L’isolamento post isolamento. L’esperienza di The Possibility of an Island

Castellina in Chianti, a cavallo tra giugno e luglio, ha ospitato “Possibility of an Island”, la AA Visiting School che ha proposto una condizione di isolamento post isolamento causato dal Covid19. Ecco com’è andata.

In questo raro momento di insicurezza e di sospensione temporale, alcuni collettivi di architettura italiana contemporanea — (ab)Normal, CAPTCHA, Forgotten Architecture, Fosbury Architecture, Parasite 2.0, PLSTCT e Space Caviar — si sono ritrovati a The Possibility of an Island, il workshop organizzato da Sofia Pia Belenky, Margherita Marri e Luigi Savio. Con le forze e le energie immagazzinate durante il lockdown, gli architetti, insieme ad un gruppo di giovani partecipanti internazionali, hanno portato a termine questo workshop con l’obiettivo di produrre quattro progetti le cui caratteristiche spaziano dalla disciplina architettonica a quella artistica, nei suoi aspetti concettuali e performativi: Fuzzy Architecture #2 di Parasite 2.0; Hungry Ghosts di (ab)Normal CAPTCHA e Space Caviar; Micro Nation di Fosbury Architecture e The House is on Fire di PLSTCT. Attraverso l’utilizzo di nuovi tools, pratiche e rituali, ogni team ha prodotto un lavoro destinato ad esaurirsi e a scomparire una volta concluse le due settimane di scuola. Fondamentale è stata infatti la fase di documentazione e l’utilizzo di media di comunicazione quali i film e la fotografia per restituire l’esperienza condotta nel Chianti. Insieme hanno valutato la possibilità di immaginare un’isola. Un’isola che non deve necessariamente essere circondata dalle acque per essere tale: un’isola come luogo per sperimentare nuove forme di pratica. Emersa per la prima volta da un periodo di isolamento, lontananza sociale e quarantena – l’isola è stata un luogo d’incontro e di produzione. A comporla le tre case dove si dormiva, un tavolo dove ci si incontrava a pranzo e a cena, dove si banchettava con gli ospiti che transitavano, tra cui Joseph Grima (Space Caviar), Gian Piero Frassinelli (Superstudio), Elettra Fiumi (Radical Landscapes, Gruppo 9999 revival), Ippolito Pestellini Laparelli (2050.plus), Azzurra Muzzonigro (Waiting Posthuman Studio), Andrea Gessner (Nottetempo), Cult of Magic (Giada Vailati e Francesco Sacco) e Alessandro Cane. Di seguito una ricognizione delle esperienze dei quattro team di lavoro.

– Bianca Felicori

https://www.aaschool.ac.uk/

 

1. FUZZY ARCHITECTURE #2 – PARASITE 2.0 CON LENARD GILLER, DAVIDE GUALCO, PIETRO LORA

Fuzzy Architecture #2 Crediti Pier Carlo Quecchia (DSL Studio)

Il progetto guarda criticamente ai processi di appropriazione da parte della cultura mainstream di quelle pratiche progettuali legate al mondo dell’attivismo politico. Fuzzy Architecture #2 parte dal libro di Hakim Bey T.A.Z., in cui l’autore definisce l’importanza della costruzione di Zone Temporaneamente Autonome che, per loro stessa definizione, sono destinate ad essere temporanee e, quindi, destinate a raggiungere un fine dalla loro nascita. Secondo Bey, questa metodologia permetterebbe di evitare l’assorbimento da parte della cultura mainstream, garantendo così un maggiore potere espressivo e una migliore possibilità di costruire nuove riflessioni e proiezioni libere dalle strutture abituali. Fuzzy Architecture #2 trova nell’azione performativa il suo principale mezzo di comunicazione. La serie di interventi gioca con la temporalità dell’azione da pochi secondi a diverse ore. Tutti i momenti di apparizione diventano performance pianificate, demolendo così tutte le regole ordinarie. Progressivamente, tutti i partecipanti si sono goduti il Taz. L’ultimo evento è stato concepito come l’occasione per costruire un momento corallino e collettivo destinato a scomparire e chiudere l’intera esperienza.

2. HUNGRY GHOSTS – (AB)NORMAL, CAPTCHA E SPACE CAVIAR CON DASHA CHEREMISINA, DIMITRA LOUANA MARLANTI, ALJOSCHA TSCHAIDSE

Hungry Ghosts Crediti Pier Carlo Quecchia (DSL Studio)

Durante l’Hungry Ghosts Festival in Cina, un paesaggio di oggetti in scala 1:1 riproduce fittiziamente aspetti della vita reale in un rito propiziatorio collettivo. Partendo da questo concetto i partecipanti hanno realizzato un oggetto di carta, unisola, da gettare nelle fiamme. Il fuoco qui invece di assumere il canonico significato occidentale di distruzione ritorna al suo senso primitivo di rito e contemplazione. Lisola è stata una scatola piena dei ricordi di una vita: un biglietto della lotteria, una lettera d’amore e un quadro, lhabitat di tutte le specie vegetali respinte. Nellisola tutti i sistemi e i dispositivi di sorveglianza divengono oggetti di liberazione. Per ogni isola è stato sviluppato un catalogo. Quali oggetti producono un paesaggio sull’isola capace di raccontare la storia del suo ambiente o il tipo di società che vorresti formare? Cosa c’è di prezioso in questo archivio? Elementi architettonici, abiti, suoni, odori, oggetti, sapori? Come inizia questa collezione a rivelare un particolare ambiente e condizioni architettoniche? Questi cataloghi hanno riunito strumenti, ricordi, oggetti, flora e fauna per descrivere le loro isole. Tutti gli oggetti descritti erano forme esistenti, ma attraverso la loro contestualizzazione e la didascalia ne hanno messo in discussione il significato e l’uso originale una volta trovati sulle isole. Da questa raccolta ogni partecipante ha scelto un oggetto da costruire come replica cartacea in scala 1:1 e 1:5. Poi hanno rilasciato i loro oggetti come offerte alle isole del nostro design. Dal Chianti hanno dato fuoco a questi oggetti di carta.

