Let’s stARTT together! Intervista all’architetto Simone Capra

Attualmente impegnato nel progetto di recupero del Museo Archeologico Oliveriano di Pesaro e nel riallestimento museografico della sua collezione permanente, lo studio di architettura stARTT è da anni attivo nel mondo della progettazione e della cultura in modo trasversale. In conversazione aperta prende la parola Simone Capra, socio fondatore insieme a Claudio Castaldo e Dario Scaravelli.

Nel 2011 siete diventati improvvisamente noti vincendo lo YAP Maxxi. Dopo alcuni anni insieme, in che fase professionale pensate di essere?
Con una battuta potremmo dire che siamo nella fase 2.0. Con i premi ricevuti per la piazza di Lugo in Romagna (Sustainability Award 2018; Premio Gubbio 2018), sentiamo di aver chiuso una stagione: quella del momento fondativo di uno studio, i primi concorsi vinti, i premi per i primi progetti, le partecipazioni alla Biennale e ad altri eventi. Ora è una nuova fase, stiamo facendo progetti nuovi, più grandi, con gradi di complessità più alti; questo aspetto coinvolge gruppi di persone che lavorano simultaneamente su diversi progetti ma mantengono una ricerca progettuale comune. Sentiamo anche la responsabilità di rappresentare una cultura progettuale contemporanea in città, proiettata verso il mondo ma in qualche maniera radicata nella lunga tradizione progettuale di Roma, che ha ancora molto da dire.

Come vi vedete tra dieci anni?
Saremo sicuramente più vecchi! Il resto sarà da scoprire strada facendo con impegno e curiosità. Di sicuro ci sono sfide importanti nell’immediato futuro, per chi è coinvolto nel pensare e trasformare la città e le sue architetture: la rigenerazione del tessuto urbano, il superamento della mobilità su automobile, la questione ambientale, le nuove forme del produrre e l’intelligenza artificiale, come cambia l’abitare in base al cambio demografico e ai nuovi stili di vita e molto altro.

I vostri lavori spaziano dall’urban design alle infrastrutture, dai masterplan agli allestimenti. Affrontate tematiche trasversali e scale molto diverse, in quale vi ritrovate maggiormente?
Il tema per noi non è la scala ma la ricerca su tematiche differenti. Ogni volta che avviamo un progetto la prima cosa da fare è studiare il tema, dal punto di vista funzionale, spaziale, culturale: ricerchiamo esempi simili che hanno funzionato ed esempi utopici che hanno portato quei temi su altri piani. Bisogna studiare, in una società complessa servono professionisti preparati. Per fare questo lavoro di studio in poco tempo dobbiamo lavorare in squadra; nel gruppo di progetto ognuno studia un aspetto in particolare e poi lo condividiamo. Si tratta di generare una cultura condivisa del progetto, dentro lo studio e all’interno del gruppo di professionisti con i quali collaboriamo. In questi giorni, per esempio, stiamo lavorando a un nuovo progetto a cui teniamo molto, che tiene insieme la coscienza storica dell’edificio ‒ è un recupero ‒ e del suo progettista ‒ un collaboratore di Coppedè ‒, con la necessità, tutta contemporanea, di rispondere alle sfide del futuro a cui accennavamo prima. Ecco, questa sfida verso il futuro mette in gioco valenze ambientali, naturalistiche, di rapporto con il paesaggio ma anche ricerche su come coniugare la flessibilità contemporanea alla trasformazione di edifici storici. Salvaguardare la diversità storico-culturale delle città del mondo, insieme con una ricerca continua per l’architettura contemporanea, è una delle sfide della globalizzazione.

