Un gruppo di architetti e designer sta curando un progetto di ricerca indipendente, aperto e permeabile focalizzato sugli scenari urbani mediterranei. I tetti della Città Vecchia di Taranto hanno accolto la più recente iniziativa di ricerca del team. In questa intervista, premesse e obiettivi di un percorso interdisciplinare e in evoluzione.

Mentre il Governo italiano è alla disperata ricerca di soluzioni in grado di arginare la crisi del più importante polo siderurgico europeo, proviamo a sgomberare il racconto sulla città di Taranto da una narrazione esclusivamente di tipo industriale. I tetti di Palazzo Lojucco, nel cuore della Città Vecchia di Taranto, hanno recentemente ospitato due giorni di letture, conversazioni aperte, performance sonore e installazioni spaziali. Un’occasione di confronto e scambio, ritmata dai contributi di professionisti attivi nei campi dell’urbanistica, della filosofia, dell’architettura, dell’arte contemporanea. Ripercorriamo questa esperienza ascoltando la voce dei promotori del progetto.

La vostra piattaforma sperimentale e multidisciplinare si chiama Post Disaster. È un nome audace, che rimanda alla dimensione del trauma. Chi siete? Su quale base teorica si fonda il vostro lavoro?
Siamo in quatto ‒ due architetti, Grazia Mappa e Gabriele Leo, e due designer, Gabriella Mastrangelo e Peppe Frisino ‒ sparsi fra Taranto, Matera e Milano. Ci unisce l’idea che l’architettura e il design debbano valicare i limiti disciplinari e diventare ‒ o tornare a essere ‒ politiche, interdisciplinari e performative.

Le vostre iniziative, ribattezzate PDR Post Disaster Rooftops, si svolgono a Taranto. Perché questa città?
Taranto ci sembrava la piattaforma ideale per indagare i ruoli dei territori marginali: una città culturalmente periferica, ma allo stesso tempo al centro di importanti flussi di produzione globale. Cerchiamo di contrastare questa tendenza de-centralizzando la produzione ‒ e trasmissione ‒ di conoscenza, di solito concentrate in contesti urbani culturalmente avvantaggiati. Il “disastro” è, letteralmente, il “disallineamento dagli astri”, dalla rotta conosciuta. Con questa ricerca cerchiamo di spostare lo sguardo verso futuri alternativi: verso il Post Disaster.

Nel farlo avete scelto di posizionarvi sui tetti della Città Vecchia. Non pensate che possa essere interpretata come una forma di ripiegamento o di distacco dalla dimensione più battuta di strade e piazze? Una sorta di “guardare dall’alto in basso”…
Gli spazi pubblici sono urbani, e per questo motivo mai neutrali. Sono luoghi su cui insistono dinamiche di conflitto o di egemonia che ne condizionano gli usi, sia individuali che collettivi. Richiedono un impegno costante, che sottende una comprensione delle urgenze specifiche del contesto e delle comunità che lo abitano. I tetti hanno catturato la nostra attenzione perché sono spazi urbani non convenzionali, liberi dalle principali forme egemoniche di organizzazione dei flussi di vita e capitale. Sono luoghi che sfuggono a gran parte delle definizioni normative dello spazio urbano e ci permettono una libertà di azione che è fondamentale per una ricerca speculativa come quella di Post Disaster.

Ripercorriamo i passaggi salienti di Post Disaster Rooftops, dagli esordi a oggi.
Nel corso del 2017 ci siamo ritrovati, per caso, su uno dei tetti più alti della Città Vecchia. Potendo osservare la città nella sua complessità ‒ dagli stabilimenti industriali alla città “nuova” che sfuma verso il litorale ‒ ci veniva spontaneo fantasticare su scenari possibili. Da quella esperienza collettiva è nata l’intenzione del progetto. Il primo PDR è stato un testing ground. Lo abbiamo chiamato “Episodio 01” per cercare di imporci una continuità che in questi contesti non è mai semplice. Con il secondo episodio abbiamo cercato di rafforzare le intenzioni multidisciplinari dell’indagine, allargando il campo d’azione degli ospiti invitati. In due anni abbiamo aggiunto diverse collaborazioni, sia puntuali che durature, come nel caso di Gianvito Matarrese o di Roberta Mansueto, giovane curatrice pugliese.

Attraversare la Città Vecchia di Taranto può rappresentare una sorta di “epifania” per chi non conosce tale contesto, oltre che un’occasione per superare stereotipi e pregiudizi. Cosa ha rivelato la città agli artisti che hanno aderito agli incontri?
Molti degli ospiti sono visibilmente sorpresi (e stimolati) dal luogo ‒ un’isola satura di architetture, l’80% delle quali è in stato di abbandono ‒ perché vi riconoscono il potenziale di una dimensione urbana alternativa. Inoltre, lo scenario di sospensione temporale offerto dai tetti esercita ogni volta un fascino ambiguo, in netto contrasto con la vita brulicante percepita nelle strade e nelle piazze. Sarebbe un errore, però, limitare la comprensione di Taranto ai confini dell’isola. Ci troviamo d’accordo con Alessandro Leogrande, secondo cui non ha senso leggere la fabbrica, la Città Vecchia e quella nuova come entità separate. Cerchiamo di mostrare agli autori coinvolti tutti gli aspetti di una città (un territorio) su cui insiste un imponente e imprescindibile infrastruttura produttiva.

Nel 2017, Mate Società Cooperativa si è classificata al primo posto nel concorso internazionale di idee per la riqualificazione della Città Vecchia di Taranto: il celeberrimo #OpenTaranto. Cosa è avvenuto da allora?
#OpenTaranto ha rappresentato un’iniezione di entusiasmo a cui è rapidamente seguita una disillusione collettiva (dovuta al sostanziale nulla di fatto). L’anno successivo l’industria è stata acquisita dal gruppo ArcelorMittal, episodio che ha sancito il destino industriale della città. Alti e bassi di questo tipo sono frequenti negli ultimi anni, e vedono avvicendarsi grandi eventi (come la recente nomina a sede dei Giochi del Mediterraneo) a vicende giudiziarie legate alla questione ambientale.

Quali prospettive attendono la Città Vecchia nel prossimo futuro?
La Città Vecchia è oggetto di un complesso piano di recupero. È in corso, ad esempio, un progetto di social housing ‒ come auspicato da diverse proposte di #OpenTaranto ‒ frutto di una collaborazione tra lo studio milanese Kcity e architetti locali. Il concorso ha indubbiamente fornito una notevole fonte di indicazioni progettuali che la città sembra aver recepito e messo in campo nella pianificazione urbana.

Valentina Silvestrini

www.postdisasterrooftops.com

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.