3. MICRONATION – ON N’ÉCHAPPE PAS À LA MACHINE – FOSBURY ARCHITECTURE CON DARIO BRUNI, GUGLIELMO GIOMI, LUCILE UDA

Micronation Crediti Pier Carlo Quecchia (DSL Studio)

Il progetto è una esplorazione delle conseguenze di una ritirata tattica dalla società come strumento per confrontarsi con l’impatto dei cambiamenti sociali imposti dalla pandemia globale in corso, alla luce delle norme sul confinamento imposte dallo Stato italiano negli ultimi tre mesi. Ragionando sulla possibilità di una comunità affrancata da restrizioni e misure di sorveglianza sociale, ed ispirati dalle esperienze quasi leggendarie delle micronazioni autoproclamatesi indipendenti, Fosbury Architecture ha prodotto un’installazione ambientale che celebra, attraverso una performance collettiva, l’atto di appropriazione del paesaggio come un rituale di fondazione. L’insieme dei simboli di questo nuovissimo organismo politico parla di un rinnovato insieme di valori basati sull’inclusività, dove lo scambio culturale è la moneta, e il dono sostituisce le transazioni. Il disegno del territorio in scala 1:1 di questa nuova entità, tracciato con del gesso bianco in una radura soleggiata circondata da boschi, è diventato l’occasione per mettere in discussione la nozione di confine, sottesa a qualsiasi idea di sovranità. Trasformando i bordi in traiettorie e mettendone in scena la dissoluzione, l’azione collettiva ha interpretato la liberazione da strutture sociali obsolete.

4. THE HOUSE IS ON FIRE (CERIMONIA RELOADED) – PLSTCT CON GABRIELE LICCIARDI, LOGAN PAINE, ROBERTO ROMEO, DANIEL SWAROVSKI

The House is on Fire Crediti Pier Carlo Quecchia (DSL Studio)

Premessa 1: “La nostra casa è ancora in fiamme“. Greta Thunberg ha cercato di mettere in discussione il nostro sistema binario interno/esterno riferendosi alla natura come casa collettiva. Come se potessimo definire la natura come qualcosa di limitato, definito o posseduto. La nozione ingannevole di Antropocene descrive l’uomo come un padrone di casa malvagio che sfrutta le risorse naturali. Ma la realtà è più complessa di così. La maggior parte degli esseri umani sono “sfruttati essi stessi”.
Premessa 2: I recenti eventi su scala globale hanno sottolineato il ruolo dell’architettura come tecnologia di incubazione. La convinzione subliminale che i nostri interni domestici possano rappresentare la forma definitiva di protezione da un mondo esterno sempre più minaccioso ha guadagnato terreno. Durante la pandemia globale di Covid, la digitalizzazione della nostra esperienza domestica ha raggiunto il suo apice. La nostra routine quotidiana è completamente incanalata in reti di produzione di massa che collegano le nostre funzioni corporee (interne) a territori sacrificali (altrove).
Risultato. Come negli Anni Sessanta, la condizione occidentale è a un punto di svolta. Abbiamo bisogno di una nuova architettura utopica per immaginare nuovi modi di vivere utilizzando la tecnologia esistente a vantaggio delle persone. Non abbiamo più bisogno di un’architettura fisica, ma di un’architettura indefinita. Una tecnologia vivente che si fonde con le creature viventi. Un ibrido tra macchina e organismo, una creatura della realtà sociale e una creatura della finzione – che collega sia i popoli tra loro che le persone con l’ambiente. Il tessuto verde è il mezzo con cui l’uomo addomestica le tecnologie dei dati. Per prenderne il controllo. Per dare finalmente forma ai propri desideri, agli spazi, ai contenuti grafici. Simboleggia le infinite possibilità di nuovi ambienti domestici da plasmare.

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Bianca Felicori
Bianca Felicori è architetto junior e studentessa del corso di Laurea Magistrale in Architettura e Disegno Urbano presso il Politecnico di Milano. Inizia il suo percorso nella redazione di Domus insieme all’ex direttore Nicola Di Battista, correlatore della sua tesi di laurea triennale “L’occhio dell’arte in Domus” dedicata al rapporto tra la disciplina artistica e quella architettonica, con il contributo di Mimmo Paladino. Dopo l’esperienza all’interno della redazione, partecipa attivamente agli eventi dedicati all’architettura in Italia - Salone Internazionale del Mobile e Biennale di Venezia. Nata a Bologna e residente a Milano, è oggi redattrice di Artribune e si occupa di architettura e arti visive.