Studio stARTT3, Recupero dell’Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2013. Courtesy stARTT

Studio stARTT, Recupero dell’Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2013. Courtesy stARTT

State lavorando al riallestimento del Museo Archeologico Oliveriano di Pesaro, nelle Marche: cosa puoi anticiparci?
Vorremmo presto vederlo realizzato: è un progetto a cui teniamo molto, accanto a tutta la ricerca sull’onirico che portiamo avanti dall’inizio ce ne sono due nuove. La prima è sugli spazi espositivi e di museografia, che sono stati per tanto tempo ossessionati dal total white, lo spazio bianco che “va sempre bene”: ci puoi appendere una t-shirt, una foto, un quadro, alla fine è così neutrale che neutralizza l’opera d’arte. La collezione archeologica di Pesaro è delicata e straordinaria per le sue caratteristiche ed è ospitata nel palazzo dove ha vissuto il collezionista che l’ha raccolta. Abbiamo chiamato questa ricerca sulla museografia ‒ che il progetto del museo di Pesaro apre ‒ SOS (acronimo di supporto-opera-spazio), in quanto mette in gioco il rapporto tra spazio che accoglie un’opera, l’opera stessa e il supporto espositivo che la sostiene. Ecco, questo grido SOS è sempre un sensuale gioco a due tra spazio e opera mediato da un terzo. Questo “trio amoroso” ha riverberi sull’edificio, sul pubblico che visita lo spazio, sul progetto della luce, sulla città che accoglie la collezione.

E l’altro filone di ricerca?
La seconda ricerca è sull’involucro tecnologico. Il museo di Pesaro è in un edificio storico, il tema è come adeguarlo per quanto riguarda gli impianti, senza stravolgerlo bucando muri o volte. Quindi questa ricerca è sul rispetto (dell’architettura storica) mediante l’uso di una nuova pelle, che entra in sintonia visiva con lo spazio, ma ha anche un suo spessore tecnologico: contiene gli impianti e gli ambienti di servizio. Questo apparato domani potrà essere rimosso restituendo l’edificio alla sua dimensione originaria. Tale ricerca sull’involucro contemporaneo, che innesta e rende attuale uno spazio storico, la stiamo portando avanti anche in altri progetti, tra cui uno a Roma, che insieme costituiscono una “famiglia di invenzioni” sul tema.

Citavi SOS, ma tutti i vostri progetti hanno sempre nomi “fantasiosi”. Da cosa deriva questa attitudine?
Rimandano a quei valori culturali, estetici, emotivi, di esperienze che fondano il progetto. Omaggio a Ghirri, per esempio, è il progetto della Piazza del Pavaglione di Lugo. Con quel nome volevamo parlare del valore estetico del dato climatico, la nebbia che nei territori lungo la via Emilia fonda un approccio emotivo al paesaggio. E Luigi Ghirri con la sua camera fotografica è uno dei primi a scrivere questa lezione. Il progetto di Lugo lavorava sul dato climatico come dato estetico e ora che è realizzato e le persone lo usano ‒ e lo capiscono e lo postano su Instagram e su Tripadvisor ‒ siamo contenti. Anche qui uno degli argomenti importanti era innovazione e design contemporaneo in contesto storico e per noi il clima era parte di questo contesto. Certo, avremmo potuto chiamarlo Rifunzionalizzazione e riqualificazione della piazza del complesso monumentale del Pavaglione di Lugo (ovvero col suo vero nome amministrativo), ma non avrebbe trasmesso quell’approccio poetico al paesaggio. E poi è bello sapere che uno spazio realizzato ha un nome, una sua personalità, che nasce dall’incontro tra una committenza e dei professionisti-designer e poi cresce, diventa indipendente, quando una comunità lo abita e lo trasforma con l’uso.

Studio stARTT3, Il fantasma del Nolli, Biennale di Architettura, Venezia 2014. Courtesy stARTT

Studio stARTT, Il fantasma del Nolli, Biennale di Architettura, Venezia 2014. Courtesy stARTT

Dunque sono nomi scelti da voi?
Sì, quando i progetti iniziano a esistere si ha bisogno di nominarli, perché li mostri pubblicamente, li richiami in un discorso sul lavoro. Quindi dare il nome è una forma di battesimo che fai quando quella cosa per te inizia a esistere.

