Con gli architetti Lucia Celle, Elisabetta Zanasi Gabrielli e Roberto Di Giulio, Carlo Terpolilli è uno dei soci fondatori di Ipostudio, affermata realtà fiorentina che opera nei campi dell’architettura civile e della progettazione urbana. Lo abbiamo incontrato dopo il recente conferimento del premio In/Architettura 2020 al Museo degli Innocenti di Firenze.

Dal 1984 Ipostudio riunisce un gruppo di lavoro fiorentino nato dalla voglia di alcuni giovani architetti che, non riconoscendosi in nessuna delle correnti che animavano il mondo dell’architettura di quegli anni, hanno deciso di riportare la professione alla realtà del quotidiano. Abbiamo intervistato Carlo Terpolilli, uno dei soci fondatori, che ritiene, oggi come allora, vi sia bisogno di un ritorno all’essenziale della questione architettonica: cosa vuol dire ce lo ha spiegato con una serie di risposte sincere, e a volte pungenti, dalle quali emergono lo spirito e l’approccio di uno studio che da oltre 35 anni porta avanti progetti tra ricerca pura e grandi opere civili in Italia e all’estero.

INTERVISTA A CARLO TERPOLILLI – IPOSTUDIO ARCHITETTI

Da oltre un anno molti architetti stanno proponendo soluzioni, più o meno fantasiose, all’emergenza sanitaria. Da dove dovremo ripartire?
In questo ultimo anno abbiamo aperto le nostre case al mondo: ci arriva qualsiasi merce con un semplice click e abbiamo mostrato i nostri luoghi privati attraverso le videochiamate. La casa come luogo della privacy è ormai una contraddizione in termini: è divenuta il luogo del diurno, della vita, del lavoro. Ecco una riflessione collettiva che andrebbe fatta: bisogna puntare l’attenzione sulla “casa”. Ma chi dice “casa”, dice cosa?

Voi come state affrontando questo tema?
Attraverso lo scambio di idee e il confronto con un gruppo di giovani architetti fiorentini. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di massa critica. Al contrario di una visione romantica e individualistica dell’architettura (le archistar hanno questo difetto psicologico: l’ipertrofia narcisistica!), dobbiamo essere in molti a occuparci di queste questioni. Io vengo dall’esperienza universitaria degli Anni Settanta, dove il tema del confronto e della lotta politica erano preponderanti nei nostri obiettivi, a volte anche eccessivamente. Tuttavia vedo che le generazioni dei decenni successivi non hanno sperimentato un vissuto come il nostro: l’appartenere a una massa critica che si muove nella stessa direzione.

Nell’ultimo decennio si sono diffuse nuove filosofie e approcci collaborativi nel mondo dell’architettura, soprattutto tra i giovani. Quello che manca, forse, è la consapevolezza di avere in mano degli strumenti con i quali è possibile cambiare il futuro.
Ora prevale l’individualismo. Basta vedere la precarietà con la quale i giovani sono costretti a lavorare per riuscire a campare. Questo mi addolora molto. La massa critica invece è la capacità di stare assieme e puntare a degli obiettivi, collettivamente. Noi, all’epoca, ci siamo chiamati Ipostudio perché volevamo ritornare al quotidiano, all’essenziale della nostra professione.

Cosa intende per essenziale?
Quando nel 1983 decidemmo di aprire uno studio, facemmo lunghissime discussioni su che nome darci: venne fuori questo strano nome, proprio per la nostra mancanza di riferimenti ideologici. Non avevamo ideologie granitiche come chi proponeva posizioni radicali con una super architettura che arrivava a negare l’architettura stessa, un monumento continuo artificiale che solcava la superficie di tutto il mondo. Noi ci immergevamo in una realtà che si basava sulle occasioni che nascevano nel quotidiano, facendo di necessità virtù. La nostra era una bassa tensione ideologica che non si riconosceva neanche nella grande tendenza dell’architettura disegnata di quelli che si definivano metafisici e che ritornava ai volumi puri per raccontare una città scevra di drammi e conflitti quotidiani. Quando cominciammo, ci accorgemmo di non appartenere né all’una né all’altra corrente. Così decidemmo di ripartire dall’essenziale della professione, cioè anche dallo scegliere le piastrelle del bagno con la signora nostra cliente.

Ipostudio, National Museum, Vestbanen, Oslo
Ipostudio, National Museum, Vestbanen, Oslo

L’UTILITÀ DELL’ARCHITETTURA

Ritornando al tema della casa, il dubbio è che chi non ha una formazione architettonica non senta la reale esigenza di un cambiamento. In qualche modo, si riuscirà ad adattarsi a quello che si ha.
Sì, ci si adatta. Il tema dell’adattamento è intrinseco alla questione umana: noi ci siamo adattati nei secoli alle condizioni del tempo, ma abbiamo anche prodotto dei desideri, una voglia di cambiare la nostra condizione, di aspirare a qualcosa di diverso. Il ruolo della cultura architettonica è quello di dare forma all’immaginazione, ai desiderata della gente; il compito è quello di discutere, porre questioni, provocare. La cultura architettonica si fonda sul porre questioni.

