A Londra lo studio della mitica architetta Zaha Hadid riapre come spazio culturale. Il reportage
A dieci anni dalla scomparsa dell’architetta anglo-irachena riapre la sede al numero 10 di Bowling Green Lane, che per oltre 30 anni ha ospitato lo studio della progettista
Nata nel 2013 su impulso della stessa architetta, con l’obiettivo di valorizzare il suo immenso archivio – oltre 300mila materiali tra disegni, dipinti, modelli, taccuini, oggetti e abiti – e promuovere la cultura architettonica contemporanea, la Zaha Hadid Foundation (ZHF) ha sviluppato negli anni mostre, programmi pubblici e iniziative a sostegno dell’educazione e delle nuove generazioni. La riapertura della sede londinese, prevista per il prossimo 3 novembre dopo un intervento di restauro, offre all’istituzione nuove possibilità per mettere in dialogo la poliedrica opera della progettista anglo-irachena con le idee e le pratiche emergenti nel panorama creativo contemporaneo. “Oggi inizia una nuova fase di ricerca e di interazione con il pubblico per un archivio di cui non abbiamo ancora esplorato appieno il potenziale”, ha dichiarato in conferenza stampa Rana Hadid, nipote dell’architetta e a capo della ZHF. “Zaha non ha mai accettato i limiti di ciò che si riteneva possibile. Il nostro compito è ora fare in modo che le possibilità da lei aperte rimangano accessibili anche agli altri. Penso che a Zaha questo sarebbe piaciuto”.
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A Londra Studio KA ha restaurato la storica sede dello studio fondato da Zaha Hadid
Una missione che trova nella sede della Fondazione, un edificio scolastico di epoca vittoriana che per oltre 30 anni ha ospitato lo studio di Zaha Hadid, il suo luogo d’elezione. “È tra queste mura che Zaha ha dato forma a molti dei suoi capolavori, dove le sue idee sono state disegnate, discusse, scartate e reinventate”, ha ricordato con profonda commozione Rana Hadid. Affidato a Katherine Nolan e Alex Butterworth di Studio KA, il progetto ha ricercato un delicato equilibrio tra conservazione e trasformazione, con l’obiettivo di restituire leggibilità alle diverse fasi della vita dell’edificio e, al tempo stesso, adattarlo alla sua nuova funzione pubblica. Alcuni elementi originari, come il camino e due grandi aperture ad arco, sono stati recuperati; altri dettagli, introdotti negli anni in cui l’edificio ha ospitato lo studio di Hadid, sono stati preservati come testimonianze di quella stagione: dalle maniglie delle porte dall’inconfondibile profilo a Z agli inserti a scheggia nel parquet a spina di pesce.
Nei rinnovati spazi della Zaha Hadid Foundation
Al contempo, la riconfigurazione degli ambienti risponde alle esigenze di un programma flessibile, capace di accogliere le diverse attività della Fondazione. La sala da pranzo originaria ospita oggi il foyer d’ingresso, con reception (ancora in allestimento), un’area espositiva dedicata alla collezione e un bookshop pop-up a cura dell’Architectural Association (AA). Attorno a questo spazio si articolano due gallerie espositive, un tempo adibite ad aule, una sala conferenze e un ambiente dedicato allo studio e alla ricerca. Misura e attenzione al dettaglio caratterizzano anche l’intervento sugli esterni in mattoni, dove accenti di azzurro, ispirati ai dipinti dell’architetta, scandiscono il passaggio da Bowling Green Lane agli spazi della Fondazione. La tonalità pastello ricorre in una serie di elementi: dal cancello su strada al pluviale nel cortile, dal profilo della trave in facciata fino al grande portone d’ingresso in legno. “Zaha” ha ricordato Rana Hadid “è sempre stata affascinata dal fatto che questo edificio fosse originariamente una scuola. C’è qualcosa di meravigliosamente appropriato in questo: nonostante i suoi successi, lei non ha mai smesso di esplorare, mettersi in discussione e imparare. Oggi questo edificio diventa un luogo dove altri potranno fare lo stesso”.

Le mostre e gli eventi del programma inaugurale della nuova ZHF
Anticipata il 30 e il 31 ottobre dal simposio 89° of Zaha Hadid, organizzato dalla ZHF insieme all’AA e alla Serpentine, la riapertura al pubblico è nel segno del dialogo tra architettura e discipline affini, elemento centrale nella ricerca della vincitrice del Pritzker Prize 2004. Nella Gallery 1, la mostra Zaha Hadid: Architecture of Performance, esplora il rapporto dell’architetta con le arti performative attraverso un percorso di 25 anni, ricostruito dalle curatrici Catherine Howe e Libby Sellers a partire da cinque progetti. Si parte da d1 (1989), collaborazione con la coreografa Rosemary Butcher, in cui i disegni astratti di Hadid si traducono in una pavimentazione che diventa una partitura per il movimento. Segue il Music Video Pavilion (1990) per il Groninger Museum, tra le prime strutture realizzate dall’architetta. A cavallo del millennio, la ricerca sulle superfici fluide e le possibilità offerte dalle tecnologie digitali trovano espressione negli allestimenti per il balletto Metapolis di Frédéric Flamand (1999) e per il Nightlife World Tour dei Pet Shop Boys (1999-2000), dove un’animazione digitale tridimensionale del progetto per il MAXXI viene integrata nelle proiezioni sceniche. Chiude il percorso lo stage per Così fan tutte (2014), realizzato all’interno della Walt Disney Concert Hall di Frank O. Gehry, in cui le geometrie fluide della fase più matura della ricerca di Hadid si incontrano con i costumi trasformabili di Hussein Chalayan. Cinque esperienze che testimoniano un continuo scambio tra architettura e performance, in cui ciascuna disciplina alimenta e influenza l’altra.

Anche due nuove commissioni per la ZHF
Accanto alla mostra, la riapertura della Fondazione è accompagnata da due nuove commissioni che interpretano l’eredità di Hadid attraverso linguaggi e prospettive differenti. “Il contributo straordinario di Zaha all’architettura non deve soltanto essere preservato, ma continuare a rappresentare una fonte di scoperta, ispirazione e nuove idee”, ha dichiarato Aric Chen, direttore della ZHF. È in questa prospettiva che si collocano i due lavori presentati nei nuovi spazi. Nella Gallery 2, The Rebar Beneath (2026) di LionHeart prende le mosse dall’archivio dell’architetta per rielaborarne le logiche spaziali attraverso un’opera video a due canali che intreccia immagini, poesia, performance e installazione. Nel foyer, l’illustratrice Mona Chalabi, vincitrice del Pulitzer, firma invece The Completely Exhausting Inexhaustibility of Zaha Hadid (2026), una cronologia illustrata che ripercorre la vita e il lavoro di Hadid, restituendo l’ampiezza di una produzione che ha attraversato architettura, design, moda e altri ambiti creativi. L’opera è proiettata su un supporto tessile ispirato a un abito di Issey Miyake appartenuto all’archistar.
In attesa di visitare la sede londinese, il nuovo sito web, realizzato da Made by ON, permette di entrare virtualmente nel mondo di Zaha Hadid: una piattaforma da cui esplorare la collezione del suo archivio, approfondire il suo lavoro e lasciarsi ispirare dalla sua inesauribile ricerca.
Marta Atzeni
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