Che rapporto avete con i concorsi?
I concorsi sono per noi un momento bellissimo di approfondimento e ricerca, sulle tematiche dello spazio e sulle necessità della committenza, che riflettono le trasformazioni della società: siamo sempre onorati di partecipare.

Li ritenete ancora uno strumento efficace per le nuove generazioni di progettisti?
Sì, no, ni. “Sì”, perché i concorsi dovrebbero essere la via privilegiata per il rinnovamento delle idee, delle generazioni di professionisti, degli spazi e degli edifici pubblici. Ti mettono in gioco completamente. Ma se ne fanno troppo pochi, quindi “No”. C’è il fraintendimento di base che l’interesse pubblico sia misurabile solo col massimo ribasso dell’offerta economica. Si fanno le gare basate sul ribasso e non concorsi basati sulla qualità dell’idea di progetto. San Pietro è stato costruito per concorsi, gli Uffizi anche. Poche figure illuminate usano oggi il concorso di progettazione o a inviti. “Ni”, perché alcuni Ordini hanno fatto una battaglia culturale che ha aperto una nuova stagione che ci si augura non sia effimera, ma sinceramente i segnali del momento sono tutt’altro. Da questo punto di vista è importante che sia il pubblico sia il privato illuminato portino avanti questi percorsi.

Architettura e riuso. Una delle sfide dell’immediato di Roma e della città europea storica è come riciclare, trasformare o sostituire le architetture esistenti: come è possibile restituire il patrimonio edilizio alla vita contemporanea?
È un bel tema. Prima di tutto: smontare i luoghi comuni, l’idea nostalgica di “com’era – dov’era”, e poi lavorare in due direzioni. Da un lato sulle necessità di un gruppo di trasformare e quindi abitare quell’edificio; non dimentichiamo mai che progettiamo per le persone ‒ non per le cose. Dall’altro sulle qualità dell’edificio di salvaguardare. Non tutti gli edifici sono capolavori, alcuni sono opere testimoniali, altri sono opere di architetti minori, ecc. L’architettura è un processo di selezione, in un mondo dove tutto è costruito dobbiamo scegliere cosa mantenere e cosa trasformare, quali valori preservare e rinnovare, avendo fede nella capacità di miglioramento dell’architettura. Roma ci insegna che a volte la qualità viene dalla stratificazione di interventi di epoche e mani diverse.

Studio stARTT. Photo credits Gabriele Lungarella

Studio stARTT. Photo credits Gabriele Lungarella

Roma e la cultura. In che modo gli architetti della nostra generazione possono fare la differenza in un momento tanto delicato per la città?
Come sempre hanno fatto gli architetti: progettando e realizzando le loro opere, costruendo e presentando dei progetti manifesto. Roma ha bisogno che le nuove generazioni di architetti siano coinvolte, per affrontare quelle sfide del futuro a cui si accennava all’inizio, ma bisogna creare le opportunità. Queste le creano la politica, l’imprenditoria, le comunità. Va ricostruito un dialogo tra gli attori della trasformazione economica e sociale della città e i professionisti. L’immagine che la città ha degli architetti oscilla tra la figura del vecchio speculatore-cementificatore e l’artigiano-artista isolato che non sa o può gestire la complessità.
Lo studio di architettura è una struttura di gruppo, che in Italia mantiene la ricerca del workshop che ha origine nella bottega rinascimentale e ha l’organizzazione di lavoro d’impresa. Forse uno dei motivi di stallo della città è stato non essere riusciti a intercettare queste figure, che a Roma sono comunque molte! Le idee ci sono, sediamoci intorno a un tavolo. Alcuni problemi sono semplici, ma annosi, vanno affrontati con sguardo nuovo, altri hanno bisogno di maggiore approfondimento, prove e verifiche per essere valutati.

Giulia Mura

www.startt.it

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Giulia Mura

Giulia Mura

Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con…

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