Depavimentare la città. Storia, limiti, equivoci e potenzialità del tormentone depaving 

Il depaving, che fastidio! Nata quasi vent’anni fa negli USA, in Italia questa pratica appare priva della sua spinta originaria. Perché, come afferma l’architetto Gabriele Mulè: “non contempla la rinuncia all'auto, all'indiscriminato espansionismo urbano, non risolve il dilemma di come intervenire radicalmente sulle città”

Questa lunga estate calda del climate change urbano sembra nascere sotto il segno del depaving. Rimuovere, cioè, le superfici impermeabili dalle nostre città, di asfalto e cemento, per farne spazi alberati e drenanti. Pratica radicale, disobbediente e critica, nata a Portland, Oregon, nel 2008, quando un gruppo di attivisti, con fare luddista, cominciò a svellere strade e parcheggi, inutilmente sovradimensionati, e a piantare alberi. Quest’agire semplice, americano fino al midollo come una sferzata di Pollock, non servì solo a mitigare l’effetto delle piogge rovinose e del calore, ma innescò un altro processo: parchi, giardini e viali alberati piacevano. Piacevano più delle sterili pavimentazioni, erano accoglienti e non respingenti, ed erano vicino casa. La comunità riscoprì un bisogno dimenticato, più importante dell’auto: quello della socialità, della prossimità e continuità di parchi curati, di città fatte per durare e far vivere bene. Longeve, resilienti ed essenziali, come alcuni alberi. Ne nacque un senso di liberazione: la terra, la città e la comunità tornavano a respirare, insieme. E la pratica si diffuse.

Depaving, lost in translation

Oggi, arrivato in Europa da un pezzo, con meno di vent’anni alle spalle, il depaving dovrebbe avere quell’aria insolente e di sfida di chi prende a calci la realtà, e poi si vedrà. Ma nel viaggiare oltreoceano, qualcosa è andato, quantomeno, lost in translation. È successo al guerrilla gardening, è successo al NIMBY (l’atteggiamento di chi si oppone alla costruzione di opere pubbliche o private utili alla collettività, ma potenzialmente impattanti, quando queste vengono collocate vicino alla propria abitazione), ed è successo al depaving, il cui portato critico si è annacquato nelle forme di un disarmante appeasement. Dal centro alla periferia non c’è piazza o strada che si salvi dalla proposta di fitte forestazioni a istantaneo accrescimento. Il depaving viene proposto come panacea dei problemi ambientali, climatici, rigenerativi, frontiera del fast-green sposata dalla politica che strizza l’occhio al green-washing. Si toglie l’asfalto ma si scalfisce solo la superficie del problema, perché il depaving ha perso il suo spirito di contestazione e le sue logiche conseguenze: quella di rivendicare spazi come rinuncia e di imporre il verde come critica strutturale dell’attuale paradigma di città.

Adattarsi non significa cambiare: i limiti del depaving all’italiana

Certo, terra, alberi e cespugli mitigano di alcuni gradi l’impatto del calore, drenano le piogge, contribuiscono alla nostra qualità della vita. Ma il depaving all’italiana che ci viene servito non è la chiave di un nuovo modello di città e di insediamento: non sottrae superfici urbanizzate, non contrae la quintessenza del vivere umano per restituire spazi alla natura. Piuttosto modifica spazi urbani (che restano urbani) per recuperare condizioni confortevoli al nostro quieto, inalterato vivere. Il depaving all’italiana non si accompagna a nessun passo indietro, a nessun sacrificio. Non mette sul piatto la rinuncia all’auto, all’espansionismo urbano orizzontale a macchia d’olio, non ci pone davanti al dilemma di come intervenire radicalmente sulle città, non pungola la nostra svogliatezza. Si accomoda nella nostra comfort-zone e mantiene lo status quo, puntellando il protrarsi dell’attuale modello di vita e di città, che è e sarà in aperta crisi. È una tattica adattativa, non di reale cambiamento.

Depaving e aree verdi. Photo Vadim Babenko
Depaving e aree verdi. Photo Vadim Babenko

Il depaving e l’equivoco della rinaturalizzazione

Il depaving all’italiana cavalca anche un equivoco: quello della rinaturalizzazione degli spazi. Ma cosa intendiamo? La natura che ammettiamo nelle nostre città è selezionata, progettata, contenuta: ad esempio perché non generi conflitto con i valori storici delle nostre architetture, o con il nostro organismo così sensibile ai pollini. E infatti siamo pronti a lamentarcene non appena la “natura” interferisce con la dimensione umana, o si fa così naturale da ospitare specie selvatiche (volpi, cinghiali, ma anche insetti) che non siamo disposti a tollerare sotto casa. Ecco, è una natura, in un aggettivo, urbana: utile ai nostri bisogni.

Da Parma a Genova, la vera sfida del verde urbano

Ancora, gli esempi italiani più virtuosi applicano il depaving e la vegetazione conseguente come fatto episodico nel tessuto urbano, non come pianificazione organica e strategica. La sfida non è smantellare piazze in pieno centro storico e piantarvi 122 alberi (avverrà a Piazzale Borri, a Parma), come non lo è introdurre, timidamente, il depaving nel piano regolatore generale (di Genova): non possono essere presentati come esperimenti coraggiosi, né come svolte storiche. La sfida è più ambiziosa, ed è quella di usare davvero il verde come infrastruttura urbana, anche nei nostri centri storici, al pari di strade, acquedotti e illuminazione. Verde pensato come rete di relazioni e rapporti, nel segno di un uso senza ipocrisie: è uno strumento, più utile di altri, a rispondere ai nostri bisogni. C’è urgenza di mettere a punto una pianificazione nuova e diversa, che sviluppi l’idea della green infrastructure urbana, non più ostaggio dei metri quadrati di verde per ogni abitante, ma che parli di qualità e connessioni: non mera estensione, ma il modo in cui alberi e cespugli possano diventare principi insediativi pianificati per ricostruire la città e la nostra società.

Non solo depaving ma un progetto più ampio per contrastare il climate change

Un recente articolo lamentava come non ci si soffermi più sulle panchine dei parchi e dei giardini: e questo la dice lunga sulla ferita che siamo chiamati a sarcire, con qualità progettuale e presidio dei nostri spazi vegetali. Non possiamo fermarci a reclamare strade come corridoi verdi per le auto e piazze come isole di frescura per i condomini. Ed al netto dei correttivi che vanno applicati per integrare le piante come strutture nelle nostre città, non dobbiamo cadere nell’equivoco che questo sia integrazione totale della natura. Quel che è peggio, l’approccio trionfalistico al depaving rischia di farsi alibi per la peggiore politica del fare melina contro il climate change, del temporeggiamento, del compromesso sporco: poco sforzo, nessuna vera rinuncia, nessuna vera leadership su scelte che non riguardano noi. Riguardano i nostri figli, i nostri nipoti, e l’albero sotto al quale potrebbero, o non potrebbero, ricordare con chi lo hanno piantato.

Gabriele Mulè

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Gabriele Mulè

Gabriele Mulè

Gabriele Mulè è architetto, studioso di storia del giardino e del paesaggio, con un penchant per i viaggiatori britannici del Grand Tour. Si divide tra libera professione ed attività di ricerca, ha partecipato come relatore a diverse conferenze (tra queste:…

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