto immaginare: bloccato alla frontiera dell’aeroporto pur in possesso di un regolare permesso di soggiorno, è stato trattenuto per 36 ore, posto sotto interrogatorio e giuramento e infine respinto e rispedito in Argentina. A nulla sono valse le sue richieste di potersi mettere in contatto con un avvocato e i suoi appelli – Garcia Mosqueda ha studiato negli Stati Uniti, qui ha lavorato (con Murray Moss e Paola Antonelli), comprato casa e aperto una sua galleria dedicata al design da collezione, Chamber.

LA LETTERA DI MOSQUEDA

Come ha dichiarato in una lettera intitolata “The Visible Wall” che già sta facendo il giro della rete, il trattamento riservato dalla polizia di frontiera è stato “inumano e degradante”, avendolo privato non solo di un diritto che gli era dovuto, quello di entrare in un paese dove era da tempo un residente legale, ma anche del cibo, dell’accesso al suo telefono e ai suoi beni personali, e persino ad un po’ di privacy quando Garcia Mosqueda ha richiesto di andare in bagno. “Queste 36 ore da incubo non sono altro che la chiara prova del fatto che il sistema dell’immigrazione negli Stati Uniti è profondamente fallace e che viene portato avanti da un’amministrazione che è più interessata a espellere le persone che ad accoglierle”, ha dichiarato“[A Chamber] portiamo avanti la bandiera di New York in ogni fiera e per ogni progetto che intraprendiamo. Ci auto-pubblichiamo libri che sono stampati negli Stati Uniti. E, senza neanche doverlo ripetere, paghiamo molte tasse federali e statali che danno linfa al sistema americano.”

L’OPENING SENZA DI LUI

A partire dal 2014, anno in cui Chamber è stata fondata a West Chelsea proprio sotto la sopraelevata della High Line, Juan Garcia Mosqueda ha promosso un design di ricerca presentando il lavoro di designer americani e internazionali e commissionando progetti a talenti di nicchia, in un format che si vuole a metà strada tra la galleria e il negozio di tendenza. Il prossimo 2 marzo una nuova mostra dal titolo “Domestic Appeal” verrà inaugurata senza di lui: il suo invito, quello di partecipare anche in sua vece e godersi un bicchiere di vino. Sperando che l’equivoco sia presto chiarito e che tutta la vicenda non si riveli, a dispetto delle dichiarazioni dello stesso presidente Trump a favore di un’immigrazione che sceglie il merito come criterio selettivo, un amaro presagio di politiche e tempi più oscuri.

– Giulia Zappa

http://chambernyc.com/collections/collection_3

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Giulia Zappa
Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a cavallo tra comunicazione e prodotto. Ha insegnato Comunicazione Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma. È consulente per programmi internazionali di design per lo sviluppo. Giornalista pubblicista, per Artribune è responsabile editoriale delle pagine dedicate al design.