Qual è dunque il ruolo dell’architetto di oggi in una società in costante crisi, sia essa sanitaria, economica o sociale?
È fondare le nuove strutture sull’essenziale, tornare al senso profondo delle cose mantenendo un linguaggio essenziale. Non è un problema di minimalismo, possiamo liberamente pescare forme dal repertorio che ci offre la tradizione, ma dobbiamo essere consapevoli che il progetto risponda a tutti gli aspetti funzionali, economici e sociali e introduca anche linguaggio, estetica, riflessioni. Lo sforzo della cultura architettonica è questo: rassicurare che si può fare “architettura bella” senza semplicemente ridurre tutto a questioni di sicurezza o di organizzazione funzionale. Non possiamo più permetterci di sprecare risorse solo per fare un gesto architettonico: il gesto lo si fa nelle performance artistiche. Io sono un architetto, devo dare utilità. Tutta questa ipertrofia estetica che vedo in giro mi fa pensare che ci si deve impegnare ancora molto nella questione dell’essenzialità: l’unica qualità che può far sopravvivere un’architettura nel tempo.

Ma non crede che il rapporto con il tempo non sia solo una condizione esclusiva degli architetti? In fondo in molti ambiti, a partire dalla politica, non si ha più una visione di lungo periodo, si rincorre l’emergenza del momento.
Questo è un pensiero figlio dei tempi attuali, in molti ambiti. Io sono orgoglioso del nostro progetto per il nuovo ingresso dell’Ospedale Careggi, a Firenze: sono dieci anni che è lì, l’hanno trasformato, hanno messo nuove funzioni, ma sta ancora lì, con tutta la sua potenza.

Il tema delle Residenza Sanitarie Assistenziali è purtroppo diventato centrale anche nel dibattito pubblico in quest’ultimo anno. Uno dei vostri progetti più pubblicati è proprio una RSA, quella di Poggibonsi. Come avete affrontato quel progetto?
Tutto è nato da una ricerca su queste strutture assistenziali, risalente agli Anni Novanta, che sfociò in una vera e propria guida alla progettazione. Fino ad allora, le RSA si chiamavano ospizi: erano camerate, luoghi di desolazione, dove venivano abbandonati, più che affidati, gli anziani ospiti. Il nostro primo pensiero è stato che queste strutture dovevano essere principalmente delle case: si doveva introdurre il concetto di domestico in una comunità allargata. Vi doveva essere una parte pubblica, aperta alla città, agli incontri, alle visite; una parte collettiva dedicata alla comunità che viveva in questa struttura; e poi la parte privata, la propria stanza, il luogo personale. L’idea di una gradazione, di un passaggio tra ambienti che garantiscono più o meno privacy, un uso dello spazio tipico della cultura italiana.

Ipostudio, Biblioteca Reale, Copenhagen
Ipostudio, Biblioteca Reale, Copenhagen

I PROSSIMI PROGETTI DI IPOSTUDIO ARCHITETTI

Vi siete occupati quasi esclusivamente di architetture civili. Su cosa state lavorando in questo periodo?
A Malta stiamo costruendo una grande struttura in acciaio che ingloba parte dei bastioni storici e all’interno ospiterà un museo d’arte contemporanea. Abbiamo in ballo i progetti di una scuola elementare ad Albinia e dell’ospedale di Lugano. Continuiamo poi anche a fare ricerca, ora concentrandoci su abitazioni temporanee in situazioni emergenziali. Abbiamo avuto anche uno “strano incarico” dal Comune di Grosseto: ci hanno chiamato, come consulenti, per dare coerenza ad alcuni loro progetti. Mi sembra un comportamento raro quello di un’amministrazione che decide di chiamare architetti esterni affinché revisionino i propri progetti. E la cosa mi diverte!

Molti dei vostri progetti sono concorsi che avete vinto negli anni.
Facciamo molti concorsi, quasi solo concorsi, e faremo una pubblicazione sulle nostre architetture mai nate. Un lavoro di raccolta di progetti per concorsi fatti e non vinti che ci sta dando l’occasione anche di ripercorrere la nostra storia, riportando alla memoria quante cose belle abbiamo fatto in questi decenni, anche se non hanno poi avuto l’esito che speravamo.

E il futuro di Ipostudio?
Spero che Ipostudio viva anche dopo di noi, che venga messo in mano alle nuove generazioni e che possa proseguire questa ricerca di contenuti e di linguaggio. Ipostudio non sono io, non è nessuno dei soci fondatori: è un approccio all’architettura che mi auguro possa continuare nella sua ricerca dell’essenziale.

Marco De Donno & Derin Canturk

www.ipostudio.it

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Marco De Donno & Derin Canturk
Marco De Donno e Derin Canturk sono due giovani professionisti con base a Milano, ma originari rispettivamente di Gallipoli e Istanbul. Entrambi studiano Architettura al Politecnico di Milano, ma ben presto seguono carriere diverse, sempre in continuo scambio tra loro: Marco comincia a lavorare nel mondo della comunicazione collaborando con Triennale Milano, Giancarlo De Carlo Associati e Mario Cucinella Architects; Derin lavora come freelance designer realizzando allestimenti e arredi artigianali, e scrivendo reportage per alcune riviste turche. Entrambi condividono la passione per il Mediterraneo e la cultura multiforme dei popoli che lo abitano.