Dopo la piattaforma KooZA/rch – A Visionary Platform of Architecture, prosegue l’analisi delle nuove forme di rappresentazione architettonica. Dall’abbattimento di canoni e limiti possono nascere inedite esperienze di narrazione non lineare.

Fondata da quattro ex studenti del Politecnico di Milano con un’esperienza nello studio OMA, a Rotterdam, (Ab)Normal è una “graphic novel” nata come diario condiviso con un fine catartico. Liberati dai vincoli professionali, per questi architetti (Ab)Normal diventava una valvola di sfogo nella quale applicare i canoni della rappresentazione architettonica, così da realizzare patchwork di modelli 3D obsoleti, miti contemporanei, frammenti di attualità. Di recente hanno presentato il loro progetto alla Milano Arch Week, all’interno del programma di incontri We Need to talk, curato dai Parasite 2.0. Abbiamo incontrato i quattro ideatori ‒ Luigi Savio, Mattia Inselvini, Marcello Carpino e Davide Masserini ‒ per farci raccontare il processo di produzione e l’evoluzione del progetto.

Che cosa è (Ab)Normal? Qual è l’idea alla base del progetto?
(Ab)Normal nasce come diario di raccolta delle nostre ossessioni. Ci ha permesso di creare un format dove sfogare il bagaglio di stimoli formali al di fuori della nostra professione di architetti e designer. Non c’è una narrativa per via della necessità di scardinare la sequenza cronologica imposta dalle piattaforme digitali che utilizziamo per diffondere il progetto, stimolando così il fruitore a generare una propria sequenza tra le immagini, piuttosto che affidarsi a quella imposta da Instagram. Riteniamo la narrativa non lineare uno strumento di appropriazione e colonizzazione dello spazio digitale.

(Ab)Normal, Pagoda. Courtesy (Ab)Normal
(Ab)Normal, Pagoda. Courtesy (Ab)Normal

(Ab)Normal è una “graphic novel con un fine catartico”. Quanto incide l’aspetto emotivo sul vostro metodo di lavoro?
La raccolta acritica di referenze e stimoli è una componente essenziale del nostro processo. Oggetti, moda, architetture possibili e impossibili creano un enorme bagaglio formale e diventano per noi object trouvé utili a ripercorrere le possibili correlazioni e rimandi tra gli uni e gli altri. Il Capriccio è una tipologia di rappresentazione frequente dell’architettura disegnata del XVIII secolo. Piranesi, Canaletto, Wattau hanno spesso fatto ricorso al riutilizzo di oggetti preesistenti per dare sfogo alle loro fantasie architettoniche. Tali opere sono contenitori delle influenze artistico-visuali dell’autore, ovvero spazi architettonici che diventano racconti personali. Così (Ab)Normal cerca di riproporre la collezione di oggetti come forma d’arte, attingendo dalle fantasie inespresse che spesso infestano le prime fasi di formulazione dei progetti di architettura. È una novella fatta di modelli tridimensionali che rimangono in stato embrionale, oggetti che scoviamo nei meandri dello sharing digitale, ossessioni formali che non riusciamo a esprimere e che diventano le basi di collage e tassonomie tridimensionali.

Siete tutti e quattro ex studenti del Politecnico di Milano e vi siete conosciuti in studio da OMA, a Rotterdam. Questi denominatori comuni quanto hanno contato rispetto all’idea di iniziare un progetto insieme?
La formazione accademica e le esperienze lavorative ci hanno spinto a valutare criticamente i due principali strumenti che costituiscono oggi il nostro processo creativo: il software e l’accesso immediato a ogni tipo di immagine o riferimento. Durante gli anni universitari, abbiamo riscontrato la nascita di una tendenza ben precisa: il rifiuto sistematico di strumenti di rappresentazione come il rendering, ritenuto da molti un mero strumento di vendita del progetto. Noi, invece, attraverso (Ab)Normal, abbiamo voluto mostrare la vasta gamma di possibilità che offre questo strumento. A Rotterdam abbiamo compreso come l’architettura possa diventare un mezzo piuttosto che un fine; OMA ci ha spinto ad acquisire un metodo di selezione dei riferimenti progettuali anti-disciplinari, che permette di incorporare nello spazio interpretazioni personali della storia e dell’attualità. Non abbiamo inventato niente di nuovo in fondo; prima di noi Brodsky & Utkin o Jean Jacques Lequeu e tanti altri ancora hanno dato corpo al contesto culturale in cui vivevano, utilizzando l’architettura come linguaggio.

(Ab)Normal, PORNO. Courtesy (Ab)Normal
(Ab)Normal, PORNO. Courtesy (Ab)Normal

Quali sono i vostri obiettivi e che progetti avete per il futuro?
(Ab)Normal si basa sulla multidisciplinarietà, per questo non ci limitiamo al campo dell’architettura ma siamo sempre alla ricerca di stimoli esterni per non limitare la nostra fantasia e l’iperattività (patologica). Ci piacerebbe tradurre i nostri racconti in design e installazioni dal forte impatto evocativo, uscire dal bidimensionale e passare alla forma. Dopo la partecipazione alla Milano Arch Week, ora ci stiamo dedicando ad una mostra di nostri lavori che si terrà a Londra. Prevede non solo l’esposizione delle nostre immagini, ma anche la colonizzazione della galleria attraverso la trasformazione dell’intero spazio. Per il resto siamo flessibili e aperti a qualsiasi tipo di collaborazione.

Bianca Felicori

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Bianca Felicori
Bianca Felicori è architetto junior e studentessa del corso di Laurea Magistrale in Architettura e Disegno Urbano presso il Politecnico di Milano. Inizia il suo percorso nella redazione di Domus insieme all’ex direttore Nicola Di Battista, correlatore della sua tesi di laurea triennale “L’occhio dell’arte in Domus” dedicata al rapporto tra la disciplina artistica e quella architettonica, con il contributo di Mimmo Paladino. Dopo l’esperienza all’interno della redazione, partecipa attivamente agli eventi dedicati all’architettura in Italia - Salone Internazionale del Mobile e Biennale di Venezia. Nata a Bologna e residente a Milano, è oggi redattrice di Artribune e si occupa di architettura e arti visive.