Il critico e curatore Marco Scotini evoca il suo legame con Okwui Enwezor, scomparso pochi giorni fa, ripercorrendone la carriera.

L’ultima volta che ci siamo salutati è stata cinque mesi fa. L’occasione era una cena per Theaster Gates su invito della Fondazione Prada. Sapevo da Ravi Agarwal che stava molto male e che questo era stato anche il motivo delle sue dimissioni dall’Haus der Kunst di Monaco. Ute Meta Bauer mi aveva scritto apposta (da non so quale parte del mondo) perché andassi subito a incontrarlo. Temevamo che non arrivasse in tempo quando Okwui Enwezor è apparso: con un fazzoletto verde al collo, senza capelli, un po’ gonfio, trasformato. Non lo rivedevo da tre anni e non mi aspettavo un saluto così caloroso. A Venezia, durante il montaggio della Biennale, ci incrociavamo spesso e quell’anno mi aveva fatto omaggio di una visita totalmente inaspettata quando ‒ la sera dell’opening della mostra Too Early, too Late. Middle East and Modernity ‒ era venuto apposta a Bologna per vederla. Rilasciando, tra l’altro, interviste molto positive sull’esposizione. Ci dovevamo ritrovare l’indomani mattina (ancora all’insaputa) allo stesso tavolo per colazione, in un hotel totalmente svuotato, vicino alla stazione. Ero così attratto dal suo essere nigeriano quanto allontanato dal suo lato americano. E questo gap non potevo non registrarlo anche nelle sue mostre straordinarie. La prima (e memorabile) della lunga serie fu The Short Century al Martin Gropius Bau, nel 2001. La forza e la dirompenza intellettuale di quella ricognizione sui movimenti di liberazione in Africa dal 1945 al 1994 credo sia tuttora insuperata, anche se non ne capivo l’asetticità da mobili da ufficio (e il carattere clinico) attraverso cui si presentava.

LA DOCUMENTA A KASSEL

La documenta dell’anno dopo fu la prima visione post-coloniale a 360° sul mondo: quanto Catherine David aveva annunciato, lì si era realizzato (anche se poi la frammentazione irricomponibile della David andava, dal punto di vista curatoriale, più lontano). Diciamo, comunque, che quelli erano anni fortunati. Non so se sia un semplice caso, ma la maggior parte degli artisti presenti in quella edizione, nel tempo, sono diventati i miei più grandi e stimati amici: da Meschac Gaba agli Urbonas, da Eyal Sivan a Trinh T. Minh-ha, da Park Fiction a Lisl Ponger, da Doina Petrescu a Jean-Marie Teno, da John Akomfrah a Ravi Agarwal, da Ivan Kozaric a molti altri. Fu proprio in rapporto a Kozaric che fui invitato da Okwui a scrivere per la retrospettiva Freedom is a Rare Bird che lui gli aveva dedicato all’Haus der Kunst nel 2013. Quell’anno era apparsa anche a Milano una sua mostra fotografica itinerante, Rise and Fall of Apartheid, che, credo, nessuno abbia visitato. Ma tra le sue mostre fondamentali inserirei anche la Biennale di Siviglia del 2007 dal titolo The Unhomely, sulle ‘necropolitiche’ di Achille Mbembe (e connessa alle insorgenze sociali globali) e Intense Proximité del 2012 al Palais de Tokyo. Aggiungerei pure una che non ho visto, ma che per me è stata importante lo stesso: Archive Fever all’International Center of Photography (ICP) di New York nel 2008. L’avevo seguito addirittura a Berlino nel 2012 per il festival Meeting Point 6 all’Haus der Kulturen der Welt dedicato al mondo arabo. Una full immersion di quattro giorni di performative reading che poi lo avrebbe condotto a concepire l’Arena per la Biennale di Venezia del 2015. Se è vero che quella edizione della Biennale veneziana non rispettava le premesse teoriche da cui era partita, non si può nascondere che l’Arena ne fosse il colpo di genio curatoriale.

L’ARENA DI ENWEZOR ALLA BIENNALE DI VENEZIA

Progettata dal ghanese David Adjaye, quella piattaforma in perenne movimento era nata per ospitare letture dal Capitale in forma oratoriale. Per questo Enwezor si sentiva in debito ai Raqs Media Collective che lo avevano introdotto al rituale Sikh della cerimonia Akhand Path.
La 56esima Biennale di Venezia avrebbe dovuto essere solo quel palco e sarebbe stata formidabile. Come non ricordare anche le cinque piattaforme della documenta 11? Si tratta di due componenti curatoriali tali da stravolgere il sistema dell’esposizione nel loro aspirare a una decolonizzazione del mondo, a una fuoriuscita dai canoni dell’Occidente, a un ampliamento fino ad allora mai raggiunto. Pur essendo partito dal continente africano con il suo ultimo sforzo, Postwar, Enwezor rende chiara l’interazione e le connessioni delle comunità artistiche globali nella prospettiva sincretica di una World History. Forse sarebbe meglio aprire storie al plurale, storie non allineate piuttosto che rinchiuderle, ancora una volta, in Una: rimane comunque enorme il lascito di Okwui Enwezor, in questo senso. Forse un aspetto meno discusso e meno apparente del suo intero discorso (per me però irrinunciabile) è stato il mondo di fantasmi (la spettrologia) che riempiva ogni sua mostra. E ora, purtroppo, anche la sua assenza.

Marco Scotini

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