Nell’ambito dell’inchiesta sul black power, abbiamo dato voce a Sir David Adjaye, architetto fra i più celebri dell’epoca attuale.

Pochi mesi separano Adjaye Associates dal traguardo dei vent’anni di attività. Fondato nel 2000 da Sir David Adjaye (Dar el Salaam, 1966), lo studio con sedi a Londra, New York e Accra ha in due decadi conosciuto una crescente notorietà, culminata nel 2017 con la realizzazione dello Smithsonian NMAAHC di Washington. Primo museo degli Stati Uniti dedicato alla storia e alla cultura afroamericana, il progetto ha consacrato il britannico ghanese classe 1966 a prima archistar nera in una costellazione professionale da sempre dominata da un “club di uomini bianchi”. Una carriera legata a doppio filo con il mondo dell’arte: dagli esordi con gli atelier nell’East London alle collaborazioni con Chris Ofili e Olafur Eliasson, fino al sodalizio con il curatore Okwui Enwezor, che lo volle al suo fianco in occasione della Biennale di Venezia 2015. Una partnership che vede il suo ultimo atto nel debutto del Ghana all’edizione 2019 della kermesse lagunare, ora in partenza.

Ghana Freedom, prima partecipazione nazionale del Ghana alla Biennale di Venezia, è frutto del lavoro congiunto di un team di eccezione: Nana Oforiatta Ayim è la curatrice, Okwui Enwezor è stato lo strategic advisor e tu sei il progettista del padiglione. In che modo il tuo progetto partecipa alla narrazione del Paese?
Il padiglione di debutto del Ghana a Venezia è un progetto audace: un riflesso di patrimonio e cultura dell’Africa Occidentale attraverso le forme ellittiche degli insediamenti delle tribù della Diaspora. Tradizionalmente, le superfici di queste abitazioni sono ricoperte di intricati ornamenti colorati di fango e gesso: raccontano una storia ricca e vivace che continua a ispirare l’arte e il design contemporanei. Allo stesso modo, gli ambienti interconnessi a pianta ellittica di Ghana Freedom ospiteranno sulle loro superfici intonacate in terra locale le opere degli artisti in mostra.

Sir David Adjaye. Photo © Ed Reeve
Sir David Adjaye. Photo © Ed Reeve

Oltre che per la cura dei materiali, la tua architettura si distingue per l’uso magistrale della luce. Ci puoi raccontare come hai combinato questi elementi nella Ruby City della Linda Pace Foundation appena inaugurata a San Antonio?
Il museo è un “rubino rosso”: un’immagine che deriva dallo schizzo che Linda mi mostrò in seguito a un sogno, e insieme un omaggio alla terra ricca di ossido su cui sorge. Per trasformare il sogno di Linda in realtà, abbiamo lavorato sulla matericità del progetto. È stata una sfida complicata: come colorare di rosso una pietra? In Texas il sole è così intenso che una tinta tradizionale sarebbe svanita rapidamente! Abbiamo quindi optato per pannelli in cemento, trovando nel vicino Messico gli artigiani di cui avevamo bisogno: con le loro sorprendenti competenze hanno composto la miscela di inerti e vernici che garantisce le necessarie longevità e resistenza. La loro maestria ci ha permesso di realizzare un edificio con un’incredibile colorazione, fatta di sottili variazioni di toni di rosso. Per esaltarla abbiamo aggiunto all’impasto del cemento frammenti di vetro: durante la giornata generano riflessi sempre diversi, in base alla posizione dell’osservatore e a quella del Sole.

Al Design Museum di Londra è andata in mostra Making Memory, tua monografica sul tema del monumento. Fra tutte le tipologie in cui ti sei cimentato, perché proprio questa?
Il mio interesse per monumenti e memoriali nasce dal desiderio di produrre un’architettura rappresentativa della coscienza collettiva. Oggi ciò richiede di ripensare queste opere da oggetti statici a spazi dinamici, sfruttando la capacità della nostra disciplina di creare un’esperienza temporale e spaziale: i sette progetti in mostra raccontano proprio questa idea. Allo stesso tempo, la loro sequenza, che inizia dallo Sclera Pavilion, un piccolo padiglione realizzato a Londra nel 2008, e si chiude con il landmark della Cattedrale Nazionale di Accra in corso di progettazione, racconta l’evoluzione del mio studio nell’arco dell’ultimo decennio.

David Adjaye, Smithsonian National Museum of African American History and Culture. Photo © Brad Feinknopf
David Adjaye, Smithsonian National Museum of African American History and Culture. Photo © Brad Feinknopf

Nell’era delle fake news e dei negazionismi, Making Memory è uno statement sull’importanza del ricordo. Che ruolo ha la storia nel tuo lavoro?
Sono da sempre profondamente interessato alle realizzazioni delle passate generazioni, a imparare da esse per poi andare oltre. Da qui l’idea di studiare gli insediamenti e i comportamenti umani, la geografia, i luoghi e la luce per comprendere le sfumature del presente, le sue produzioni e relazioni. E poi utilizzare tutti questi elementi per fabbricare narrazioni di possibili futuri. Se sei fortunato, si realizzano. Questa è per me l’arte della creatività: l’atto di guardare alle molte sfaccettature del passato e del presente, assorbirle con i sensi e lasciare che vengano metabolizzate e restituite come mediazione.

Parliamo del tuo impegno nella formazione e valorizzazione dei giovani architetti. In qualità di mentor del programma filantropico Rolex Mentor & Protégé Arts Initiative stai realizzando uno spazio pubblico a Niamey con la 38enne nigeriana Mariam Kamara, astro nascente dell’architettura africana. Perché l’hai selezionata?
Ho trovato un’istantanea affinità con il percorso e le aspirazioni di Mariam. Nel nostro settore la gavetta è un passaggio quasi imprescindibile: in pochi riescono a fondare con successo il proprio studio all’inizio della carriera. Mariam ha invece scelto fin dagli esordi di seguire una propria agenda con un personalissimo insieme di principi, senza dover scendere a compromessi: ci vogliono una buona dose di coraggio e determinazione! Avvincente e coinvolgente, il suo lavoro merita di essere sostenuto: poter contribuire alla crescita di un percorso così personale e unico è per me incredibilmente gratificante.

E chi è stato il mentor di Sir David Adjaye?
Senza dubbio Eduardo Souto de Moura: è un uomo straordinario. La sua generosità di spirito e la sua fascinazione per la bellezza e l’autenticità dei materiali hanno lasciato un segno indelebile nella mia sensibilità e nel mio approccio progettuale. Ho avuto l’opportunità di discutere e approfondire idee e concetti con un progettista che fonda la sua pratica sul contesto, sul tempo e sulla funzione. Una lezione saldamente presente nella mia attività creativa.

– Marta Atzeni

www.adjaye.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.